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domenica 31 marzo 2013

Inter-Juve, un girone dopo


Un girone dopo tornano in mente le parole di Stramaccioni nella pancia dello Juventus Stadium. L'Inter aveva appena infranto (meritando) l'imbattibilità della Juventus che durava da 49 partite, e Stramaccioni si lanciò in dichiarazioni inutilmente polemiche per una battuta non gradita che Marotta aveva rilasciato nel prepartita. Polemiche futili e inutili, ma Strama si sentiva forte di un risultato che nessuno, forse neanche lui, si aspettava. Molti, io stesso, in un primo momento si sono lasciati illudere da questo ragazzo che Moratti un anno fa decise di promuovere dalla primavera alla prima squadra. Un salto enorme che Stramaccioni sembrava avere assorbito con una tale naturalezza da lasciar pensare in un destino segnato. Si presentò sicuro di sé, con umiltà, ottenendo la fiducia da parte di giocatori che avevano vinto tutto e che si trovavano davanti un perfetto sconosciuto. Ma i giudizi frettolosi sono quasi sempre sbagliati, e l'umiltà di Strama si è rivelata superficiale e a targhe alterne: se l'Inter vince diventa arroganza. La sua consistenza come allenatore si è piano piano sgretolata.
Perché aldilà dei punti (ventuno di differenza) tra Inter e Juventus c'è una differenza sostanziale: il gioco. Si sente spesso dire che Conte è un grande motivatore, vero. Ma spesso ci si dimentica di sottolineare che Conte è soprattutto uno straordinario organizzatore di gioco. La Juve è una squadra europea, e non è un caso che sia l'unica superstite italiana in Champions League. Lo è per mentalità sul campo, perché vuole sempre imporre il proprio gioco su tutti i campi. E lo è a livello societario, perché riesce a programmare il futuro in modo più lungimirante di ogni altra grande squadra italiana: i risultati degli ultimi due anni sono una conseguenza anche del progetto del nuovo stadio iniziato da Giraudo e Moggi, e realizzato poi dopo il 2006. Programmazione: un'altra parole chiave sconosciuta all'Inter, almeno da quando nel 1995 Moratti è presidente. Diciotto allenatori in diciotto anni, e una marea di buoni giocatori, qualche fuoriclasse, comprati senza un progetto che si sono persi. Quasi due anni fa, dopo l'addio di Leonardo, scrissi che per l'Inter si stava aprendo un periodo molto difficile (clicca qui). Ero stato facile profeta, perché si stava chiudendo un ciclo, quello dei senatori dello storico triplete, e mancava una società capace di ricostruire un futuro vincente. Quella società manca ancora, e temo mancherà sempre, finché il suo presidente sarà Massimo Moratti.
Un girone dopo tornano in mente le parole di Strama dopo il colpo grosso nella tana del nemico. E suonano beffarde.

domenica 4 novembre 2012

Tagliavento e la dimostrazione che è solo invidia

Il primo errore della partita, dopo una manciata di secondi, non è di Tagliavento ma del suo assistente, il guardalinee Preti, che non si accorge dell'evidente fuorigioco di Asamoah. L'azione porta al gol di Vidal. Polemiche. L'errore vero del primo tempo di Tagliavento è invece la mancata espulsione di Lichsteiner per fallo su Palacio. Polemiche a non finire. Comunque due errori pesanti, che hanno condizionato la partita nel primo tempo. Facciamo finta di dimenticare l'errata segnalazione di un fuorigioco a Giovinco, a fine primo tempo, perché chiaramente i media non la considerano. E ciò che i media non considerano non esiste, per definizione.

Dopo 45 minuti ricominciano le solite, ormai scontatissime, considerazioni sulla Juventus e la sua gloriosa storia, fatta di successi e trofei, a quanto pare conquistati in modo dubbio. Considerazioni che possono essere condensate efficacemente nelle dichiarazioni post partita del leader popolare di questo filone di pensiero, Massimo Moratti: «Dopo 17 secondi prima mi sono preoccupato che eravamo partiti male, poi quando ho visto il fuorigioco ho pensato alla solita storia». Tradotto: la Juventus sa vincere solo comprando le partite. Il gol di mano di Adriano, all'epoca giocatore interista, nel derby scudetto contro il Milan, è evidentemente passato e dimenticato dal presidente nerazzurro e dai suoi seguaci. Come è dimenticato che tra i suoi numerosi trofei l'Inter ha anche uno scudetto conquistato con questa classifica: Juventus 91, Milan 88, Inter 76. Non torna? Pazienza. Fatevelo tornare perché ciò che vince l'Inter non si discute, per definizione.

Accade poi che dopo 45 minuti, per regolamento, c'è l'intervallo. L'arbitro se lo ricorda e le squadre vanno negli spogliatoi. Dopo 15 minuti le due squadre tornano regolarmente sul campo. Anche l'arbitro fa altrettanto, torna sul campo e lo fa con le idee molto chiare. Evidentemente negli spogliatoi la terna (anzi ora gli arbitri sono addirittura cinque) ha capito di avere fatto dei pasticci e inizia il secondo tempo determinata a riequilibrare gli errori. Tagliavento incomincia la sua collezione di ammonizioni a giocatori juventini (Pirlo, Bonucci e Chiellini ammoniti ingiustamente), Cambiasso continua a godere di un credito illimitato e commette altri due falli che potevano valere tranquillamente almeno un giallo. Vidal, in un contrappasso che appare dantesco, sconta sulle sue caviglie la colpa di aver segnato un gol viziato da fuorigioco,e quando Juan Jesus lo colpisce in un tentativo di ripartenza con la palla già calciata via dal centrocampista della Juve, Tagliavento decide proprio di non fischiare. Il rigore su Milito è generoso, la trattenuta di Marchisio su Milito c'è ma Milito si lascia cadere. Fosse successo nell'altra area, statene certi, non ci sarebbe stato nessun rigore. Un atteggiamento, quello di Tagliavento, che sa tanto di compensazione dopo i due pesanti errori del primo tempo. Un atteggiamento che dimostra che non c'è niente di premeditato negli errori del primo tempo. Sono errori importanti ma nascono da cattive interpretazioni. Se dietro gli errori arbitrali ci fosse stata la mano lunga della Juventus, come molti sostengono, Tagliavento non sarebbe uscito dagli spogliatoi con l'obiettivo di compensare la situazione. Ogni dietrologia è ingiustificata e fastidiosa. È ora di finirla con certi discorsi.

Ha vinto l'Inter, meritatamente. Le analisi si fermino qui. A fine partita la Juventus ha stretto la mano ai vincitori. Perché chi ha imparato a vincere sul campo, col sudore, accetta anche la sconfitta.

giovedì 1 novembre 2012

Il punto in vista di Juventus-Inter

Juventus. Il campionato 2012/2013 lo vincerà la Juventus, su questo personalmente ho sempre avuto pochissimi dubbi. Ha l'organico migliore, ha una feroce fame di vittoria e il gioco di gran lunga più convincente. Nonostante un'estate bollente per il ridicolo caso Conte, montato ad arte dal sempreverde mondo antijuventino (la Juventus la si ama o la si odia), gli equilibri non sono cambiati. La squadra ha raggiunto una maturità tale che può fare a meno della presenza fisica del proprio allenatore durante le partite: le nove vittorie nelle prime dieci partite stanno lì a testimoniarlo. Poter rinunciare all'allenatore durante le partite non significa che la Juventus possa fare a meno di Conte, unico vero punto fondamentale e insostituibile di questa squadra. Lo sa bene Agnelli, che quest'estate non ci ha pensato un attimo a sostituirlo, nemmeno nel bel mezzo della campagna mediatica antijuventina che non a caso ha messo nell'occhio del ciclone proprio l'allenatore della Juventus, l'uomo più di ogni altro simbolo di una rinascita che non deve essere evidentemente piaciuta a tutti. Piaccia o non piaccia, oggi la società Juventus è un corpo solido e ben amalgamato. La proprietà si è messa da parte, saggiamente verrebbe da dire, lasciando la parte operativa a persone più competenti. Dirigenza e staff tecnico lavorano in totale sintonia e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La Juventus ha allungato ieri sera a 49 i risultati utili in campionato (-9 dal record storico del Milan di Capello dei primi anni novanta), ha il miglior attacco del torneo (22 gol segnati), la miglior difesa (5 reti al passivo) e ha mandato in gol 12 giocatori finora in dieci turni di campionato. Una superiorità evidente che la pone almeno un gradino sopra a tutte le rivali. Solo gli impegni e le fatiche di Champions potrebbero riaprire i giochi di un campionato, almeno al vertice, già scritto.

Inter. Non credo che sia una forzatura dire che oggi l'Inter è Stramaccioni. Nel finale della scorsa stagione Moratti, in un barlume di lucidità o disperazione, ha scelto di affidare la guida tecnica a un ragazzo di 36 anni, un tipo umile e intelligente, senza nessuna rilevante esperienza da calciatore (e allora? Neanche Sacchi e Mourinho sono stati calciatori) e senza nessuna esperienza da allenatore ad alti livelli (prima di prendere in mano la prima squadra aveva allenato gli Allievi della Roma e la primavera dell'Inter). Ma le idee pagano, e Stramaccioni ne ha molte e molto buone. Ha studiato e si è laureato in Legge discutendo una tesi in diritto commerciale sul tema delle società sportive quotate in Borsa. Da perfetto sconosciuto si è conquistato il rispetto e l'ammirazione di calciatori e campioni che fino a un paio di anni prima rispondevano agli ordini di un certo Mourinho, uno che arrivava alla Pinetina avendo già vinto tutto, e tutto più volte. È saltato dai ragazzini della primavera ai campioni della prima squadra con una naturalezza da predestinato. Ha ereditato un gruppo allo sbando, in una complicata fase fase di rifondazione di una squadra che viveva ancora dei vecchi splendori mourinhiani. Ha indirizzato il mercato estivo, fatto al risparmio (una volta tanto in casa Inter!) ma con logica, seguendo un preciso credo tattico. Dimostrazione che spendere poco non significa spendere male (e viceversa spendere tanto non significa spendere bene, capito Moratti?). E i numeri ora parlano per lui: dopo dieci giornate l'Inter viaggia alla media di 2,4 punti a partita. Con questi numeri nove volte su dieci si vince lo scudetto. Sabato l'Inter verrà a Torino con ambizioni da scudetto. Non so dire come finirà, ma non credo che l'Inter abbia le risorse per tenere questo ritmo fino alla fine. Centrerà probabilmente l'obiettivo Champions, secondo o terzo posto. Qualcosa di impensabile fino a pochi mesi fa, quando la squadra di Moratti viaggiava nelle paludi di metà classifica, senza speranze e senza idee di ricostruzione. Quelle idee le sta portando questo ragazzo. Chapeau, Strama.

sabato 25 febbraio 2012

L'era Moratti, 17 anni senza idee

Napoli-Inter 2-0 -- Coppa Italia, 25 gennaio 2012
Lecce-Inter 1-0 -- Serie A, 29 gennaio 2012
Inter-Palermo 4-4 -- Serie A, 1 febbraio 2012
Roma-Inter 4-0 -- Serie A, 5 febbraio 2012
Inter-Novara 0-1 -- Serie A, 12 febbraio 2012
Inter-Bologna 0-3 -- Serie A, 17 febbraio 2012
Marsiglia-Inter 1-0 -- Champions League, 22 febbraio 2012
Napoli-Inter ?-? -- Serie A, 26 febbraio 2012

Lo scorso agosto scrissi un pezzo in cui provavo a spiegare perché l'Inter avrebbe incontrato molte difficoltà in questa stagione e, più in generale, nel futuro prossimo (questo il pezzo: Inter, la fine dei vincenti per prescrizione). A distanza di poco più di sei mesi, i risultati stanno dando ragione a ciò che scrissi. Ma ero stato davvero facile profeta, perché le debolezze della società nerazzurra erano e sono troppo macroscopiche per passare inosservate e per non lasciare conseguenze in termini di risultati sul campo. L'improvviso addio di Leonardo, l'incoerenza nella scelta dell'allenatore, la mancanza di un progetto tecnico, i litigi tra il dt Marco Branca e Massimo Moratti erano solo alcuni dei motivi che mi avevano fatto scrivere "si sta aprendo un periodo molto difficile per la creatura di Moratti".
E a questo punto la partita col Napoli di domenica prossima sarà probabilmente decisiva per il futuro di Claudio Ranieri. Moratti è confuso e non sa bene che fare, ma se l'Inter dovesse uscire con un risultato negativo dal San Paolo, far saltare l'allenatore sarebbe la scelta più semplice per lui. Più semplice, ma anche più sbagliata e controproducente. E' fin troppo chiaro che il problema di questa squadra non è l'allenatore, e personalmente penso che l'unico errore commesso da Ranieri sia stato quello di accettare la panchina dell'Inter. Un allenatore della sua esperienza avrebbe dovuto capire che non c'erano le condizioni per riportare in alto la squadra. O nei prossimi giorni o a giugno, Moratti cambierà dunque l'ennesimo allenatore della sua personalissima collezione. Per l'esattezza, il prossimo sarà il 18° tecnico in 17 anni di gestione Moratti. Numeri fuori da ogni logica, perché stiamo parlando di una grande squadra - almeno dal punto di vista economico - che avrebbe bisogno di un progetto tecnico e di una società forte in grado di proteggerlo con convinzione. Mi piace molto il modo in cui la Roma sta difendendo Luis Enrique, nonostante i risultati fino ad oggi non siano esaltanti. La società giallorossa ha un progetto molto chiaro - condivisibile o meno questo è un altro discorso - e sta cercando con forza di portarlo avanti. All'Inter tutto questo manca clamorosamente. Mourinho era stato una piacevole illusione per l'ambiente nerazzurro, perché aveva fatto pensare a molti che l'Inter fosse definitivamente uscita da quella spirale negativa che aveva caratterizzato i primi undici anni dell'era Moratti. Ma quello che molti non avevano capito è che Mourinho non è un semplice uomo di campo. E' un manager, un dirigente, un uomo che gestisce le relazioni con la stampa e poi anche un allenatore. Lui stesso ha dichiarato: «Quando sono arrivato all'Inter non avevo neanche un ufficio. Quando me ne andrò chi mi sostituirà ce l'avrà». Mourinho ha coperto da solo il grande vuoto societario che aveva alle spalle. Ma andato via lui, quel vuoto si è riaperto.
Alcuni sostengono che il problema dell'Inter è che Moratti non investe più. Io non penso sia questo il problema. Moratti nella sua gestione ha speso moltissimo, anche troppo. E soprattutto ha speso male. Dal 1995 al 2005 Moratti ha speso mille miliardi di vecchie lire senza vincere un solo scudetto. Negli stessi anni Moggi costruiva e ricostruiva squadre vincenti senza chiedere una lira alla famiglia Agnelli. Nel 2001 Moggi vendette il quasi 30enne Zidane al Real Madrid alla cifra di 160 miliardi di lire, e con quei soldi rifondò la squadra andando a prendere Buffon, Thuram e Nedved. Quindi non penso sia un problema di soldi, casomai di come vengono investiti quei soldi. Si può vincere senza grandi risorse ma non si può vincere senza idee.

sabato 17 dicembre 2011

Lo strano destino del tavolo della (non) pace

Calciopoli è una vicenda che fa acqua da tutte le parti e che ha prodotto troppi effetti negativi per poter essere superata con le semplici parole e le buone intenzioni. Soltanto i giudici e i tribunali possono far voltare pagina al calcio italiano. Ma anche dopo le sentenze definitive resteranno a lungo veleni e vecchi rancori.

Alla fine il tavolo della pace è miseramente fallito. Nessuna pace e nessuna tregua, tutto andrà avanti come prima. Come ha ammesso lo stesso presidente del Coni Petrucci: «Passi in avanti non ce ne sono stati: la buona volontà non è stata premiata».
Cosa si siano detti con precisione i nove presenti al tavolo non è dato saperlo. Si sa però - lo ha svelato Ruggiero Palombo sulla Gazzetta dello Sport - che a un certo punto Petrucci ha tirato fuori un documento da far firmare alle parti. Un comunicato che, se firmato, avrebbe rappresentato un passo decisivo in direzione della pace. Secondo Tuttosport la parte più significativa di tale documento recita così: «...Convinti che il fenomeno chiamato Calciopoli - contraddistinto da comportamenti deliberati o solo indotti dal clima di quel periodo e a prescindere dalle sentenze e dalle decisioni sin qui assunte dagli organi competenti - rappresenta nel suo insieme il periodo più oscuro nella storia del calcio italiano considerato che gli stessi organi federali di allora seguirono le logiche condizionate dal momento, adottando in qualche caso provvedimenti che in circostanze diverse e con analisi più complete e approfondite, avrebbero potuto avere forme e contenuti differenti».
Il documento ovviamente non è stato firmato da nessuno ed è diventato carta straccia. Se è infatti vero che tra le righe si può leggere una prima parziale ammissione da parte del Coni degli errori commessi dalla Figc nell'estate 2006, è anche vero che il linguaggio in cui è stato scritto rientra in pieno nel politichese, come non ha mancato di sottolineare il patron della Fiorentina Diego Della Valle. Il quale è stato il più fermo ed intransigente nel voler fare chiarezza su ciò che accadde davvero nell'estate 2006 e nel chiedere una revisione degli eventi per portare a galla la verità. Durante il tavolo avrebbe detto a Petrucci: «Noi vogliamo sapere perché siamo finiti in Calciopoli. Chiuderemo questa storia quando verranno riconosciute le nostre ragioni». E oggi Della Valle è passato dalle parole ai fatti, denunciando l'allora commissario straordinario della Figc Guido Rossi: «Ho conferito mandato ai miei legali di agire, nelle sedi competenti, nei confronti dell'allora Commissario Federale Guido Rossi e di altri per la gestione assunta dagli stessi durante il processo sportivo di Calciopoli celebrato nell'estate 2006. Le azioni legali - si legge nella nota - verranno avviate per censurare i comportamenti assunti dagli stessi nella gestione del processo sportivo». Non c'è dubbio che, almeno in questa fase, la posizione dei Della Valle e della Fiorentina su calciopoli è quella più chiara e coerente.

Restano poi alcune domande su questo tavolo della pace. Cosa ci faceva il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis? Ai tempi di calciopoli il Napoli era in serie C, e la società partenopea non venne neanche sfiorata dallo scandalo. La Stampa riporta che lo stesso De Laurentiis, dopo avere osservato il suo scarso coinvolgimento nel dibattito, si sarebbe lasciato sfuggire la frase: «Ma cosa ci sto a fare io...». Allora perché invitarlo? Perché non far sedere invece al tavolo Guido Rossi, commissario straordinario della Figc durante calciopoli e responsabile di scelte pesantissime, come quella di riassegnare lo scudetto 2005/2006 all'Inter (con la motivazione, ormai diventata una barzelletta alla luce delle nuove intercettazioni, di società simbolo di giustizia e onestà)? In sostanza: con quale criterio il Coni ha scelto gli invitati?
Doveva produrre una pace ma ha finito per produrre nuove domande. Strano destino quello del tavolo della (non) pace.

domenica 11 dicembre 2011

Tavolo della pace o via di fuga?

Il tanto atteso "tavolo della pace" - come è già stato battezzato, forse prematuramente o forse no, dalla stampa sportiva - si sta avvicinando. L'incontro si terrà mercoledì prossimo ed è stato fortemente voluto dal presidente del Coni, Gianni Petrucci. Su invito del Coni stesso, si siederanno davanti al tavolo i principali protagonisti di Calciopoli: oltre a Petrucci stesso, ci saranno Pagnozzi (segretario generale del Coni), Abete (presidente della Figc), Andrea Agnelli (presidente della Juventus), Moratti (presidente dell'Inter), Diego Della Valle (presidente della Fiorentina), Galliani (amministratore delegato del Milan), De Laurentiis (presidente del Napoli) e Valentini (direttore generale della Figc). Obiettivo del tavolo: trovare un punto d'intesa per superare definitivamente calciopoli. Sono passati più di cinque anni dall'estate 2006, ma le polemiche non accennano a placarsi e il tavolo si è posto la mission impossible di azzerare tutto e far ripartire il sistema. E' scontato dire che le intenzioni sono lodevoli, ma con quali mezzi il Coni pensa di raggiungerle? Il dialogo, le semplici parole possono chiudere questa vicenda così complessa?

Guardiamo il tavolo da una prospettiva particolare, quella del presidente Agnelli. Cosa pensa o spera di ottenere Agnelli il 14 dicembre? Perché ha accettato senza la minima esitazione la proposta del presidente del Coni Petrucci? Quando nell'aprile 2010 Agnelli diventò presidente al posto di Blanc, la Juventus sembrò cambiare drasticamente strategia su calciopoli. Sembrava, anche perché Agnelli lo diceva a chiare lettere, che la Juventus avesse alla fine deciso, con una ritardo di quattro anni, di iniziare a difendere se stessa dalle pesantissime accuse che le furono rivolte nel 2006. Tuttavia, oggi possiamo dire che queste impressioni erano probabilmente sbagliate e che probabilmente quelle di Agnelli erano solo dichiarazioni volutamente ostentate da dare in pasto agli ultras bianconeri, affamati di prendersi le loro rivincite dopo gli anni horribilis post calciopoli. Ci sono in effetti molte cose che non tornano nelle scelte difensive della Juventus di Agnelli.
Prima considerazione. Perché la Juventus ha scaricato Luciano Moggi (ma poi non lo aveva già scaricato?, che bisogno c'era di ribadire il concetto?) con quel comunicato sul proprio sito ufficiale, pubblicato immediatamente dopo la sentenza di primo grado al Processo di Napoli? Aldilà dei buoni propositi - come quello di riavere almeno uno di quei due scudetti - come pensa Andrea Agnelli di raggiungerli se non cercando di risollevare la posizione di Luciano Moggi, principale imputato ed ex dipendente della Juventus? Il processo di secondo grado potrebbe ribaltare la prima sentenza - gli elementi per questo capovolgimento ci sono - ma Moggi avrebbe bisogno di trovare un alleato forte come la Juventus. Ma a quanto pare Agnelli e suo cugino Jaki non hanno alcuna intenzione di schierarsi con l'ex ferroviere di Civitavecchia. Perché?
Seconda considerazione. La stessa scelta di Andrea Agnelli di sedere al tavolo della pace è francamente difficile da capire, se pensiamo che solo qualche settimana fa la Juventus ha chiesto oltre 400 milioni di danni all'Inter e alla Figc per i comportamenti nelle vicende di Calciopoli dal 2006 al 2011. Figc e Inter che saranno ovviamente presenti e protagoniste al tavolo della pace. Non sembrano queste le migliori condizioni per intavolare una trattativa di pace, e neanche per iniziare una tregua. A meno che...

A meno che le parti in causa non siano disposte a cedere davvero qualcosa e a venirsi incontro. Dubito che queste concessioni possano arrivare da Moratti, che è sempre stato molto rigido sulla sua posizione di "uomo perbene", che non deve chiedere scusa a nessuno, perché è lui la vera vittima di tutta questa vicenda. Impossibile immaginare che Moratti sia disposto a restituire lo scudetto di cartone. Stesso discorso per la Figc, che non ha mai ammesso e mai ammetterà - salvo clamorosi sviluppi - che quel processo sportivo dell'estate 2006  fu un processo sommario. Mai ammetterà - direbbe Mughini - che nel 2006 trionfò il bar dello sport.
Molto più probabile che sia lo stesso Agnelli ad addolcire i toni e a spingere per trovare un punto d'intesa. Spesso ci si dimentica che Agnelli è il presidente ma non la proprietà, e che chi decide in fondo è la proprietà, vale a dire chi mette i soldi. Forse tutti i buoni propositi di Agnelli erano solo un bluff, e forse il tavolo della pace è un occasione per venire fuori da questa finzione nel modo meno appariscente possibile. Poco importa se la Juventus uscirà a mani vuote. E' un tavolo della pace ma forse è una via di fuga. Mercoledì sapremo.

mercoledì 2 novembre 2011

Quel signore di Massimo Moratti

Diciamo che Massimo Moratti ce la sta mettendo tutta per farsi perdonare. Non chiederà mai scusa esplicitamente, questo no. Non ammetterà mai che Calciopoli è stata una grande bufala e che tutti i successi interisti post 2006 sono frutto di quello che è successo proprio in quel 2006. Non dirà mai che i quattro scudetti, le due Supercoppe Italiane, la Coppa Italia e soprattutto la Champions League sono tutti figli di un processo farsa. Questo non lo dirà mai, mettetevi l'animo in pace. Continueremo invece a sentire la solita tiritera: che l'Inter non vinceva per colpa di una cupola governata da Luciano Moggi da Monticiano (l'ex capostazione di Civitavecchia contro il petroliere!), e che c'era un sistema contro i nerazzurri, e continuerete a sentirvi ricordare quel rigore non dato a Ronaldo nel '98 (ma nessuno parla più della piscina di Perugia che costò uno scudetto alla Juve??), e continuerete a sentire le solite storielle da bar dello sport.
Ma Massimo Moratti è un signore (lo dicono tutti che è un signore e quindi è un signore, vero?) e come tutti i signori chiede scusa quando sbaglia. Semplicemente lo fa a modo suo. Sta facendo di tutto per darci ragione, per dimostrare che di calcio non ci ha mai capito una mazza e che questo è il vero motivo degli insuccessi interisti. E noi non lo apprezziamo per questo? Mesi fa scrissi che si sarebbe aperto un periodo molto complicato per la creatura di Moratti, e il tempo mi sta dando ragione. Ma Moratti ha lavorato per andare oltre tutte le nostre più catastrofiche previsioni sulla stagione interista. Ha sudato un'intera estate per costruire una squadra pronta a lottare per la salvezza. E noi non lo apprezziamo per questo? E' il suo modo per chiedere scusa alla Juventus e alla sua stagione passata in serie b, quella 2006-2007. Possiamo dirlo forte: Massimo Moratti è un vero signore! E noi non lo apprezziamo per questo?

mercoledì 21 settembre 2011

Fine della corsa



Inter-Milan (supercoppa italiana) 1-2.
Palermo-Inter 4-3.
Inter-Trabzonspor 0-1.
Novara-Inter 3-1.

In tempi non sospetti ebbi modo di scrivere un post (Inter, la fine dei vincenti per prescrizione) in cui dicevo che per l'Inter si stava aprendo un periodo molto difficile. I segnali erano evidenti, tanto da non lasciare dubbi. Per citarne alcuni: l'inconsistenza della società; la nullità del mercato estivo; il divorzio inatteso a fine giugno da Leonardo; la scelta di un nuovo allenatore, Gasperini, arrivato come quinta o sesta scelta e mai sostenuto dalla società; i dissidi tra Branca e Moratti; il ricordo opprimente (ossessione?) di Mourinho e dei vecchi splendori.
Pagherà, come sempre, l'allenatore. Domani, dopodomani, tra una settimana, dieci giorni. Non cambia molto: Gasperini verrà mandato via. Moratti non ha mai agito da dirigente sportivo, perché non lo è mai stato e mai lo sarà. Agisce da tifoso, perché in fondo è un tifoso, solo con molti soldi in tasca. Un tifoso neanche molto evoluto, a dirla tutta. Non ha mai avuto l'umiltà di riconoscere i propri errori, né pubblicamente né di fronte a se stesso. Un paio d'anni fa, subito dopo la finale di Champions vinta contro il Bayern Monaco, Pierluigi Pardo - giornalista che all'epoca lavorava per Sky (ora è di Mediaset) - gli chiese se quella vittoria lo ripagava delle tante delusioni e degli errori degli anni passati. L'avesse mai fatto! Moratti gli rispose piccato dicendo che «quelli erano gli anni in cui c'era un gruppo che adesso è sotto processo a Napoli», e se ne andò sdegnato non concedendosi alle altre domande del giornalista. Non ha mai ammesso i propri errori, e tantomeno ne ha fatto tesoro per le occasioni successive.
Si ripeteranno dunque i soliti schemi e le solite procedure che all'Inter vengono applicati da oltre sedici anni, da quando Moratti è presidente. Si alzerà il telefono e si cercherà il successore di Gasp, sperando in questo modo di risolvere il problema. Solo per dare un'idea: il prossimo sarà il 17° allenatore della gestione Moratti. Più di un allenatore all'anno negli ultimi 16 anni, un dato incredibile, soprattutto considerando che stiamo parlando di una grande squadra.
Forse il nuovo tecnico darà una scossa all'ambiente, ma sarà un sollievo momentaneo. L'Inter avrebbe bisogno di ben altre misure che un semplice cambio di tecnico per invertire la rotta.

venerdì 19 agosto 2011

Moratti-Della Valle, ancora scintille

Qualche giorno fa Diego della Valle, dopo aver letto la relazione di 72 pagine del procuratore federale Stefano Palazzi - relazione dalla quale emergeva che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro violarono gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale - attraverso un comunicato sul sito ufficiale della Fiorentina, si rivolse pubblicamente a Massimo Moratti, chiedendogli di sedersi intorno a un tavolo per cercare di chiarire cosa accadde veramente nella bollente estate 2006 del calcio italiano, e per cercare di capire "perché i destini di due società amiche come le nostre, che condividevano gli stessi principi e gli stessi valori, abbiano avuto trattamenti diversi e destini diversi". Alla proposta del patron viola, peraltro espressa con toni pacati e civili, rispose con una certa acidità Massimo Moratti: "Mi siederò al tavolo con Della Valle? Penso che si divertiranno a fare una rimpatriata tra di loro, io sarei noiosissimo". Non contento, qualche giorno fa, nel corso di un'intervista alla Gazzetta dello Sport, il presidente nerazzurro ha rincarato la dose su Calciopoli: "Mi verrebbe da fare una battuta: un giorno mi metto lì e chiamo tutti i presidenti, una società alla volta, e regalo loro quello scudetto. Calciopoli non dipende da me ma dagli altri, io non c'entro un bel niente: vede, l'Italia è un paese in cui se hai un senso di colpa, bè, vuoi farlo avere automaticamente anche all'altro; ma io i sensi di colpa su questa storia non li ho nè mai li avrò". Peccato che la relazione di 72 pagine di Palazzi dello scorso luglio dica esattamente, e in modo inequivocabile, il contrario: anche l'Inter violò gli articoli 1 e 6 del codice sportivo. A sentire Moratti, però, sembra che il tempo si sia fermato al 2006.
La suddetta intervista alla Gazzetta dello Sport ha scatenato la controreplica di Diego Della Valle, che ancora tramite un comunicato sul sito ufficiale della Fiorentina, ha rinnovato l'invito al presidente nerazzurro a sedersi a un tavolo per chiarire ciò che accadde nel 2006 e per stemperare il clima di tensione, non certo ideale in vista dell'imminente inizio del campionato. Stavolta i toni del comunicato sono molto più duri:


Dopo la mia proposta del tavolo del chiarimento e della pacificazione, Moratti insiste nel  fuggire dalle proprie responsabilità, continuando invece a nascondersi dietro battute offensive e inopportune, rilasciate agli angoli di una strada o al tavolo di un bar al mare. 
Dal mio punto di vista il suo è un comportamento offensivo per chi è stato vittima di una situazione assurda, non chiara, e che dovrà essere (e mi auguro sarà) ben analizzata, senza preconcetti  per quanto riguarda quello che la Fiorentina ha dovuto subire. Il suo comportamento è altrettanto inopportuno in quanto Moratti stesso è stato considerato colpevole di un comportamento scorretto, sportivamente parlando, ed avrebbe dovuto essere giudicato per questo, se non fosse sopraggiunta una prescrizione arrivata con la precisione di un cronometro. Questi sono i fatti che nessun atteggiamento sprezzante e supponente può cancellare, queste sono ombre, o più che ombre macigni che Moratti ha sopra la sua reputazione personale.  Per chiarire anche la sua posizione, l’unico modo serio e civile da parte di Moratti può essere solo quello di accettare un confronto leale, nel quale potrà spiegare dal suo punto di vista cosa è successo prima e durante lo scandalo del calcio, qual è stato il suo ruolo, il suo comportamento personale, senza nascondersi dietro persone per bene che non ci sono più e tanto meno senza nascondersi dietro i propri tifosi, che in questa faccenda non c’entrano nulla e nulla hanno fatto di male.  Pertanto gli rinnovo l’invito a sedersi al tavolo del chiarimento prima che inizi il campionato, in modo che si possa tentare di mandare allo stadio i tifosi, tutti i tifosi, con uno stato d’animo più sereno, cosa ancora più indispensabile in un momento così difficile e socialmente incerto. Per fare questo non servono battute estemporanee, ma serve solo senso del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, rispetto delle persone e dei valori e un po’ di coraggio.

Il alcuni precedenti post avevo espresso concetti molto simili a quelli presenti in questo comunicato. Questi i post:


Mi scuso per tutti questi rimandi ai precedenti post, ma il mio pensiero su questa vicenda l'ho già ampiamente espresso e sarebbe inutile da parte mia ripetere i soliti concetti. Diventerei noioso come Moratti e questo, cercate di capirmi, proprio non mi va.

mercoledì 10 agosto 2011

Inter, la fine dei vincenti per prescrizione

Dopo la stagione dello storico triplete e dopo il mini triplete dell’anno scorso, per l’Inter si profila un periodo di vacche magre. I segnali di un crollo verticale della società nerazzurra, in termini di prestazioni e di risultati sportivi, ci sono e sono forti. L’addio di Leonardo ha palesato ancora una volta la fragilità e l’intrinseca debolezza della società nerazzurra. Forse il lavoro fantastico di José Mourinho aveva fatto illudere qualcuno che la società interista nel suo complesso avesse acquisito quella capacità operativa e quella competenza che per anni non aveva avuto. Ma chi osserva il calcio con occhio critico sa benissimo che le chiavi dei recenti successi nerazzurri sono fondamentalmente due, e non sono da ricercare in una nuova vitalità della società di Moratti. Le chiavi sono calciopoli e Mourinho. Calciopoli (mi correggo: farsopoli, clicca qui per leggere post su farsopoli) ha sconvolto gli equilibri del campionato italiano, sia perché la Juventus fu mandata in serie B, sia perché alcuni campioni della Vecchia Signora furono venduti proprio all’Inter nell’estate 2006, per l’incapacità del nuovo dg bianconero J.C. Blanc: mi riferisco a Patrick Vieira e a un certo Zlatan Ibrahimovic. Quest’ultimo in particolare ha fatto fare un salto qualitativo e di mentalità a tutto l’ambiente, trascinandolo alla conquista di tre scudetti consecutivi. Ho già avuto modo di dire nel precedente post (clicca qui per leggerlo) quanto Ibra sappia essere decisivo nel nostro campionato, probabilmente come nessun altro. L’altra chiave dei recenti successi nerazzurri è José Mourinho, lo Special One, capace in due anni di tirare fuori il meglio del meglio dagli uomini che aveva a disposizione e di vincere quella Champions che mancava all’Inter da 45 anni. Con l’addio di José da Setùbal l’Inter ha iniziato un declino dal quale difficilmente uscirà in tempi rapidi, almeno fino a quando continuerà a vivere nel ricordo del vecchio splendore e dell’allenatore portoghese. L’anno scorso il mini triplete ha salvato la stagione, ma quest’anno sarà molto più dura, perché non c’è un Mondiale per club da giocare, non c’è nessuna Supercoppa europea da alzare, e il primo obiettivo, la Supercoppa italiana, è già svanito a Pechino. E poi ad agosto inoltrato il mercato non ha ancora dato le sue risposte: Sneijder ed Eto’o probabilmente partiranno e non si sa ancora da chi verranno sostituiti. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che tra il dt Marco Branca e il presidente Massimo Moratti è sceso il gelo: tra i due infatti ci sarebbero state delle incomprensioni su come condurre il mercato e quindi su come costruire la rosa. Non proprio un gruppo unito insomma. In tutto questo c’è un allenatore, Gasperini, arrivato come quinta o sesta scelta, dopo Bielsa, Villas Boas, Capello, Hiddink e forse anche Mihajlović. Non proprio l’ideale, considerando che Gasp, non avendo mai allenato un Top club, avrebbe bisogno di un forte appoggio della società. Se prendi un allenatore giovane o con poca esperienza ad altissimi livelli, ti devi anche mettere in testa di tutelarlo, soprattutto nei momenti difficili. Ma sono pronto a scommettere che alle prime difficoltà Moratti alzerà il telefono e inizierà a cercare il successore di Gasp. All’Inter funziona così.
L’Inter ha costruito i suoi recenti successi sulle rovine della Juventus, ma adesso gli effetti benefici di farsopoli sulla società nerazzurra stanno pian piano svanendo. Si sta aprendo un periodo molto difficile per la creatura di Moratti.

venerdì 22 luglio 2011

Della Valle: "Moratti chiarisca"

Ieri, attraverso una lettera, Diego Della Valle aveva chiesto a Massimo Moratti "di sedersi pubblicamente intorno ad un tavolo insieme a me per cercare di spiegare ai tanti che vogliono sapere cosa sia veramente accaduto allora, perché i destini di due società amiche come le nostre, che condividevano gli stessi principi e gli stessi valori, abbiano avuto trattamenti diversi e destini diversi".
Oggi è arrivata la risposta del presidente nerazzurro Massimo Moratti: "È un tipo di domanda che dovrei fare a lui o a loro, perchè io non ho risposte da dare. Quello che pesa di più è quello che è successo allora a noi, non vedo perchè dovrei giustificarmi e al massimo è il contrario. E non voglio giudicare il tono, che non mi è piaciuto per niente. Mi siederò al tavolo con Della Valle? Penso che si divertiranno a fare una rimpatriata tra di loro, io sarei noiosissimo".
La risposta di Moratti non fa che confermare ulteriormente ciò che è ormai evidente da tempo: l'Inter non ha valide argomentazioni difensive su Calciopoli. Le parole del patron nerazzurro sono come le parole di un bambino capriccioso che vuole avere ragione ad ogni costo, indipendentemente da tutto e da tutti. La richiesta di Diego della Valle era più che legittima e i toni della lettera, nonostante non siano piaciuti al signor Moratti, sono tutt'altro che scortesi o scorretti. Si chiedono solo chiarezza e disponibilità a confrontarsi. L'azionista di riferimento dell'Inter ha risposto piccato e non ha accettato l'invito, ma questo era un copione già scritto. Quando non sia hanno argomenti di difesa, l'unica difesa possibile è negare il confronto.

domenica 17 luglio 2011

L'insopportabile linea difensiva dell'Inter

Come già ho avuto modo di dire in un precedente post (clicca qui per leggere post), la strategia difensiva adottata dall'Inter riguardo a Calciopoli è quanto di più squallido possa esserci. Nascondersi dietro ad una persona che non c'è più, Giacinto Facchetti, è qualcosa davvero di cattivo gusto ed è l'evidente segnale di una mancanza di argomentazioni difensive concrete da parte della società nerazzurra. Continua anche in questi giorni inesorabile la stomachevole litania di dichiarazioni da parte di tesserati del mondo nerazzurro in difesa del Cipe, nomignolo affettuoso con cui gli amici chiamavano Giacinto Facchetti. Nell'ordine prima il presidente Moratti, poi Toldo, Stankovic, Cordoba e infine il capitano Zanetti si sono tutti preoccupati di difendere la sua memoria. Come esempio riporto le parole di Zanetti, arrivate direttamente dall'Argentina dove è in corso la Coppa America: "Conosco bene Massimo Moratti ed ho avuto la fortuna di conoscere anche Giacinto Facchetti, e questo a me basta. È sorprendente che a cinque anni di distanza se ne continui a parlare: per fortuna la vicenda si sta per chiudere. Speriamo che sia una volta per tutte e che si possa vedere un miglior calcio in Italia. Non ci sono dubbi, quel titolo vale come gli altri".
Tengo a precisare che non c'è niente di male nel difendere Giacinto Facchetti, tutti quelli che lo conoscevano dicono che fosse una bella persona e personalmente non stento a crederlo. Il fatto intollerabile è che dietro alla difesa di Facchetti c'è il tentativo (per niente disinteressato) di far passare il messaggio che c'è un attacco mirato nei suoi confronti, come se qualcuno si divertisse per qualche strano motivo a infangarne la memoria. Non è così. Se nell'aprile 2010 i legali di Moggi hanno trovato, ascoltando le 171 mila intercettazioni, alcune chiamate - misteriosamente non trascritte né prese in considerazione dagli inquirenti che condussero le indagini - che dimostrano l'esistenza di una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del mondo arbitrale, non si può far finta di niente. Se poi tra queste chiamate ce ne sono alcune che riguardano direttamente Giacinto Facchetti anche in questo caso non si può far finta che non esistano. E' un dispiacere per tutti che l'ex presidente nerazzurro non possa difendersi in prima persona, ma si tratta di materiale rilevante ai fini del Processo di Napoli e quindi va preso in considerazione. E' tutto così semplice.
A volte mi chiedo se gli interisti non hanno ancora capito di cosa si sta parlando oppure se fanno finta di non capire. Propendo per la seconda opzione, il che rende il tutto ancora più insopportabile.

giovedì 14 luglio 2011

Lo scudetto dei (dis)onesti e l'omertà della FIGC

Era il 26 luglio 2006 quando Guido Rossi, al tempo commissario straordinario della Federcalcio - nonché ex componente del CdA nearazzurro - prese la decisione di assegnare lo scudetto della stagione 2005/2006 all'Inter, con la motivazione di "società simbolo di giustizia e onestà". Tra pochi giorni correrà il quinto anniversario da quella storica decisione, nel frattempo sono cambiate tante cose (se volete farvi un'idea di quante cose sono cambiate cliccate qui).
E' successo che nell'aprile 2010 i legali di Luciano Moggi hanno fatto uscire dalle 171 mile intercettazioni alcune conversazioni, misteriosamente non trascritte dagli inquirenti, che hanno dimostrato l'esistenza di una una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del settore arbitrale. Alla luce del nuovo materiale probatorio la Juventus presentò il 10 maggio un esposto al CONI, alla FIGC e alla Procura Federale in cui chiedeva la revisione della decisione di assegnare il titolo e pertanto la revoca dello scudetto 2005/2006. Nel luglio 2011, dall'inchiesta condotta dal procuratore federale Stefano Palazzi, è risultato che anche l'Inter ha violato l'articolo dell'illecito sportivo. Dalla relazione di 72 pagine del procuratore federale emerge che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro hanno violato gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale (da Wikipedia).
Ieri i Della Valle hanno fatto uscire un duro comunicato che recita così: "È necessario spiegare a tutti perché migliaia di telefonate, utili nel loro insieme a precisare il quadro della situazione, siano state accantonate dagli inquirenti, in particolare dal colonnello Auricchio. L'Acf Fiorentina chiede con determinazione che il colonnello Auricchio, principale responsabile delle lacune e delle distorsioni emerse, spieghi immediatamente perché allora vennero prese certe decisioni e chi era al corrente delle decisioni prese. E in particolare perché venne selezionato il materiale probatorio a disposizione, ignorandone una parte consistente e rinunciando ad altri approfondimenti possibili e opportuni. È fondamentale anche sapere se i Pm Beatrice e Narducci fossero tenuti all'oscuro delle intercettazioni arbitrariamente considerate irrilevanti. E se i responsabili di allora del funzionamento della Federcalcio, il commissario straordinario Guido Rossi e gli organi di giustizia sportiva da lui nominati, fossero informati di una trasmissione solo parziale degli atti messi a loro disposizione. L'Acf Fiorentina propone che, una volta ottenute queste spiegazioni, i presidenti di tutte le società interessate, direttamente o indirettamente, si siedano intorno a un tavolo, si confrontino a viso aperto e chiudano definitivamente questa questione con chiarezza e onestà reciproca e prima dell'inizio della prossima stagione sportiva. Il calcio italiano non può permettersi di ripartire senza aver preso alcuna decisione e senza aver rasserenato l'ambiente". Il comunicato è quanto mai opportuno: c'è bisogno di chiarezza, è l'ora di abbattere questo muro di omertà che impedisce di vedere a fondo cosa c'è dietro a calciopoli.
La relazione di Palazzi, consegnata dallo stesso alla Federcalcio, ha inchiodato l'Inter e ha evidenziato inequivocabilmente le responsabilità della società nerazzurra. Ora la palla passa in mano proprio alla FIGC, che il 18 luglio dovrà esprimersi se revocare o meno lo scudetto ai nerazzurri. Qualche tempo fa il presidente della Federazione Abete disse: "l'etica non va in prescrizione". Adesso lo dimostri. Ciò che trapela però è ben altro, l'impressione è che la FIGC stia cercando il modo per lavarsene le mani e per non prendere nessuna decisione, con la motivazione che non è sua competenza decidere sulla revoca e non ne ha i poteri. L'obiettivo (non dichiarato) della Federazione non è quello di prendere la decisione eticamente più corretta, ma quello di prendere la decisione meno dolorosa dal punto di vista legale. Circa una settimana fa, dal ritiro di Bardonecchia, Andrea Agnelli disse: "Temo che la FIGC decida di non decidere". Probabilmente, purtroppo, la sua profezia sarà corretta.
Guido Rossi consegnò lo scudetto all'Inter con la motivazione di "società simbolo di giustizia e onestà", ma in tutto questo di giusto e onesto non c'è proprio nulla.

lunedì 11 luglio 2011

Caro Moratti non si nasconda

Dall'aprile 2010 - quando i legali di Moggi trovarono nelle 171 mila intercettazioni alcune chiamate che rivelavano l'esistenza di una una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del settore arbitrale - la strategia difensiva adottata dal signor Massimo Moratti è stata all'insegna della più bieca ipocrisia. Ieri a Pinzolo, in Trentino, luogo che ospita il ritiro estivo 2011 dell'Inter, si è raggiunto davvero il momento più basso dell'intera vicenda, quando Stankovic e Cordoba hanno srotolato una gigantografia che raffigura l'ex presidente dell'Inter Giacinto Facchetti, scomparso nell'agosto 2006 in seguito ad una brutta malattia. Niente di male si direbbe, solo un modo per rievocare la memoria di un grande giocatore che ha fatto la storia non solo con la maglia nerazzura ma anche con la maglia della Nazionale, a cavallo tra gli anni '60 e '70. La sensazione che emerge però è che l'Inter stia usando l'immagine dell'ex presidente Giacinto Facchetti per spostare l'attenzione dal vero problema. Tra le numerose telefonate, riemerse grazie al lavoro dei legali di Moggi e ammesse al procedimento penale in corso presso il Tribunale di Napoli, ce ne sono infatti diverse in cui Giacinto Facchetti parla con i designatori e una in cui parla con l'arbitro De Santis. L'Inter, che fino a quel momento aveva sempre negato ogni tipo di contatto con esponenti del mondo arbitrale e si era sempre definita come "società simbolo di onestà e lealtà sportiva", si è trovata dunque pesantemente coinvolta nella vicenda. In particolare nel luglio 2011, a seguito dell'inchiesta condotta dal procuratore federale Stefano Palazzi, è risultato che anche l'Inter ha violato l'articolo dell'illecito sportivo, lo stesso per cui la Juventus ha dovuto scontare una pena durissima. Dalla relazione di 72 pagine del procuratore federale emerge che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro hanno violato gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale (da Wikipedia).
Nessuno sta cercando di infangare l'immagine di uomo onesto e leale di Giacinto Facchetti, come invece crede o vuol far credere il presidente Moratti. Tutti quelli che parlano del Cipe, soprannome col quale gli amici si rivolgevano affettuosamente a Facchetti, dicono un gran bene di lui, e non stento a credere che fosse una gran bella persona. Qui però si sta parlando di altro: si sta parlando di un processo penale, quello di Napoli, che sta cambiando l'intera mappatura di Calciopoli e di fatto sta dimostrando che le sentenze del processo sportivo del 2006 furono, per usare un eufemismo, molto affrettate. Se al processo in corso a Napoli sono emersi degli elementi rilevanti, nello specifico chiamate tra dirigenti dell'Inter - non solo Facchetti ma anche Moratti - e designatori arbitrali e arbitri, non si può far finta di niente. Dispiace a tutti che Facchetti non possa difendersi in prima persona, ma è un dispiacere ancora più grande vedere il modo in cui Moratti non lo sta difendendo. Se Moratti volesse davvero difendere Facchetti troverebbe degli argomenti più validi rispetto a quello ipocrita secondo cui non si può tirare in ballo una persona che non c'è più. Forse non ha argomenti, e questo meriterebbe un capitolo a parte, ma almeno smetta di usare l'immagine di Giacinto Facchetti come scudo per non affrontare il vero problema.

venerdì 8 luglio 2011

Moggiopoli, calciopoli, farsopoli: una storia italiana

Ho sempre pensato che calciopoli sia una una tipica storia italiana, piena di zone oscure e manovre sotterranee poco chiare. Presentato al popolo italiano come il più grande scandalo della storia del pallone, a distanza di cinque anni sta assumendo più le forme del complotto che altro. Enzo Biagi, nel pieno della torrida estate 2006 del calcio italiano, rilasciò al Tirreno un'intervista che per la sua eccezionale lungimiranza merita di essere ricordata. Biagi si era reso conto prima di tutti che c'era qualcosa di molto strano nell'impalcatura di calciopoli e nel feroce accanimento mediatico contro la Juventus e in particolare contro la figura di Luciano Moggi. Un accanimento tale da fargli pensare che fosse stato creato e studiato ad hoc per coprire vicende infinitamente più gravi. Un pensiero davvero coraggioso e audace se consideriamo il momento in cui veniva espresso.
Ci sono in effetti molte cose strane in questa squallida vicenda che ha sconvolto il mondo del calcio nostrano. Ma andiamo per gradi e ricominciamo dall'inizio, dall'estate del 2006.

Quando scoppiò lo scandalo tutte le televisioni e i giornali, sportivi e non, individuarono lo stesso grande capro espiatorio: Luciano Moggi. Dunque pagine su pagine di intercettazione date in pasto al popolino, telefonate anche private messe alla mercé di tutti. Un unico grande obiettivo: inchiodare il mostro. Giornali e televisioni hanno un potere enorme sull'opinione pubblica, soprattutto quando sono tutti coalizzati sulla stessa linea. Non è stato molto difficile far passare il messaggio che Luciano Moggi controllava l'intero sistema del calcio italiano, muovendo tutti come marionette pronte ad inchinarsi di fronte al grande padrone. Ma le prove quali erano? Quali erano i terribili misfatti compiuti dall'allora dg della Juventus? Come poteva Luciano Moggi da Monticiano, di umili origini, essere il grande signore del calcio italiano?

Ecco un elenco delle cose che si dicevano all'epoca in cui scoppiò lo scandalo:
1) Moggi chiamava i designatori;
2) Moggi chiamava gli arbitri;
3) Moggi decideva le griglie arbitrali;
4) Moggi faceva regali ai designatori e nello specifico regalò una Maserati al designatore Pairetto;
5) Moggi rinchiuse l'arbitro Paparesta negli spogliatoi dopo Reggina-Juventus del 6 novembre 2004;
6) Moggi aveva degli arbitri preferiti che sceglieva per le partite più delicate, come De Santis che, essendo legato alla società Gea, riconducibile alla famiglia Moggi, favoriva la Juventus.
7) La prova schiacciante dell'esistenza della cupola sono le schede svizzere che Moggi acquistò e distribuì con lo scopo di creare una rete di comunicazione segreta.

Bene, ora vediamo punto per punto cosa c'è di vero a distanza di cinque anni.
1) Moggi chiamava i designatori.
Vero, ma all'epoca questo non era proibito dal ragolamento e Moggi non era certo l'unico a fare telefonate del genere. Il 27 ottobre 2008 Narducci, allora pm dell'accusa (ora ha lasciato Calciopoli per entrare nella giunta di De Magistris), dichiarò: "Piaccia o non piaccia agli imputati non ci sono mai state telefonate tra Bergamo o Pairetto e il signor Moratti". Peccato che nell'aprile 2010 i legali di Moggi, dopo avere ascoltato una parte delle 171 mila conversazioni intercettate, abbiano fornito le trascrizioni di telefonate tra Moratti e Bergamo e tra Facchetti e Bergamo. Come mai dopo avere intercettato 171 mila telefonate gli inquirenti trascrissero solo quelle che mettevano in cattiva luce Moggi, Giraudo e la Juventus? Come mai le intercettazioni di Moratti, Facchetti e quelle di altre società sono riemerse solo al processo di Napoli, grazie al lavoro dei legali di Moggi? Misteri italiani.
2) Moggi chiamava gli arbitri.
Falso, non c'è una sola intercettazione in cui Moggi chiama un direttore di gara. C'è solo un'intercettazione in cui l'arbitro Paparesta chiama Moggi, e Moggi appare alquanto scocciato della telefonata, tanto da chiudere bruscamente la conversazione.
In compenso ci sono diverse intercettazioni che dimostrano che Meani, all'epoca dirigente del Milan, chiamò più volte direttori di gara e che Facchetti chiamò l'arbitro De Santis. Ancora una volta c'è da chiedersi perché tutto questo sia rimasto nascosto per molto tempo.
3) Moggi decideva le griglie arbitrali.
Falso. I sorteggi arbitrali erano regolari, lo dicono le sentenze dei tribunali di Torino e Roma. Come faceva allora Moggi ad indovinare le griglie arbitrali? Beh, non era molto difficile indovinare le griglie conoscendo i meccanismi delle designazioni. Tanto che a due anni dalla famosa telefonata con Bergamo in cui indovinava per 4/5 la griglia per la 24ª giornata di A, l'ex d.g. juventino ha colpito ancora con un 3/5, compreso Paparesta per Inter-Roma.
4)  Moggi faceva regali ai designatori e nello specifico regalò una Maserati al designatore Pairetto.
Vero che faceva regali, falso che regalò una maserati. Quest'ultima voce nasce da una telefonata tra Moggi e Pairetto, nella quale i due parlano della consegna di una Maserati. Ma come ammette lo stesso procuratore Maddalena, l'automobile non era destinata a Pairetto, bensì ad un amico di quest'ultimo, e Moggi chiamò la Fiat solo per accelerare i tempi di consegna.
L'abitudine di fare regali ai designatori comunque non era certo esclusiva di Luciano Moggi, come emerge da un'intercettazione trascritta e fatta uscire ancora una volta dai suoi legali nell'aprile 2010, al Processo di Napoli. Si tratta di una chiamata tra Facchetti e Bergamo nella quale l'allora presidente dell'Inter dice al designatore di passare a casa di Moratti perché "ha un regalino da darti". Senza dimenticare poi ciò che successe nel Natale 1999, quando Franco Sensi, al tempo presidente della Roma, pensò bene di regalare costosissimi Rolex ai due designatori e agli arbitri in attività in quella stagione. Cattive abitudini, ma molto diffuse.
5) Moggi rinchiuse l'arbitro Paparesta negli spogliatoi dopo Reggina-Juventus del 6 novembre 2004.
Altra incredibile falsità diffusa dai mezzi di comunicazione e spacciata come la prova dell'esistenza del mostro. Tutto nasce da una conversazione telefonica tra Moggi e un'altra donna, nella quale Moggi, da grande millantatore quale era, si vanta di aver rinchiuso l'arbitro Paparesta nello spogliatoio e di aver portato le chiavi in aeroporto. Sarà capitato sicuramente anche a molti di voi di parlare al telefono con un amico e di raccontargli un episodio ingigantendo o inventando dei dettagli, per il semplice gusto di sentire la sua reazione, ed è proprio quello che fece Moggi in quella famosa chiamata. Tanto che al Processo di Napoli sia Paparesta, sia l'addetto agli arbitri della Reggina, sia un testimone presente hanno negato il fatto e la cosa è stata già, si fa per dire, archiviata.
6) Moggi aveva degli arbitri preferiti che sceglieva per le partite più delicate, come De Santis che, essendo legato alla società Gea, riconducibile alla famiglia Moggi, favoriva la Juventus.
In questi casi bisogna essere analitici: andiamo a vedere la media punti della Juventus con De Santis e la media punti senza De Santis. Nel 2004/2005 De Santis ha diretto 5 volte la Juventus; la Juve ottenne 2 vittorie, 1 pareggio e 2 sconfitte. Quella stagione la Juventus fece 86 punti, ergo: con De Santis media di 1,4 punti a partita, senza De Santis media di 2,39 punti a partita. Non ci vuole uno scienziato fisico per capire che anche questo argomento d'accusa non regge molto.
7) La prova schiacciante dell'esistenza della cupola sono le schede svizzere che Moggi acquistò e distribuì con lo scopo di creare una rete di comunicazione segreta.
Una prima considerazione da fare è che non è un reato possedere schede svizzere. Queste schede, effettivamente, esistono e Moggi non ne ha mai negato il possesso. Moggi ha dichiarato di avere avuto la sensazione di essere intercettato e di averle usate per evitare uno "spionaggio industriale". Sappiamo bene che Moggi era il re del calciomercato, e chi segue o ha seguito un minimo il calcio sa che l'ex dg della Juventus era molto abile nel riuscire a depistare tutti quelli che cercavano di scoprire le sue mosse. Si capisce bene che se le sue telefonate potevano essere ascoltate, altri avrebbero potuto venire a conoscenza degli affari di mercato che portava avanti. Ecco perché si rifornisce di queste schede, acquistandone nove a Chiasso, nel negozio di Teodosio De Cellis. Detto questo, è vero che due di queste schede Moggi le consegnò ai due designatori arbitrali Bergamo e Pairetto, ma è altrettanto vero che Bergamo utilizzò la scheda per poco, non appena finì il credito: la stragrande maggioranza delle telefo­nate fra il designatore e l’ex dg avvenne su linee intercettabili. Poi non è affatto vero che queste schede svizzere non sono intercettabili, come dimostra il perito della difesa l’ing. De Falco “Il cellulare è parte della rete, quindi quando lo accendo tutti sanno dove sono. La rete vede il telefonino e se non lo ha nei database chiede al gestore straniero se può dare la linea. Non è segreta per niente. I telefonini sono tutti intercettabili se si conosce il numero del telefonino. Quando c’è una telefonata il gestore non segna solo il numero della sim ma anche il numero del telefonino. Sarebbe stato interessante vedere se questi numeri erano associati anche ad altri numeri cellulari ma non è stato fatto". Inoltre non c'è neanche una prova che Moggi abbia distribuito queste sim agli arbitri, come invece si insinuava quando scoppiò lo scandalo. Per concludere: si è recentemente scoperto che il negozio di Teodosio De Cellis era frequentato anche da altri dirigenti di squadre di calcio, tra cui il direttore tecnico dell'Inter Marco Branca. Smontata dunque anche l'accusa più pesante.
Crolla, sprofonda l'intero impianto accusatorio.

Il processo sportivo del 2006 si svolse in un clima di fortissimo ostracismo nei confronti della Juventus, di fatto già condannata dai media e dall'opinione pubblica prima ancora che dalla giustizia sportiva. E' così che il 14 luglio 2006 arrivò la prima sentenza della Caf (Commissione d'appello federale): Juventus retrocessa in Serie B con 30 punti di penalizzazione (poi ridotti a 9) e revocati due scudetti (stagioni 2004/2005 e 2005/2006). Il 26 luglio Guido Rossi, nominato commissario straordinario della FIGC, completa l'opera, decidendo di assegnare il Titolo di campione d'Italia per la stagione 2005/2006 all'Inter, con la motivazione di "società simbolo di giustizia e onestà". Va ricordato per la cronaca che Guido Rossi è stato per anni un componente del CdA dell'Inter, ma sappiamo bene che in Italia il conflitto di interessi è un concetto piuttosto vago.

Sono passati cinque anni da quella sentenza che sconvolse gli equilibri del calcio italiano, e il contesto è decisamente diverso. Tutto è cambiato nell'aprile 2010, quando nel procedimento penale in corso presso il Tribunale di Napoli, vennero ammesse nuove intercettazioni che avrebbero rivelato, secondo l'imputato Luciano Moggi, l'esistenza di una una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del settore arbitrale. Alla luce del nuovo materiale probatorio la Juventus presentò il 10 maggio un esposto al CONI, alla FIGC e alla Procura Federale in cui chiedeva la revisione della decisione di assegnare il titolo e pertanto la revoca dello scudetto 2005/2006. Nel luglio 2011, dall'inchiesta condotta dal procuratore federale Stefano Palazzi, è risultato che anche l'Inter ha violato l'articolo dell'illecito sportivo. Dalla relazione di 72 pagine del procuratore federale emerge che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro hanno violato gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale (da Wikipedia). I reati però sono prescritti e dunque viene disposta l'archiviazione per quanto riguarda la posizione dell'Inter.

A distanza di cinque anni possiamo dire che l'unica società che ha pagato davvero, e ha pagato un prezzo salatissimo è stata la Juventus. La sentenza del processo sportivo ha profondamente alterato gli equilibri del calcio italiano, cambiandone di fatto la storia recente. L'Inter, da eterna perdente, è diventata la squadra capace di vincere 5 scudetti consecutivi (sebbene il primo della serie lo vinse a tavolino, essendo arrivata terza a -15 dalla Juventus) e la Champions League 2009/2010; la Juventus invece, da squadra Campione d'Italia, da avere una delle rose più forti al mondo, si ritrovò improvvisamente in Serie B, costretta a vendere, e in alcuni casi a svendere, molte delle sue stelle: Cannavaro, Thuram, Zambrotta, Vieira, Emerson, Ibrahimovic se ne andarono tutti in quella estate. Per non parlare dei danni d'immagine ed economici che derivarono dalla condanna.
Sta per iniziare la sesta stagione post calciopoli e la Juventus non è ancora uscita dalle sabbie mobili della ricostruzione. Distruggere è semplice, ricostruire può essere terribilmente difficile. Quando si parla di calciopoli, l'errore è pensare che si parli solo di due scudetti; si parla di molto di più: di un processo, quello sportivo, durato venti giorni, che lascia ancora oggi i suoi effetti ben visibili sul calcio italiano. Quando si parla di calciopoli ci sono in gioco le ultime cinque stagioni.

Alla luce del nuovo materiale probatorio emerso nell'aprile 2010, la Juventus non sarebbe stata condannata ad una pena così dura, si sarebbe relativizzata la sua posizione, non ci sarebbe stata nessuna Serie B, sarebbero rimasti i suoi campioni. In poche parole il suo percorso di successi non si sarebbe bruscamente interrotto. Restano e probabilmente resteranno alcune domande irrisolte: perché gli inquirenti e il Colonnello Auricchio, che pilotò le indagini, trascrissero solo alcune delle 171mila intercettazioni, in particolare quelle che mettevano in cattiva luce Moggi e la Juventus? Perché non vennero trascritte le intercettazioni tra Facchetti, Moratti e i designatori arbitrali e i direttori di gara? Perché tutto questo è rimasto nascosto ed è saltato fuori solo nell'aprile 2010, a distanza di quattro anni dallo scandalo, grazie al paziente lavoro degli avvocati di Moggi?

Calciopoli è una vicenda molto squallida, nella quale ci sono ancora troppe zone d'ombra e domande irrisolte. E' sintomatico, da questo punto di vista, anche il processo di trasformazione attraverso cui è passato il neologismo usato per designare lo scandalo del calcio italiano: nel pieno della tempesta mediatica Oliviero Beha coniò il termine moggiopoli, sul modello di tangentopoli, salvo poi pentirsi e passare ad un più neutrale calciopoli, a sua volta poi ribattezzato da molti farsopoli. Tutto ciò è una conseguenza del modo poco chiaro in cui sono state condotte le indagini e del modo altrettanto poco chiaro in cui è stata gestita l'intera vicenda.

Mi sa che ancora una volta aveva ragione il grande e compianto Enzo Biagi, quando in quella famosa intervista al Tirreno dell'agosto 2006, disse: "Vuoi vedere che per coprire uno scandalo di dimensioni ciclopiche hanno individuato in Luciano Moggi il cattivo da dare in pasto al popolino?".