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venerdì 23 dicembre 2011

Se lo dice l'investigatore...

Oggi il Corriere dello Sport ha pubblicato un'intervista/confessione di un investigatore della squadra di Auricchio che condusse le indagini su Calciopoli. Finalmente emergono delle rivelazioni/ammissioni importanti da parte di chi quelle indagini le ha fatte: «Troppi buchi nelle intercettazioni, è stata una cosa forzata: non abbiamo mai scoperto una vera partita truccata. Le condanne non stanno in piedi». Consiglio vivamente a tutti coloro che sono interessati all'argomento di leggere questa intervista/confessione (la trovate qui sotto oppure cliccate qui per leggere direttamente dalle pagine del Corriere), perché si capiscono molte cose. Adesso tutti devono aprire gli occhi su Calciopoli. Nessuno può continuare a credere alla favoletta che ci hanno raccontato nel 2006.
Buona lettura.


ROMA - Parla uno degli uomini di Calciopoli. Parla, racconta, descrive pagine di un libro inedito, svelandoci le “sue” verità. L'idea è che le sue rivelazioni non siano solo un sasso nello stagno ma uno stimolo al dibattito. E su queste colonne chi vuole e vorrà rispondere troverà uguale ospitalità. Intanto, il nostro interlocutore parla (ci dice) per liberarsi da un peso, per sperare che la “sua” verità possa diventare verità storica. Un appuntamento mancato nei dintorni di Firenze, l’attesa attorno all’ora di pranzo, un hotel a fare da coreografia. Viene o non viene? No, non verrà, un contrattempo, all’ultimo momento, perché succede così anche nei film che fanno botteghino. Ma è una parentesi, che si chiude qualche giorno dopo, nel cuore di Roma, un ufficio con vista fra la cupola di San Pietro e il Tevere, mentre intorno brillano le luci di Natale. Si comincia che il sereno del cielo sta per farsi azzurro, si finisce che è notte ed il freddo è tornato pungente. Parla, uno degli uomini di Calciopoli. Non uno qualsiasi, però. Ma uno che, in quell’inchiesta, stava dall’altra parte, dalla parte di chi, quelle indagini, le ha fatte. Un investigatore. Ci qualifichiamo, i documenti sul tavolo, non per mancanza di fiducia, ma per garanzia reciproca. Chiede che il suo nome non venga svelato sul giornale. E poi racconta....

Calciopoli, definito il più grande scandalo del calcio mondiale, nasce da quale inchiesta?
«La cosa degli arbitri, l’inchiesta che stava a Napoli. Da lì poi parte un supplemento di indagini, perchè a Torino avevano archiviato e mandato gli atti... Da questo hanno preso spunto e da lì sono partite varie intercettazioni, all'inizio erano due telefoni controllati, telefonino e telefono di casa...».

Da due telefoni a oltre centosettantamila intercettazioni?
«Si allarga il giro con le telefonate: questo conosceva quello, quello conosceva quell'altro e si iniziano a mettere tutti i telefoni sotto controllo. In un momento uscivano venti numeri di telefono nuovi. Parlavano, parlavano... Parlavano di stupidaggini alla fine, niente di che... Fino a quando si è arrivati a Moggi. Anche se, quando senti il sonoro, quello scherza, quell'altro fa il fenomeno...». 

Lei ascoltava le telefonate?
«Si, sentivo le intercettazioni».

Quanti eravate?
«Dodici, ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, in via in Selci. Ma non pensate alle bobine di una volta. Ci sono computer, entri con la password...e ognuno seguiva una singola utenza.. Poi alla fine si faceva una riunione, io ho seguito questo, ho seguito quell'altro e si faceva resoconto».

Ci spieghi una cosa: come mai le telefonate che riguardavano l’Inter non sono entrate nell’inchiesta? Eppure il loro tenore non era diverso da quelle che abbiamo letto, dal 2006 ad oggi...
«Noi facevamo i baffetti: dopo ogni telefonata usavamo il verde se le conversazioni erano ininfluenti, l’arancione se c'era qualche cosettina. Col rosso parlavano di calcio (nel senso, cose che potevano interessare all’inchiesta, ndr). Noi facevamo un rapido riassunto, un brogliaccio. Ogni telefonata aveva il suo brogliaccio, nome cognome e di cosa parlavano, se era interessante.. C'era una cartellina con il nome».

Ha mai intercettato una telefonata dell’Inter? Le ha mai sentite? Sapeva che c’erano?
«Che ci stavano sì, ma io personalmente no. Io facevo altro...».

Ma lei ha mai sentito Bergamo, ad esempio, che parlava con Facchetti. O con Moratti.
«Tu non è che fai sempre gli stessi... Se capita che non ci sei, c'è un altro che ascolta».

Una giornata a sentire le intercettazioni, a mettere i baffetti e scrivere i brogliacci. E poi?
«Tutte le sere si facevano le riunioni a fine servizio. Attorno ad un tavolo».

Ha mai avuto la sensazione di “tagli”?
«No. Che poi c'erano Auricchio (il tenente colonnello del Nucleo Investigativo dei Carabinieri, ndr) e Di Laroni (maresciallo capo dei Carabinieri) che decidevano cosa mettere o non mettere nell'informativa è un altro discorso. Ma durante le riunioni no».

Però alcune intercettazioni non sono finite nell’inchiesta, nelle indagini. Un’anomalia?
«C’erano perché ci sono le registrazioni. La cosa un po’ anomala è il server delle intercettazioni. E’ in Procura, a Roma, a Piazzale Clodio. Quando c’era qualche problema, e capitava spesso, telefonavamo a chi era in Procura: “Guarda, la postazione 15 qui non funziona, che è successo?” “Vabbé adesso controllo....”. Dopo un po’ richiamavano da Piazzale Clodio: “Ti ho ridato la linea, vedi un po’”. Andavi a controllare, magari avevi finito alla telefonata 250 e ti ritrovavi alla telefonata 280. E le altre 30? “Me le so perse...”».

Chi contattava il responsabile del server a Piazzale Clodio?
«Non ci parlavamo solo noi, c’era anche il responsabile della sala. Ci parlava Auricchio, ci parlava Di Laroni...».

E’ tecnicamente possibile non intercettare un’utenza sotto controllo per un determinato periodo di tempo?
«Tranquillamente. Tu stacchi il server e la cosa si perde».

Torniamo alle telefonate alle quali avevate messo i baffetti rossi: non sono finite nell’inchiesta.
«Evidentemente non ci dovevano andare, che devo dire.... Non lo so questo. So soltanto che quello che veniva fatto, veniva fatto per costruire. Poi io ti porto il materiale, t’ho portato il mattone ma se tu non ce lo metti, sto mattone..».

Vi hanno detto che l’indagine doveva essere fatta su Moggi, Bergamo, Pairetto, eccetera?
«No, no. Noi eravamo liberi».

Quindi il lavoro di scrematura veniva fatto dopo?
«Sì, nella seconda fase».

Avete mai intercettato le sim estere? Quelle del gestore svizzero, per capirci.
«Quando vai ad intercettare una scheda straniera, in questo caso Svizzera, devi chiedere l’autorizzazione. E loro che cosa hanno fatto? L’hanno chiesta ma, nello stesso tempo, hanno già attaccato il telefono. Ma a quel telefono non parlavano. In quindici giorni, questa scheda, non ha fatto niente».

Di chi era la scheda?
«Di Luciano Moggi»

Non la usava?
«Non faceva niente, telefono muto. E’ come se tu metti sotto (controllo, ndr) questo telefono (e indica il suo, ndr) e poi questo è spento per un mese. Zero. E quindi questa cosa delle schede è stata un po’ accantonata perché poi l’autorizzazione non te la dava nessuno».

Si parlava di anomalie.
«Nel corso di questa indagine sono nate delle cose che inizialmente non c’erano, mentre cose che inizialmente c’erano, non ci stanno più».

Cioè?
«Un esempio di quello che non c’era e si è materializzato nel giro di poco tempo: Martino Manfredi (ex segretario della Can A-B, ndr). Quando l’abbiamo portato in ufficio era morto, era un cadavere, tremava, aveva paura... Diceva: “io non so niente, non ‘è successo niente, ma quando mai... “. E piangeva sul fatto del posto di lavoro... “come faccio... non posso lavorare più, mi devo sposare...”. Dopo un po’ di tempo, sto Martino un giorno è andato a lavorare in Federcalcio.... quando lui ha cominciato ad essere interrogato.... improvvisamente è uscita la storia delle palline. Quella è la cosa che io dico: è lecito e capibile da parte sua, un po’ meno da.... ».

Si può definire un pentito?
«Non lo so. Prima non sapeva niente, poi sapeva tutto, sapeva di questo, di quell’altro, di Pairetto, della Fazi...».

Lei ha detto: cose che inizialmente c’erano, non ci stanno più. Cioè?
«La storia dell’intercettazione ambientale a Villa La Massa, vicino Firenze».

E’ il pranzo che secondo l’accusa rappresenta l’architrave del patto per salvare la Fiorentina. Andrea e Diego Della Valle da una parte, Mazzini e Bergamo dall’altra. Bene, e cosa non c’è più?
«Di questo incontro si è saputo nell’arco di 4, 5 giorni, attraverso le intercettazioni. Il servizio era organizzato con telecamera e microfono direzionale. Se la cosa fosse stata fatta in un locale dove c’era gente e avendolo saputo «Scoppiò una lite tra capi: uno voleva chiudere il caso l’altro no e si andò avanti»un po’ prima, si potevano mettere microspie dappertutto. Invece così, in pochissimo tempo, e non a Roma ma a Firenze, era difficoltoso. Con il microfono direzionale, a cinquanta, cento metri, senti quello che uno dice. E lo filmi con la telecamera. Però sta voce non s’è mai sentita.... Io so che l’hanno sentita... Questa cosa è importante perché là io so che non hanno parlato di niente. Questi qui hanno parlato ma non hanno detto niente di.... Magari pensi che Della Valle abbia detto a Mazzini: “Dai, famme vince, mandami quest’arbitro”, che sarebbe stata una cosa penalmente rilevante. Invece, non hanno detto niente. Ci sono le immagini, Diego e Andrea che scendono dal furgoncino, che si sono incontrati con Bergamo. Hanno dato più rilevanza a questo che non facendo sentire l’audio».

Secondo lei, quindi, l’audio c’è?
«Non secondo me. L’audio c’è».

Sicuro?
«Sicuro».

La difesa della Fiorentina, durante il processo, ha puntato proprio sulla presunta esistenza di quest’audio...
«La Fiorentina evidentemente qualcosa ha saputo... E’ come il fatto del “Libro nero” (dell’Espresso, ndr), cioè, sto libro nero da là è uscito, non è un foglio, è tutta l’informativa e qualcuno l’ha data all’Espresso. Quindi i buchi ci stanno. Della Valle qualcosa sa».

Come funziona un’intercettazione ambientale con il microfono direzionale?
«E’ una valigetta, c’è un microfono che somiglia ad una specie di pistola con una parabola. La punti verso il soggetto....Ma da quel giorno non s’è saputo più nulla di questa cosa qua...».

Ricorda altre situazioni poco chiare?
«No, a queste ho sempre pensato. E mi dico: perché uno deve passare i guai, per che cosa? E quell’altro, perché deve andare dentro? Moralmente ti pesa, dopo un po’ ti dici: mamma mia».

Tra quelli che sono stati condannati in primo grado, quali sono quelli che pagano troppo o ingiustamente?
«Io dico la verità, la maggior parte. Cioè, è una cosa fatta, forzata un po’, ci stava la telefonata, però se vai a vedere effettivamente le partite, partite veramente truccate, dove l’arbitro è stato veramente coinvolto. Non ci sono. Non c’è la partita dove si dice: adesso li abbiamo beccati. Si era parlato di questo è Lecce-Parma, di De Santis, quella di “mi sono messo in mezzo”. E’ una spacconeria, quello voleva fare il fenomeno».

Sì, ma sono state condannate tante persone. Lei, invece, parla di spacconate: qualcosa non torna...
«Secondo me, di veramente importante, che uno deve prendere cinque anni, sei anni, non ci sta niente. Poi magari pensi all’eccessivo modo spavaldo di Moggi che può dare anche fastidio, questo ci può stare, quello è il periodo in cui era prepotente, arrogante. Ma da lì ad arrivare a.... Bisognava dimostrare che c’era un’associazione. Lui, solo lui (Moggi, ndr) fa l’associazione? Così è un’altra cosa... E’ una questione di prestigio, di carriera».

Ma l’hanno fatta tutti, la carriera?
«Mica tanto: Auricchio e Arcangioli stanno alle scuole.... non è che so stati proprio premiati....Uno alla scuola Ufficiali, uno alla scuola Allievi...».

Non ricorda niente altro di particolare. Non necessariamente di anomalo. Magari anche solo di curioso.
«Mi hanno raccontato di alcune cenette: Auricchio, Arcangioli, Narducci, anche altri personaggi che hanno segnato quel periodo di Calciopoli. In qualche caso, mi sono chiesto che importanza poteva avere andare a mangiare con Narducci. Sono andati a cena a Napoli, di fronte al Vesuvio, a Castel dell’Ovo... da Zi’ Teresa. E non c’erano solo gli investigatori».

Ha detto che non c’era nulla di penalmente rilevante: c’è stato qualcuno che, ad un certo punto, ha avuto dubbi sul peso dell’indagine, sulla necessità di continuare ad andare avanti?
«Sì, Arcangioli. Disse: basta. E lì è nato lo scontro con Auricchio, arrivarono ai ferri corti».

Quindi voleva stoppare l’indagine perché debole?
«Sì, Arcangioli sì. Erano impegnate quindici, venti persone per questa cosa qua. E l’autista; e quello che deve andare di continuo a Napoli. Non era cosa... In una sezione di sessanta persone, ne levi quindici, le altre fanno tutto il lavoro».

Qualche pentito c’è stato?
«No».

In via in Selci (è la sede del Nucleo Investigativo dei Carabinieri), dove si sono svolti gli interrogatori, sarebbero successe due cose: una che Moggi si mise a piangere e l’altra che l’ex arbitro Paparesta accusò un malore: verità o leggenda?
«Non è vero».
Edmondo Pinna

venerdì 8 luglio 2011

Moggiopoli, calciopoli, farsopoli: una storia italiana

Ho sempre pensato che calciopoli sia una una tipica storia italiana, piena di zone oscure e manovre sotterranee poco chiare. Presentato al popolo italiano come il più grande scandalo della storia del pallone, a distanza di cinque anni sta assumendo più le forme del complotto che altro. Enzo Biagi, nel pieno della torrida estate 2006 del calcio italiano, rilasciò al Tirreno un'intervista che per la sua eccezionale lungimiranza merita di essere ricordata. Biagi si era reso conto prima di tutti che c'era qualcosa di molto strano nell'impalcatura di calciopoli e nel feroce accanimento mediatico contro la Juventus e in particolare contro la figura di Luciano Moggi. Un accanimento tale da fargli pensare che fosse stato creato e studiato ad hoc per coprire vicende infinitamente più gravi. Un pensiero davvero coraggioso e audace se consideriamo il momento in cui veniva espresso.
Ci sono in effetti molte cose strane in questa squallida vicenda che ha sconvolto il mondo del calcio nostrano. Ma andiamo per gradi e ricominciamo dall'inizio, dall'estate del 2006.

Quando scoppiò lo scandalo tutte le televisioni e i giornali, sportivi e non, individuarono lo stesso grande capro espiatorio: Luciano Moggi. Dunque pagine su pagine di intercettazione date in pasto al popolino, telefonate anche private messe alla mercé di tutti. Un unico grande obiettivo: inchiodare il mostro. Giornali e televisioni hanno un potere enorme sull'opinione pubblica, soprattutto quando sono tutti coalizzati sulla stessa linea. Non è stato molto difficile far passare il messaggio che Luciano Moggi controllava l'intero sistema del calcio italiano, muovendo tutti come marionette pronte ad inchinarsi di fronte al grande padrone. Ma le prove quali erano? Quali erano i terribili misfatti compiuti dall'allora dg della Juventus? Come poteva Luciano Moggi da Monticiano, di umili origini, essere il grande signore del calcio italiano?

Ecco un elenco delle cose che si dicevano all'epoca in cui scoppiò lo scandalo:
1) Moggi chiamava i designatori;
2) Moggi chiamava gli arbitri;
3) Moggi decideva le griglie arbitrali;
4) Moggi faceva regali ai designatori e nello specifico regalò una Maserati al designatore Pairetto;
5) Moggi rinchiuse l'arbitro Paparesta negli spogliatoi dopo Reggina-Juventus del 6 novembre 2004;
6) Moggi aveva degli arbitri preferiti che sceglieva per le partite più delicate, come De Santis che, essendo legato alla società Gea, riconducibile alla famiglia Moggi, favoriva la Juventus.
7) La prova schiacciante dell'esistenza della cupola sono le schede svizzere che Moggi acquistò e distribuì con lo scopo di creare una rete di comunicazione segreta.

Bene, ora vediamo punto per punto cosa c'è di vero a distanza di cinque anni.
1) Moggi chiamava i designatori.
Vero, ma all'epoca questo non era proibito dal ragolamento e Moggi non era certo l'unico a fare telefonate del genere. Il 27 ottobre 2008 Narducci, allora pm dell'accusa (ora ha lasciato Calciopoli per entrare nella giunta di De Magistris), dichiarò: "Piaccia o non piaccia agli imputati non ci sono mai state telefonate tra Bergamo o Pairetto e il signor Moratti". Peccato che nell'aprile 2010 i legali di Moggi, dopo avere ascoltato una parte delle 171 mila conversazioni intercettate, abbiano fornito le trascrizioni di telefonate tra Moratti e Bergamo e tra Facchetti e Bergamo. Come mai dopo avere intercettato 171 mila telefonate gli inquirenti trascrissero solo quelle che mettevano in cattiva luce Moggi, Giraudo e la Juventus? Come mai le intercettazioni di Moratti, Facchetti e quelle di altre società sono riemerse solo al processo di Napoli, grazie al lavoro dei legali di Moggi? Misteri italiani.
2) Moggi chiamava gli arbitri.
Falso, non c'è una sola intercettazione in cui Moggi chiama un direttore di gara. C'è solo un'intercettazione in cui l'arbitro Paparesta chiama Moggi, e Moggi appare alquanto scocciato della telefonata, tanto da chiudere bruscamente la conversazione.
In compenso ci sono diverse intercettazioni che dimostrano che Meani, all'epoca dirigente del Milan, chiamò più volte direttori di gara e che Facchetti chiamò l'arbitro De Santis. Ancora una volta c'è da chiedersi perché tutto questo sia rimasto nascosto per molto tempo.
3) Moggi decideva le griglie arbitrali.
Falso. I sorteggi arbitrali erano regolari, lo dicono le sentenze dei tribunali di Torino e Roma. Come faceva allora Moggi ad indovinare le griglie arbitrali? Beh, non era molto difficile indovinare le griglie conoscendo i meccanismi delle designazioni. Tanto che a due anni dalla famosa telefonata con Bergamo in cui indovinava per 4/5 la griglia per la 24ª giornata di A, l'ex d.g. juventino ha colpito ancora con un 3/5, compreso Paparesta per Inter-Roma.
4)  Moggi faceva regali ai designatori e nello specifico regalò una Maserati al designatore Pairetto.
Vero che faceva regali, falso che regalò una maserati. Quest'ultima voce nasce da una telefonata tra Moggi e Pairetto, nella quale i due parlano della consegna di una Maserati. Ma come ammette lo stesso procuratore Maddalena, l'automobile non era destinata a Pairetto, bensì ad un amico di quest'ultimo, e Moggi chiamò la Fiat solo per accelerare i tempi di consegna.
L'abitudine di fare regali ai designatori comunque non era certo esclusiva di Luciano Moggi, come emerge da un'intercettazione trascritta e fatta uscire ancora una volta dai suoi legali nell'aprile 2010, al Processo di Napoli. Si tratta di una chiamata tra Facchetti e Bergamo nella quale l'allora presidente dell'Inter dice al designatore di passare a casa di Moratti perché "ha un regalino da darti". Senza dimenticare poi ciò che successe nel Natale 1999, quando Franco Sensi, al tempo presidente della Roma, pensò bene di regalare costosissimi Rolex ai due designatori e agli arbitri in attività in quella stagione. Cattive abitudini, ma molto diffuse.
5) Moggi rinchiuse l'arbitro Paparesta negli spogliatoi dopo Reggina-Juventus del 6 novembre 2004.
Altra incredibile falsità diffusa dai mezzi di comunicazione e spacciata come la prova dell'esistenza del mostro. Tutto nasce da una conversazione telefonica tra Moggi e un'altra donna, nella quale Moggi, da grande millantatore quale era, si vanta di aver rinchiuso l'arbitro Paparesta nello spogliatoio e di aver portato le chiavi in aeroporto. Sarà capitato sicuramente anche a molti di voi di parlare al telefono con un amico e di raccontargli un episodio ingigantendo o inventando dei dettagli, per il semplice gusto di sentire la sua reazione, ed è proprio quello che fece Moggi in quella famosa chiamata. Tanto che al Processo di Napoli sia Paparesta, sia l'addetto agli arbitri della Reggina, sia un testimone presente hanno negato il fatto e la cosa è stata già, si fa per dire, archiviata.
6) Moggi aveva degli arbitri preferiti che sceglieva per le partite più delicate, come De Santis che, essendo legato alla società Gea, riconducibile alla famiglia Moggi, favoriva la Juventus.
In questi casi bisogna essere analitici: andiamo a vedere la media punti della Juventus con De Santis e la media punti senza De Santis. Nel 2004/2005 De Santis ha diretto 5 volte la Juventus; la Juve ottenne 2 vittorie, 1 pareggio e 2 sconfitte. Quella stagione la Juventus fece 86 punti, ergo: con De Santis media di 1,4 punti a partita, senza De Santis media di 2,39 punti a partita. Non ci vuole uno scienziato fisico per capire che anche questo argomento d'accusa non regge molto.
7) La prova schiacciante dell'esistenza della cupola sono le schede svizzere che Moggi acquistò e distribuì con lo scopo di creare una rete di comunicazione segreta.
Una prima considerazione da fare è che non è un reato possedere schede svizzere. Queste schede, effettivamente, esistono e Moggi non ne ha mai negato il possesso. Moggi ha dichiarato di avere avuto la sensazione di essere intercettato e di averle usate per evitare uno "spionaggio industriale". Sappiamo bene che Moggi era il re del calciomercato, e chi segue o ha seguito un minimo il calcio sa che l'ex dg della Juventus era molto abile nel riuscire a depistare tutti quelli che cercavano di scoprire le sue mosse. Si capisce bene che se le sue telefonate potevano essere ascoltate, altri avrebbero potuto venire a conoscenza degli affari di mercato che portava avanti. Ecco perché si rifornisce di queste schede, acquistandone nove a Chiasso, nel negozio di Teodosio De Cellis. Detto questo, è vero che due di queste schede Moggi le consegnò ai due designatori arbitrali Bergamo e Pairetto, ma è altrettanto vero che Bergamo utilizzò la scheda per poco, non appena finì il credito: la stragrande maggioranza delle telefo­nate fra il designatore e l’ex dg avvenne su linee intercettabili. Poi non è affatto vero che queste schede svizzere non sono intercettabili, come dimostra il perito della difesa l’ing. De Falco “Il cellulare è parte della rete, quindi quando lo accendo tutti sanno dove sono. La rete vede il telefonino e se non lo ha nei database chiede al gestore straniero se può dare la linea. Non è segreta per niente. I telefonini sono tutti intercettabili se si conosce il numero del telefonino. Quando c’è una telefonata il gestore non segna solo il numero della sim ma anche il numero del telefonino. Sarebbe stato interessante vedere se questi numeri erano associati anche ad altri numeri cellulari ma non è stato fatto". Inoltre non c'è neanche una prova che Moggi abbia distribuito queste sim agli arbitri, come invece si insinuava quando scoppiò lo scandalo. Per concludere: si è recentemente scoperto che il negozio di Teodosio De Cellis era frequentato anche da altri dirigenti di squadre di calcio, tra cui il direttore tecnico dell'Inter Marco Branca. Smontata dunque anche l'accusa più pesante.
Crolla, sprofonda l'intero impianto accusatorio.

Il processo sportivo del 2006 si svolse in un clima di fortissimo ostracismo nei confronti della Juventus, di fatto già condannata dai media e dall'opinione pubblica prima ancora che dalla giustizia sportiva. E' così che il 14 luglio 2006 arrivò la prima sentenza della Caf (Commissione d'appello federale): Juventus retrocessa in Serie B con 30 punti di penalizzazione (poi ridotti a 9) e revocati due scudetti (stagioni 2004/2005 e 2005/2006). Il 26 luglio Guido Rossi, nominato commissario straordinario della FIGC, completa l'opera, decidendo di assegnare il Titolo di campione d'Italia per la stagione 2005/2006 all'Inter, con la motivazione di "società simbolo di giustizia e onestà". Va ricordato per la cronaca che Guido Rossi è stato per anni un componente del CdA dell'Inter, ma sappiamo bene che in Italia il conflitto di interessi è un concetto piuttosto vago.

Sono passati cinque anni da quella sentenza che sconvolse gli equilibri del calcio italiano, e il contesto è decisamente diverso. Tutto è cambiato nell'aprile 2010, quando nel procedimento penale in corso presso il Tribunale di Napoli, vennero ammesse nuove intercettazioni che avrebbero rivelato, secondo l'imputato Luciano Moggi, l'esistenza di una una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del settore arbitrale. Alla luce del nuovo materiale probatorio la Juventus presentò il 10 maggio un esposto al CONI, alla FIGC e alla Procura Federale in cui chiedeva la revisione della decisione di assegnare il titolo e pertanto la revoca dello scudetto 2005/2006. Nel luglio 2011, dall'inchiesta condotta dal procuratore federale Stefano Palazzi, è risultato che anche l'Inter ha violato l'articolo dell'illecito sportivo. Dalla relazione di 72 pagine del procuratore federale emerge che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro hanno violato gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale (da Wikipedia). I reati però sono prescritti e dunque viene disposta l'archiviazione per quanto riguarda la posizione dell'Inter.

A distanza di cinque anni possiamo dire che l'unica società che ha pagato davvero, e ha pagato un prezzo salatissimo è stata la Juventus. La sentenza del processo sportivo ha profondamente alterato gli equilibri del calcio italiano, cambiandone di fatto la storia recente. L'Inter, da eterna perdente, è diventata la squadra capace di vincere 5 scudetti consecutivi (sebbene il primo della serie lo vinse a tavolino, essendo arrivata terza a -15 dalla Juventus) e la Champions League 2009/2010; la Juventus invece, da squadra Campione d'Italia, da avere una delle rose più forti al mondo, si ritrovò improvvisamente in Serie B, costretta a vendere, e in alcuni casi a svendere, molte delle sue stelle: Cannavaro, Thuram, Zambrotta, Vieira, Emerson, Ibrahimovic se ne andarono tutti in quella estate. Per non parlare dei danni d'immagine ed economici che derivarono dalla condanna.
Sta per iniziare la sesta stagione post calciopoli e la Juventus non è ancora uscita dalle sabbie mobili della ricostruzione. Distruggere è semplice, ricostruire può essere terribilmente difficile. Quando si parla di calciopoli, l'errore è pensare che si parli solo di due scudetti; si parla di molto di più: di un processo, quello sportivo, durato venti giorni, che lascia ancora oggi i suoi effetti ben visibili sul calcio italiano. Quando si parla di calciopoli ci sono in gioco le ultime cinque stagioni.

Alla luce del nuovo materiale probatorio emerso nell'aprile 2010, la Juventus non sarebbe stata condannata ad una pena così dura, si sarebbe relativizzata la sua posizione, non ci sarebbe stata nessuna Serie B, sarebbero rimasti i suoi campioni. In poche parole il suo percorso di successi non si sarebbe bruscamente interrotto. Restano e probabilmente resteranno alcune domande irrisolte: perché gli inquirenti e il Colonnello Auricchio, che pilotò le indagini, trascrissero solo alcune delle 171mila intercettazioni, in particolare quelle che mettevano in cattiva luce Moggi e la Juventus? Perché non vennero trascritte le intercettazioni tra Facchetti, Moratti e i designatori arbitrali e i direttori di gara? Perché tutto questo è rimasto nascosto ed è saltato fuori solo nell'aprile 2010, a distanza di quattro anni dallo scandalo, grazie al paziente lavoro degli avvocati di Moggi?

Calciopoli è una vicenda molto squallida, nella quale ci sono ancora troppe zone d'ombra e domande irrisolte. E' sintomatico, da questo punto di vista, anche il processo di trasformazione attraverso cui è passato il neologismo usato per designare lo scandalo del calcio italiano: nel pieno della tempesta mediatica Oliviero Beha coniò il termine moggiopoli, sul modello di tangentopoli, salvo poi pentirsi e passare ad un più neutrale calciopoli, a sua volta poi ribattezzato da molti farsopoli. Tutto ciò è una conseguenza del modo poco chiaro in cui sono state condotte le indagini e del modo altrettanto poco chiaro in cui è stata gestita l'intera vicenda.

Mi sa che ancora una volta aveva ragione il grande e compianto Enzo Biagi, quando in quella famosa intervista al Tirreno dell'agosto 2006, disse: "Vuoi vedere che per coprire uno scandalo di dimensioni ciclopiche hanno individuato in Luciano Moggi il cattivo da dare in pasto al popolino?".