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venerdì 23 dicembre 2011

Se lo dice l'investigatore...

Oggi il Corriere dello Sport ha pubblicato un'intervista/confessione di un investigatore della squadra di Auricchio che condusse le indagini su Calciopoli. Finalmente emergono delle rivelazioni/ammissioni importanti da parte di chi quelle indagini le ha fatte: «Troppi buchi nelle intercettazioni, è stata una cosa forzata: non abbiamo mai scoperto una vera partita truccata. Le condanne non stanno in piedi». Consiglio vivamente a tutti coloro che sono interessati all'argomento di leggere questa intervista/confessione (la trovate qui sotto oppure cliccate qui per leggere direttamente dalle pagine del Corriere), perché si capiscono molte cose. Adesso tutti devono aprire gli occhi su Calciopoli. Nessuno può continuare a credere alla favoletta che ci hanno raccontato nel 2006.
Buona lettura.


ROMA - Parla uno degli uomini di Calciopoli. Parla, racconta, descrive pagine di un libro inedito, svelandoci le “sue” verità. L'idea è che le sue rivelazioni non siano solo un sasso nello stagno ma uno stimolo al dibattito. E su queste colonne chi vuole e vorrà rispondere troverà uguale ospitalità. Intanto, il nostro interlocutore parla (ci dice) per liberarsi da un peso, per sperare che la “sua” verità possa diventare verità storica. Un appuntamento mancato nei dintorni di Firenze, l’attesa attorno all’ora di pranzo, un hotel a fare da coreografia. Viene o non viene? No, non verrà, un contrattempo, all’ultimo momento, perché succede così anche nei film che fanno botteghino. Ma è una parentesi, che si chiude qualche giorno dopo, nel cuore di Roma, un ufficio con vista fra la cupola di San Pietro e il Tevere, mentre intorno brillano le luci di Natale. Si comincia che il sereno del cielo sta per farsi azzurro, si finisce che è notte ed il freddo è tornato pungente. Parla, uno degli uomini di Calciopoli. Non uno qualsiasi, però. Ma uno che, in quell’inchiesta, stava dall’altra parte, dalla parte di chi, quelle indagini, le ha fatte. Un investigatore. Ci qualifichiamo, i documenti sul tavolo, non per mancanza di fiducia, ma per garanzia reciproca. Chiede che il suo nome non venga svelato sul giornale. E poi racconta....

Calciopoli, definito il più grande scandalo del calcio mondiale, nasce da quale inchiesta?
«La cosa degli arbitri, l’inchiesta che stava a Napoli. Da lì poi parte un supplemento di indagini, perchè a Torino avevano archiviato e mandato gli atti... Da questo hanno preso spunto e da lì sono partite varie intercettazioni, all'inizio erano due telefoni controllati, telefonino e telefono di casa...».

Da due telefoni a oltre centosettantamila intercettazioni?
«Si allarga il giro con le telefonate: questo conosceva quello, quello conosceva quell'altro e si iniziano a mettere tutti i telefoni sotto controllo. In un momento uscivano venti numeri di telefono nuovi. Parlavano, parlavano... Parlavano di stupidaggini alla fine, niente di che... Fino a quando si è arrivati a Moggi. Anche se, quando senti il sonoro, quello scherza, quell'altro fa il fenomeno...». 

Lei ascoltava le telefonate?
«Si, sentivo le intercettazioni».

Quanti eravate?
«Dodici, ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, in via in Selci. Ma non pensate alle bobine di una volta. Ci sono computer, entri con la password...e ognuno seguiva una singola utenza.. Poi alla fine si faceva una riunione, io ho seguito questo, ho seguito quell'altro e si faceva resoconto».

Ci spieghi una cosa: come mai le telefonate che riguardavano l’Inter non sono entrate nell’inchiesta? Eppure il loro tenore non era diverso da quelle che abbiamo letto, dal 2006 ad oggi...
«Noi facevamo i baffetti: dopo ogni telefonata usavamo il verde se le conversazioni erano ininfluenti, l’arancione se c'era qualche cosettina. Col rosso parlavano di calcio (nel senso, cose che potevano interessare all’inchiesta, ndr). Noi facevamo un rapido riassunto, un brogliaccio. Ogni telefonata aveva il suo brogliaccio, nome cognome e di cosa parlavano, se era interessante.. C'era una cartellina con il nome».

Ha mai intercettato una telefonata dell’Inter? Le ha mai sentite? Sapeva che c’erano?
«Che ci stavano sì, ma io personalmente no. Io facevo altro...».

Ma lei ha mai sentito Bergamo, ad esempio, che parlava con Facchetti. O con Moratti.
«Tu non è che fai sempre gli stessi... Se capita che non ci sei, c'è un altro che ascolta».

Una giornata a sentire le intercettazioni, a mettere i baffetti e scrivere i brogliacci. E poi?
«Tutte le sere si facevano le riunioni a fine servizio. Attorno ad un tavolo».

Ha mai avuto la sensazione di “tagli”?
«No. Che poi c'erano Auricchio (il tenente colonnello del Nucleo Investigativo dei Carabinieri, ndr) e Di Laroni (maresciallo capo dei Carabinieri) che decidevano cosa mettere o non mettere nell'informativa è un altro discorso. Ma durante le riunioni no».

Però alcune intercettazioni non sono finite nell’inchiesta, nelle indagini. Un’anomalia?
«C’erano perché ci sono le registrazioni. La cosa un po’ anomala è il server delle intercettazioni. E’ in Procura, a Roma, a Piazzale Clodio. Quando c’era qualche problema, e capitava spesso, telefonavamo a chi era in Procura: “Guarda, la postazione 15 qui non funziona, che è successo?” “Vabbé adesso controllo....”. Dopo un po’ richiamavano da Piazzale Clodio: “Ti ho ridato la linea, vedi un po’”. Andavi a controllare, magari avevi finito alla telefonata 250 e ti ritrovavi alla telefonata 280. E le altre 30? “Me le so perse...”».

Chi contattava il responsabile del server a Piazzale Clodio?
«Non ci parlavamo solo noi, c’era anche il responsabile della sala. Ci parlava Auricchio, ci parlava Di Laroni...».

E’ tecnicamente possibile non intercettare un’utenza sotto controllo per un determinato periodo di tempo?
«Tranquillamente. Tu stacchi il server e la cosa si perde».

Torniamo alle telefonate alle quali avevate messo i baffetti rossi: non sono finite nell’inchiesta.
«Evidentemente non ci dovevano andare, che devo dire.... Non lo so questo. So soltanto che quello che veniva fatto, veniva fatto per costruire. Poi io ti porto il materiale, t’ho portato il mattone ma se tu non ce lo metti, sto mattone..».

Vi hanno detto che l’indagine doveva essere fatta su Moggi, Bergamo, Pairetto, eccetera?
«No, no. Noi eravamo liberi».

Quindi il lavoro di scrematura veniva fatto dopo?
«Sì, nella seconda fase».

Avete mai intercettato le sim estere? Quelle del gestore svizzero, per capirci.
«Quando vai ad intercettare una scheda straniera, in questo caso Svizzera, devi chiedere l’autorizzazione. E loro che cosa hanno fatto? L’hanno chiesta ma, nello stesso tempo, hanno già attaccato il telefono. Ma a quel telefono non parlavano. In quindici giorni, questa scheda, non ha fatto niente».

Di chi era la scheda?
«Di Luciano Moggi»

Non la usava?
«Non faceva niente, telefono muto. E’ come se tu metti sotto (controllo, ndr) questo telefono (e indica il suo, ndr) e poi questo è spento per un mese. Zero. E quindi questa cosa delle schede è stata un po’ accantonata perché poi l’autorizzazione non te la dava nessuno».

Si parlava di anomalie.
«Nel corso di questa indagine sono nate delle cose che inizialmente non c’erano, mentre cose che inizialmente c’erano, non ci stanno più».

Cioè?
«Un esempio di quello che non c’era e si è materializzato nel giro di poco tempo: Martino Manfredi (ex segretario della Can A-B, ndr). Quando l’abbiamo portato in ufficio era morto, era un cadavere, tremava, aveva paura... Diceva: “io non so niente, non ‘è successo niente, ma quando mai... “. E piangeva sul fatto del posto di lavoro... “come faccio... non posso lavorare più, mi devo sposare...”. Dopo un po’ di tempo, sto Martino un giorno è andato a lavorare in Federcalcio.... quando lui ha cominciato ad essere interrogato.... improvvisamente è uscita la storia delle palline. Quella è la cosa che io dico: è lecito e capibile da parte sua, un po’ meno da.... ».

Si può definire un pentito?
«Non lo so. Prima non sapeva niente, poi sapeva tutto, sapeva di questo, di quell’altro, di Pairetto, della Fazi...».

Lei ha detto: cose che inizialmente c’erano, non ci stanno più. Cioè?
«La storia dell’intercettazione ambientale a Villa La Massa, vicino Firenze».

E’ il pranzo che secondo l’accusa rappresenta l’architrave del patto per salvare la Fiorentina. Andrea e Diego Della Valle da una parte, Mazzini e Bergamo dall’altra. Bene, e cosa non c’è più?
«Di questo incontro si è saputo nell’arco di 4, 5 giorni, attraverso le intercettazioni. Il servizio era organizzato con telecamera e microfono direzionale. Se la cosa fosse stata fatta in un locale dove c’era gente e avendolo saputo «Scoppiò una lite tra capi: uno voleva chiudere il caso l’altro no e si andò avanti»un po’ prima, si potevano mettere microspie dappertutto. Invece così, in pochissimo tempo, e non a Roma ma a Firenze, era difficoltoso. Con il microfono direzionale, a cinquanta, cento metri, senti quello che uno dice. E lo filmi con la telecamera. Però sta voce non s’è mai sentita.... Io so che l’hanno sentita... Questa cosa è importante perché là io so che non hanno parlato di niente. Questi qui hanno parlato ma non hanno detto niente di.... Magari pensi che Della Valle abbia detto a Mazzini: “Dai, famme vince, mandami quest’arbitro”, che sarebbe stata una cosa penalmente rilevante. Invece, non hanno detto niente. Ci sono le immagini, Diego e Andrea che scendono dal furgoncino, che si sono incontrati con Bergamo. Hanno dato più rilevanza a questo che non facendo sentire l’audio».

Secondo lei, quindi, l’audio c’è?
«Non secondo me. L’audio c’è».

Sicuro?
«Sicuro».

La difesa della Fiorentina, durante il processo, ha puntato proprio sulla presunta esistenza di quest’audio...
«La Fiorentina evidentemente qualcosa ha saputo... E’ come il fatto del “Libro nero” (dell’Espresso, ndr), cioè, sto libro nero da là è uscito, non è un foglio, è tutta l’informativa e qualcuno l’ha data all’Espresso. Quindi i buchi ci stanno. Della Valle qualcosa sa».

Come funziona un’intercettazione ambientale con il microfono direzionale?
«E’ una valigetta, c’è un microfono che somiglia ad una specie di pistola con una parabola. La punti verso il soggetto....Ma da quel giorno non s’è saputo più nulla di questa cosa qua...».

Ricorda altre situazioni poco chiare?
«No, a queste ho sempre pensato. E mi dico: perché uno deve passare i guai, per che cosa? E quell’altro, perché deve andare dentro? Moralmente ti pesa, dopo un po’ ti dici: mamma mia».

Tra quelli che sono stati condannati in primo grado, quali sono quelli che pagano troppo o ingiustamente?
«Io dico la verità, la maggior parte. Cioè, è una cosa fatta, forzata un po’, ci stava la telefonata, però se vai a vedere effettivamente le partite, partite veramente truccate, dove l’arbitro è stato veramente coinvolto. Non ci sono. Non c’è la partita dove si dice: adesso li abbiamo beccati. Si era parlato di questo è Lecce-Parma, di De Santis, quella di “mi sono messo in mezzo”. E’ una spacconeria, quello voleva fare il fenomeno».

Sì, ma sono state condannate tante persone. Lei, invece, parla di spacconate: qualcosa non torna...
«Secondo me, di veramente importante, che uno deve prendere cinque anni, sei anni, non ci sta niente. Poi magari pensi all’eccessivo modo spavaldo di Moggi che può dare anche fastidio, questo ci può stare, quello è il periodo in cui era prepotente, arrogante. Ma da lì ad arrivare a.... Bisognava dimostrare che c’era un’associazione. Lui, solo lui (Moggi, ndr) fa l’associazione? Così è un’altra cosa... E’ una questione di prestigio, di carriera».

Ma l’hanno fatta tutti, la carriera?
«Mica tanto: Auricchio e Arcangioli stanno alle scuole.... non è che so stati proprio premiati....Uno alla scuola Ufficiali, uno alla scuola Allievi...».

Non ricorda niente altro di particolare. Non necessariamente di anomalo. Magari anche solo di curioso.
«Mi hanno raccontato di alcune cenette: Auricchio, Arcangioli, Narducci, anche altri personaggi che hanno segnato quel periodo di Calciopoli. In qualche caso, mi sono chiesto che importanza poteva avere andare a mangiare con Narducci. Sono andati a cena a Napoli, di fronte al Vesuvio, a Castel dell’Ovo... da Zi’ Teresa. E non c’erano solo gli investigatori».

Ha detto che non c’era nulla di penalmente rilevante: c’è stato qualcuno che, ad un certo punto, ha avuto dubbi sul peso dell’indagine, sulla necessità di continuare ad andare avanti?
«Sì, Arcangioli. Disse: basta. E lì è nato lo scontro con Auricchio, arrivarono ai ferri corti».

Quindi voleva stoppare l’indagine perché debole?
«Sì, Arcangioli sì. Erano impegnate quindici, venti persone per questa cosa qua. E l’autista; e quello che deve andare di continuo a Napoli. Non era cosa... In una sezione di sessanta persone, ne levi quindici, le altre fanno tutto il lavoro».

Qualche pentito c’è stato?
«No».

In via in Selci (è la sede del Nucleo Investigativo dei Carabinieri), dove si sono svolti gli interrogatori, sarebbero successe due cose: una che Moggi si mise a piangere e l’altra che l’ex arbitro Paparesta accusò un malore: verità o leggenda?
«Non è vero».
Edmondo Pinna

E questa sarebbe Piazza Pulita?

Stasera mi è capitato di vedere l'ultima parte di Piazza Pulita, programma in onda su La7 condotto da Corrado Formigli. C'erano ospiti, tra gli altri, Oliviero Beha, Vittorio Feltri e Luciano Moggi. Si parlava di calcioscommesse e più in generale di scandali nel calcio. Un classico calderone televisivo nel quale Formigli si è mosso con scarso successo, passando dall'ultimo scandalo scommesse a calciopoli, da Cristiano Doni a Luciano Moggi senza nessun sensato passaggio logico, se non quello di mettere tutti sullo stesso piano: il piano dei colpevoli.
A un certo punto Formigli, che era evidentemente poco preparato in materia, ha mandato un pezzo di un documentario-fiction su calciopoli (costruito sulla tesi dell'accusa) che La7 produsse un paio d'anni fa. Tesi vecchie stravecchie di accusa contro Moggi: addirittura si è riparlato della storia - ormai da un pezzo diventata leggenda - dell'arbitro Paparesta chiuso negli spogliatoi, e sono state rispolverate intercettazioni Moggi-Biscardi. Per un attimo ho pensato di essere tornato all'estate 2006. Sicuramente Corrado Formigli non si è più aggiornato sull'argomento da allora. Ascoltando la trasmissione ho sentito un certo disagio, gli applausi a favore di Formigli sono stati imbarazzanti, come il clima che c'era in studio. Tanti ospiti, tante banalità, nessuna sostanza. Beha a un certo punto stava facendo un discorso interessante su calciopoli ed è stato subito interrotto dal conduttore che ha riportato la trasmissione nel grigio più cupo. Moggi, in collegamento, si stava difendendo dalle vecchie, ormai scontate accuse e quasi gli veniva tolta la parola. Altro che Piazza Pulita.

P.S. Il commento è riferito solo a quello che ho visto stasera, anche perché era la prima volta che guardavo questa trasmissione.

sabato 19 novembre 2011

Cosa vuole la Juve?

Qual è la strategia difensiva della Juventus su calciopoli? La Juventus vuole davvero uscire pulita da calciopoli? Come può pensare di uscirne pulita senza difendere Luciano Moggi, principale imputato del processo, nonché proprio (ex) dipendente? Come può pensare di uscirne pulita accettando la condanna di Luciano Moggi? E ancora: come può la Juventus sostenere di essere lei stessa vittima dei comportamenti fraudolenti del proprio ex dipendente Luciano Moggi? Ammettendo pure - cosa a cui non credo neanche un po' - che Luciano Moggi sia davvero colpevole, Luciano Moggi non lavorava per la Juventus? Ogni azienda è responsabile delle azioni dei propri dipendenti, a maggior ragione se il dipendente in questione era dirigente principale di quell'azienda, e allora perché? Perché la Juventus non allinea la propria linea difensiva a quella di Luciano Moggi?
Ci sono tutti gli elementi per ribaltare la sentenza di primo grado, ma Moggi da solo non può abbattere un sistema che lo vuole fuori dai giochi, capro espiatorio, vittima unica. Perché la Juventus non combatte a fianco di Luciano Moggi? Perché ci sta prendendo in giro?

martedì 8 novembre 2011

Calciopoli atto primo, lo squallore continua


Si è concluso il processo di primo grado a Calciopoli, con 18 condanne e 8 assoluzioni. Ecco le principali sentenze di primo grado: condannato Moggi a 5 anni e 4 mesi per associazione a delinquere, insieme a Bergamo (3 anni e 8 mesi) e Mazzini (2 anni e 2 mesi). Condanne per "frode sportiva" anche per i Della Valle e Lotito.

Aspetto con ansia di leggere le motivazioni di queste sentenze, che trovo difficili anche solo da commentare.
Nel frattempo mi rileggo quello che scrisse ormai più di cinque anni fa Enzo Biagi, dalle colonne del Tirreno, poco prima di morire. Era il 16 agosto 2006, e Biagi commentava così la sentenza del processo sportivo conclusosi nel luglio 2006 (processo che tra le altre cose squalificava Moggi a cinque anni, con proposta di radiazione):

"Una sentenza pazzesca, e non perché il calcio sia un ambiente pulito. Una sentenza pazzesca perché costruita sul nulla, su intercettazioni difficilmente interpretabili e non proponibili in un procedimento degno di tal nome. Una sentenza pazzesca perché punisce chi era colpevole solo di vivere in un certo ambiente, il tutto condito da un processo che era una riedizione della Santa Inquisizione in chiave moderna. E mi chiedo: cui prodest? A chi giova il tutto? Perché tutto è uscito fuori in un determinato momento? Proprio quando, tra Laziogate di Storace, la lista nera di Telecom, poi Calciopoli, poi l’ex Re d’Italia ed ora, ultimo ma non ultimo, la compagnia telefonica Vodafone che ha denunciato Telecom per aver messo sotto controllo i suoi clienti. Vuoi vedere che per coprire uno scandalo di dimensioni ciclopiche hanno individuato in Luciano Moggi il cattivo da dare in pasto al popolino?".

Nel giorno della (probabile) fine politica di Berlusconi, mi gira in testa una domanda: ma la giustizia, in Italia, funziona o no?


Per chi è interessato ad approfondire un po' questa squallida vicenda, ecco alcuni precedenti post:

venerdì 19 agosto 2011

Moratti-Della Valle, ancora scintille

Qualche giorno fa Diego della Valle, dopo aver letto la relazione di 72 pagine del procuratore federale Stefano Palazzi - relazione dalla quale emergeva che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro violarono gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale - attraverso un comunicato sul sito ufficiale della Fiorentina, si rivolse pubblicamente a Massimo Moratti, chiedendogli di sedersi intorno a un tavolo per cercare di chiarire cosa accadde veramente nella bollente estate 2006 del calcio italiano, e per cercare di capire "perché i destini di due società amiche come le nostre, che condividevano gli stessi principi e gli stessi valori, abbiano avuto trattamenti diversi e destini diversi". Alla proposta del patron viola, peraltro espressa con toni pacati e civili, rispose con una certa acidità Massimo Moratti: "Mi siederò al tavolo con Della Valle? Penso che si divertiranno a fare una rimpatriata tra di loro, io sarei noiosissimo". Non contento, qualche giorno fa, nel corso di un'intervista alla Gazzetta dello Sport, il presidente nerazzurro ha rincarato la dose su Calciopoli: "Mi verrebbe da fare una battuta: un giorno mi metto lì e chiamo tutti i presidenti, una società alla volta, e regalo loro quello scudetto. Calciopoli non dipende da me ma dagli altri, io non c'entro un bel niente: vede, l'Italia è un paese in cui se hai un senso di colpa, bè, vuoi farlo avere automaticamente anche all'altro; ma io i sensi di colpa su questa storia non li ho nè mai li avrò". Peccato che la relazione di 72 pagine di Palazzi dello scorso luglio dica esattamente, e in modo inequivocabile, il contrario: anche l'Inter violò gli articoli 1 e 6 del codice sportivo. A sentire Moratti, però, sembra che il tempo si sia fermato al 2006.
La suddetta intervista alla Gazzetta dello Sport ha scatenato la controreplica di Diego Della Valle, che ancora tramite un comunicato sul sito ufficiale della Fiorentina, ha rinnovato l'invito al presidente nerazzurro a sedersi a un tavolo per chiarire ciò che accadde nel 2006 e per stemperare il clima di tensione, non certo ideale in vista dell'imminente inizio del campionato. Stavolta i toni del comunicato sono molto più duri:


Dopo la mia proposta del tavolo del chiarimento e della pacificazione, Moratti insiste nel  fuggire dalle proprie responsabilità, continuando invece a nascondersi dietro battute offensive e inopportune, rilasciate agli angoli di una strada o al tavolo di un bar al mare. 
Dal mio punto di vista il suo è un comportamento offensivo per chi è stato vittima di una situazione assurda, non chiara, e che dovrà essere (e mi auguro sarà) ben analizzata, senza preconcetti  per quanto riguarda quello che la Fiorentina ha dovuto subire. Il suo comportamento è altrettanto inopportuno in quanto Moratti stesso è stato considerato colpevole di un comportamento scorretto, sportivamente parlando, ed avrebbe dovuto essere giudicato per questo, se non fosse sopraggiunta una prescrizione arrivata con la precisione di un cronometro. Questi sono i fatti che nessun atteggiamento sprezzante e supponente può cancellare, queste sono ombre, o più che ombre macigni che Moratti ha sopra la sua reputazione personale.  Per chiarire anche la sua posizione, l’unico modo serio e civile da parte di Moratti può essere solo quello di accettare un confronto leale, nel quale potrà spiegare dal suo punto di vista cosa è successo prima e durante lo scandalo del calcio, qual è stato il suo ruolo, il suo comportamento personale, senza nascondersi dietro persone per bene che non ci sono più e tanto meno senza nascondersi dietro i propri tifosi, che in questa faccenda non c’entrano nulla e nulla hanno fatto di male.  Pertanto gli rinnovo l’invito a sedersi al tavolo del chiarimento prima che inizi il campionato, in modo che si possa tentare di mandare allo stadio i tifosi, tutti i tifosi, con uno stato d’animo più sereno, cosa ancora più indispensabile in un momento così difficile e socialmente incerto. Per fare questo non servono battute estemporanee, ma serve solo senso del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, rispetto delle persone e dei valori e un po’ di coraggio.

Il alcuni precedenti post avevo espresso concetti molto simili a quelli presenti in questo comunicato. Questi i post:


Mi scuso per tutti questi rimandi ai precedenti post, ma il mio pensiero su questa vicenda l'ho già ampiamente espresso e sarebbe inutile da parte mia ripetere i soliti concetti. Diventerei noioso come Moratti e questo, cercate di capirmi, proprio non mi va.

lunedì 15 agosto 2011

Caro Jaki, non tutti hanno la memoria corta

"Spero che prima o poi vada in vacanza così si rilassa". E' questa la scialba battuta con cui Massimo Moratti, qualche giorno fa, aveva replicato al presidente della Juventus, Andrea Agnelli, che qualche ora prima in una conferenza stampa aveva annunciato la decisione di ricorrere alla giustizia ordinaria per tornare in possesso del titolo vinto sul campo nel 2006 e passato ai nerazzurri in seguito alle indagini su Calciopoli.
Ci ha pensato John Elkann, in occasione della tradizionale amichevole tra Prima squadra e Primavera a Villar Perosa, a replicare alla battuta del presidente nerazzurro. Queste le parole dell'azionista di maggioranza della Juventus: "La Juve è sempre stata molto coerente nel chiedere parità di trattamento, senza entrare nel merito delle decisioni. Noto disagio e consigli da parte di altri e questo fa supporre che qualcosa da nascondere c'è. I consigli di una persona di una certa età vanno ascoltati, ma le vacanze della Juventus sono prescritte". Tralasciando la battuta finale con cui John ha liquidato i consigli di Moratti, mi voglio soffermare sulla prima parte delle sue dichiarazioni. Ormai si era capito che, da qualche tempo, il giovane Elkann aveva cambiato drasticamente linea e atteggiamento su Calciopoli, ma che arrivasse a tanto non era prevedibile. Quando dice che "La Juve è sempre stata molto coerente nel chiedere parità di trattamento", si dimentica, o forse fa finta di dimenticare, come andarono le cose nel 2006. Al tempo John fece meno che nulla per difendere la Juventus e le conseguenze del suo atteggiamento sono ancora oggi visibili. Se la Juventus nel 2006 si fosse difesa, o almeno avesse provato a farlo, probabilmente la condanna non sarebbe stata così dura. Elkann non ha mai fatto niente per ottenere quella parità di trattamento che oggi la Juventus, grazie ad Andrea Agnelli e alla forte pressione dei tifosi, rivendica ad alta voce in tutte le sedi opportune.

Ma per chi avesse dimenticato, torniamo al 2006. Per ricordare come andarono le cose.
Domenica 7 Maggio 2006, si giocava Juventus-Palermo, la prima partita dopo la pubblicazione delle intercettazioni. Al termine della partita, finita 2-1 per la Juve, Elkann dichiarò: "La nostra solidarietà va ad allenatore e giocatori". Con questa semplice battuta Jaki scaricò di fatto Moggi e Giraudo, che tanti successi avevano portato alla Juventus, senza mai chiedere soldi alla famiglia e tenendo sempre i bilanci societari in perfetto ordine. Moggi qualche tempo fa ha rivelato un altro particolare significativo, che certo non depone a favore di John: "In quei giorni nessuno mi ha chiamato e non soltanto per starmi vicino, ma neppure per chiedermi spiegazioni. Per avere la mia versione dei fatti. Credo che sarebbe stato naturale. Anche a un bambino che sbaglia, prima della punizione si chiede una giustificazione. A Moggi no. Punito. Condannato. Ripudiato. Cancellato". Come dargli torto?
Ma la cosa sicuramente più clamorosa in tutto questo è che nel luglio 2006, al Processo sportivo, il legale della Juventus, Cesare Zaccone - per sua stessa ammissione non esperto di diritto sportivo - offrì di patteggiare la pena, chiedendo la retrocessione in serie B con penalizzazione. Una cosa mai vista: la difesa che chiede la pena che poi le verrà puntualmente inflitta dall'accusa! Comico, se non fosse tragico.
C'è senza dubbio qualcosa di strano e oscuro nell'atteggiamento rinunciatario e nella mancata difesa della Juventus da parte della proprietà bianconera. Perché John Elkann rinunciò a difendere la società di cui era ed è il maggior azionista? Perché rinunciò persino al ricorso al Tar, che era nei diritti della Juventus nel 2006? Altra cosa molto strana: Elkann promise a J.C. Blanc il posto di AD (Amministratore delegato) ben prima di Calciopoli, come ha confermato lo stesso Blanc in un'intervista a "Le Monde". Come faceva Jaki a sapere che il posto di AD, che fino a quel momento era stato ricoperto in modo egregio da Giraudo, si sarebbe liberato poco tempo dopo per via di Calciopoli? Intorno alla figura di John Elkann rimangono ancora oggi molte ombre.
E' soltanto nell'aprile 2010, alla luce delle nuove intercettazioni venute fuori al processo di Napoli grazie al lavoro minuzioso dei legali di Moggi - intercettazioni che dimostravano l'esistenza di una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del mondo arbitrale - che John Elkann, rinnegando spudoratamente tutte le proprie precedenti azioni, tramite un comunicato sul sito ufficiale della Juventus, cambiò radicalmente la propria posizione su Calciopoli: "Nel pieno rispetto delle attività riguardanti processi in corso, la Juventus valuterà attentamente con i suoi legali l’eventuale rilevanza di nuove prove introdotte nel procedimento in atto a Napoli al fine di garantire, in ogni sede sportiva e non, e come sempre ha fatto, la più accurata tutela della sua storia e dei suoi tifosi. La Juventus confida che le istituzioni e gli organi di giustizia sapranno assicurare parità di trattamento per tutti, come d’altronde la società e i suoi difensori richiesero nel corso del processo sportivo del 2006". Un cambio di linea improvviso e totale, una mossa ispirata al più bieco opportunismo e cinismo.
A questo comunicato rispose, dalle colonne di Libero, Luciano Moggi. Una lettera da leggere attentamente. Eccola:

Carissimo Elkann,

trovo francamente sorprendente leggere dalle colonne del Corriere della Sera del suo risentimento nei confronti di chi ha tacciato la Juventus, da lei condotta a senso unico durante Calciopoli, di essere stata parte attiva nel formulare ed accettare la propria condanna.
Vede Elkann, quando si è dalla parte della verità e quando si ha la responsabilità di una onesta storia centenaria e della dignità di quindici milioni di tifosi che nella Juventus si sono immedesimati e delle sue vittorie hanno gioito insieme alle proprie famiglie, allora si ha l’obbligo morale di affrontare le ingiustizie e le falsità, con coraggio e sacrificio, come la storia personale e professionale di chi Le scrive testimonia.
Le ricordo che prima ancora dell’inizio del processo sportivo, Lei, probabilmente non troppo sorpreso per quanto stava accadendo e già proiettato verso il glorioso futuro sportivo che attualmente rallegra i tifosi bianconeri, considerando i recenti successi nazionali ed internazionali che la nuova dirigenza ha saputo collezionare, aveva già deciso di abbandonare me e Giraudo al nostro destino, rinunciando a difendersi ed anzi, cosa ancor più grave, dando mandato al suo difensore di accettare supinamente qualsiasi decisione.
Tuttavia i suoi istinti suicidi non si erano ancora placati se è vero, com’è vero, che all’indomani della presentazione del ricorso al Tar, nel settembre del 2006, per l’annullamento delle sentenze sportive e per la sospensione dell’inizio del campionato in attesa di un processo più giusto ed equo, Lei decideva che quel ricorso andasse ritirato e che le decisioni della Federazione non andassero contestate ma servilmente accettate, con pubblici ringraziamenti di Blatter a Montezemolo!
Durante il secondo filone di indagine, quello cioè delle presunte Sim estere denominato Calciopoli 2, la Juventus, in quell’occasione assistita da Franzo Grande Stevens, piuttosto che difendersi, come ho efficacemente fatto io, ha preferito patteggiare e pagare 300 mila euro!
Nemmeno una mente fervida ed imprevedibile come quella di Alfred Hitchcock avrebbe mai immaginato che la vittima di una macchinazione potesse diventare con un colpo di teatro a sua volta colpevole... E invece lei c’è riuscito, al processo di Torino.
In quella comica (se non fosse tragica...) vicenda, la Juventus da Lei condotta, non si è solo limitata a non difendere sé stessa ed i dirigenti che l’hanno onestamente servita per 13 anni di successi e vittorie “a costo zero” - come direbbero i suoi esperti di marketing nella fase di lancio di una nuova vettura - ma addirittura ha accusato me e Giraudo e Bettega (perché no?) di comportamenti illeciti in ambito economico-gestionale, poi puntualmente smentita da un attento esame da parte del giudice. Si ricordi che quell’assoluzione vale per Lei come una condanna. Leggo che in un comunicato ufficiale la Società Juventus «confida che le istituzioni e gli organi di giustizia sapranno assicurare parità di trattamento per tutti, come d’altronde la società e i suoi difensori richiesero nel corso del processo sportivo del 2006» (!!!).
Lei Elkann, con questo suo inaspettato e tardivo ravvedimento, mi ricorda l’Innominato dei Promessi Sposi, che dopo una notte di travaglio morale ed esistenziale decide di convertirsi e di dare una svolta positiva alla sua vita.
Certo verrebbe da chiedersi dove sia stato e cosa abbia fatto e letto in questi lunghi quattro anni, per accorgersi solo adesso che la Juventus, quella sana e vincente della triade, è stata vilipesa e mortificata ingiustamente, oltreché accusata da prove parziali e contraddittorie.
Mi domando, inoltre, che cosa voglia intendere quando parla di «parità di trattamento che la difesa della Società avrebbe chiesto durante il processo sportivo». Non certamente l’aver proposto ed ottenuto la retrocessione, la revoca di scudetti vinti onestamente sul campo, la svendita di una rosa di giocatori di livello mondiale ed il rafforzamento dell’Inter a costi promozionali!
A pensar male si fa peccato, ma spesso si individua la verità e chissà se dietro questo suo ravvedimento non ci sia il tentativo di sviare l’attenzione dai disastri sportivi che la Sua illuminata gestione ha saputo regalare ai tifosi. Vuoi vedere che quel diavolo di Moggi sta tornando di nuovo utile a Lei e alla Juve dopo anni di battaglie giudiziarie e sofferenze solitarie?

E' una lettera chiara e onesta, di un uomo ferito, che aveva dato tutto se stesso alla Juventus e che nel momento più difficile si è trovato solo, scaricato da tutti ma soprattutto da quella proprietà a cui tanti trofei aveva fatto vincere, senza chiedergli una lira. Quella di Moggi non è un'analisi oscurata dal rancore, è una diagnosi lucida, che descrive in modo impeccabile come sono andate le cose. Cambiato il vento, John si è adeguato e ha ribaltato la propria strategia, allineandosi di fatto sulla linea scelta e portata strenuamente avanti, stavolta sì fin da subito, da Luciano Moggi. Beninteso, non c'è niente di male nel cambiare il proprio punto di vista, anzi può essere un segno di intelligenza e di umiltà. Ma negare di aver avuto una visione differente delle cose e di avere agito in passato secondo quella visione, beh questo è puro opportunismo. Caro Jaki, non tutti hanno la memoria corta.

venerdì 22 luglio 2011

Della Valle: "Moratti chiarisca"

Ieri, attraverso una lettera, Diego Della Valle aveva chiesto a Massimo Moratti "di sedersi pubblicamente intorno ad un tavolo insieme a me per cercare di spiegare ai tanti che vogliono sapere cosa sia veramente accaduto allora, perché i destini di due società amiche come le nostre, che condividevano gli stessi principi e gli stessi valori, abbiano avuto trattamenti diversi e destini diversi".
Oggi è arrivata la risposta del presidente nerazzurro Massimo Moratti: "È un tipo di domanda che dovrei fare a lui o a loro, perchè io non ho risposte da dare. Quello che pesa di più è quello che è successo allora a noi, non vedo perchè dovrei giustificarmi e al massimo è il contrario. E non voglio giudicare il tono, che non mi è piaciuto per niente. Mi siederò al tavolo con Della Valle? Penso che si divertiranno a fare una rimpatriata tra di loro, io sarei noiosissimo".
La risposta di Moratti non fa che confermare ulteriormente ciò che è ormai evidente da tempo: l'Inter non ha valide argomentazioni difensive su Calciopoli. Le parole del patron nerazzurro sono come le parole di un bambino capriccioso che vuole avere ragione ad ogni costo, indipendentemente da tutto e da tutti. La richiesta di Diego della Valle era più che legittima e i toni della lettera, nonostante non siano piaciuti al signor Moratti, sono tutt'altro che scortesi o scorretti. Si chiedono solo chiarezza e disponibilità a confrontarsi. L'azionista di riferimento dell'Inter ha risposto piccato e non ha accettato l'invito, ma questo era un copione già scritto. Quando non sia hanno argomenti di difesa, l'unica difesa possibile è negare il confronto.

domenica 17 luglio 2011

L'insopportabile linea difensiva dell'Inter

Come già ho avuto modo di dire in un precedente post (clicca qui per leggere post), la strategia difensiva adottata dall'Inter riguardo a Calciopoli è quanto di più squallido possa esserci. Nascondersi dietro ad una persona che non c'è più, Giacinto Facchetti, è qualcosa davvero di cattivo gusto ed è l'evidente segnale di una mancanza di argomentazioni difensive concrete da parte della società nerazzurra. Continua anche in questi giorni inesorabile la stomachevole litania di dichiarazioni da parte di tesserati del mondo nerazzurro in difesa del Cipe, nomignolo affettuoso con cui gli amici chiamavano Giacinto Facchetti. Nell'ordine prima il presidente Moratti, poi Toldo, Stankovic, Cordoba e infine il capitano Zanetti si sono tutti preoccupati di difendere la sua memoria. Come esempio riporto le parole di Zanetti, arrivate direttamente dall'Argentina dove è in corso la Coppa America: "Conosco bene Massimo Moratti ed ho avuto la fortuna di conoscere anche Giacinto Facchetti, e questo a me basta. È sorprendente che a cinque anni di distanza se ne continui a parlare: per fortuna la vicenda si sta per chiudere. Speriamo che sia una volta per tutte e che si possa vedere un miglior calcio in Italia. Non ci sono dubbi, quel titolo vale come gli altri".
Tengo a precisare che non c'è niente di male nel difendere Giacinto Facchetti, tutti quelli che lo conoscevano dicono che fosse una bella persona e personalmente non stento a crederlo. Il fatto intollerabile è che dietro alla difesa di Facchetti c'è il tentativo (per niente disinteressato) di far passare il messaggio che c'è un attacco mirato nei suoi confronti, come se qualcuno si divertisse per qualche strano motivo a infangarne la memoria. Non è così. Se nell'aprile 2010 i legali di Moggi hanno trovato, ascoltando le 171 mila intercettazioni, alcune chiamate - misteriosamente non trascritte né prese in considerazione dagli inquirenti che condussero le indagini - che dimostrano l'esistenza di una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del mondo arbitrale, non si può far finta di niente. Se poi tra queste chiamate ce ne sono alcune che riguardano direttamente Giacinto Facchetti anche in questo caso non si può far finta che non esistano. E' un dispiacere per tutti che l'ex presidente nerazzurro non possa difendersi in prima persona, ma si tratta di materiale rilevante ai fini del Processo di Napoli e quindi va preso in considerazione. E' tutto così semplice.
A volte mi chiedo se gli interisti non hanno ancora capito di cosa si sta parlando oppure se fanno finta di non capire. Propendo per la seconda opzione, il che rende il tutto ancora più insopportabile.

lunedì 11 luglio 2011

Caro Moratti non si nasconda

Dall'aprile 2010 - quando i legali di Moggi trovarono nelle 171 mila intercettazioni alcune chiamate che rivelavano l'esistenza di una una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del settore arbitrale - la strategia difensiva adottata dal signor Massimo Moratti è stata all'insegna della più bieca ipocrisia. Ieri a Pinzolo, in Trentino, luogo che ospita il ritiro estivo 2011 dell'Inter, si è raggiunto davvero il momento più basso dell'intera vicenda, quando Stankovic e Cordoba hanno srotolato una gigantografia che raffigura l'ex presidente dell'Inter Giacinto Facchetti, scomparso nell'agosto 2006 in seguito ad una brutta malattia. Niente di male si direbbe, solo un modo per rievocare la memoria di un grande giocatore che ha fatto la storia non solo con la maglia nerazzura ma anche con la maglia della Nazionale, a cavallo tra gli anni '60 e '70. La sensazione che emerge però è che l'Inter stia usando l'immagine dell'ex presidente Giacinto Facchetti per spostare l'attenzione dal vero problema. Tra le numerose telefonate, riemerse grazie al lavoro dei legali di Moggi e ammesse al procedimento penale in corso presso il Tribunale di Napoli, ce ne sono infatti diverse in cui Giacinto Facchetti parla con i designatori e una in cui parla con l'arbitro De Santis. L'Inter, che fino a quel momento aveva sempre negato ogni tipo di contatto con esponenti del mondo arbitrale e si era sempre definita come "società simbolo di onestà e lealtà sportiva", si è trovata dunque pesantemente coinvolta nella vicenda. In particolare nel luglio 2011, a seguito dell'inchiesta condotta dal procuratore federale Stefano Palazzi, è risultato che anche l'Inter ha violato l'articolo dell'illecito sportivo, lo stesso per cui la Juventus ha dovuto scontare una pena durissima. Dalla relazione di 72 pagine del procuratore federale emerge che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro hanno violato gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale (da Wikipedia).
Nessuno sta cercando di infangare l'immagine di uomo onesto e leale di Giacinto Facchetti, come invece crede o vuol far credere il presidente Moratti. Tutti quelli che parlano del Cipe, soprannome col quale gli amici si rivolgevano affettuosamente a Facchetti, dicono un gran bene di lui, e non stento a credere che fosse una gran bella persona. Qui però si sta parlando di altro: si sta parlando di un processo penale, quello di Napoli, che sta cambiando l'intera mappatura di Calciopoli e di fatto sta dimostrando che le sentenze del processo sportivo del 2006 furono, per usare un eufemismo, molto affrettate. Se al processo in corso a Napoli sono emersi degli elementi rilevanti, nello specifico chiamate tra dirigenti dell'Inter - non solo Facchetti ma anche Moratti - e designatori arbitrali e arbitri, non si può far finta di niente. Dispiace a tutti che Facchetti non possa difendersi in prima persona, ma è un dispiacere ancora più grande vedere il modo in cui Moratti non lo sta difendendo. Se Moratti volesse davvero difendere Facchetti troverebbe degli argomenti più validi rispetto a quello ipocrita secondo cui non si può tirare in ballo una persona che non c'è più. Forse non ha argomenti, e questo meriterebbe un capitolo a parte, ma almeno smetta di usare l'immagine di Giacinto Facchetti come scudo per non affrontare il vero problema.

venerdì 8 luglio 2011

Moggiopoli, calciopoli, farsopoli: una storia italiana

Ho sempre pensato che calciopoli sia una una tipica storia italiana, piena di zone oscure e manovre sotterranee poco chiare. Presentato al popolo italiano come il più grande scandalo della storia del pallone, a distanza di cinque anni sta assumendo più le forme del complotto che altro. Enzo Biagi, nel pieno della torrida estate 2006 del calcio italiano, rilasciò al Tirreno un'intervista che per la sua eccezionale lungimiranza merita di essere ricordata. Biagi si era reso conto prima di tutti che c'era qualcosa di molto strano nell'impalcatura di calciopoli e nel feroce accanimento mediatico contro la Juventus e in particolare contro la figura di Luciano Moggi. Un accanimento tale da fargli pensare che fosse stato creato e studiato ad hoc per coprire vicende infinitamente più gravi. Un pensiero davvero coraggioso e audace se consideriamo il momento in cui veniva espresso.
Ci sono in effetti molte cose strane in questa squallida vicenda che ha sconvolto il mondo del calcio nostrano. Ma andiamo per gradi e ricominciamo dall'inizio, dall'estate del 2006.

Quando scoppiò lo scandalo tutte le televisioni e i giornali, sportivi e non, individuarono lo stesso grande capro espiatorio: Luciano Moggi. Dunque pagine su pagine di intercettazione date in pasto al popolino, telefonate anche private messe alla mercé di tutti. Un unico grande obiettivo: inchiodare il mostro. Giornali e televisioni hanno un potere enorme sull'opinione pubblica, soprattutto quando sono tutti coalizzati sulla stessa linea. Non è stato molto difficile far passare il messaggio che Luciano Moggi controllava l'intero sistema del calcio italiano, muovendo tutti come marionette pronte ad inchinarsi di fronte al grande padrone. Ma le prove quali erano? Quali erano i terribili misfatti compiuti dall'allora dg della Juventus? Come poteva Luciano Moggi da Monticiano, di umili origini, essere il grande signore del calcio italiano?

Ecco un elenco delle cose che si dicevano all'epoca in cui scoppiò lo scandalo:
1) Moggi chiamava i designatori;
2) Moggi chiamava gli arbitri;
3) Moggi decideva le griglie arbitrali;
4) Moggi faceva regali ai designatori e nello specifico regalò una Maserati al designatore Pairetto;
5) Moggi rinchiuse l'arbitro Paparesta negli spogliatoi dopo Reggina-Juventus del 6 novembre 2004;
6) Moggi aveva degli arbitri preferiti che sceglieva per le partite più delicate, come De Santis che, essendo legato alla società Gea, riconducibile alla famiglia Moggi, favoriva la Juventus.
7) La prova schiacciante dell'esistenza della cupola sono le schede svizzere che Moggi acquistò e distribuì con lo scopo di creare una rete di comunicazione segreta.

Bene, ora vediamo punto per punto cosa c'è di vero a distanza di cinque anni.
1) Moggi chiamava i designatori.
Vero, ma all'epoca questo non era proibito dal ragolamento e Moggi non era certo l'unico a fare telefonate del genere. Il 27 ottobre 2008 Narducci, allora pm dell'accusa (ora ha lasciato Calciopoli per entrare nella giunta di De Magistris), dichiarò: "Piaccia o non piaccia agli imputati non ci sono mai state telefonate tra Bergamo o Pairetto e il signor Moratti". Peccato che nell'aprile 2010 i legali di Moggi, dopo avere ascoltato una parte delle 171 mila conversazioni intercettate, abbiano fornito le trascrizioni di telefonate tra Moratti e Bergamo e tra Facchetti e Bergamo. Come mai dopo avere intercettato 171 mila telefonate gli inquirenti trascrissero solo quelle che mettevano in cattiva luce Moggi, Giraudo e la Juventus? Come mai le intercettazioni di Moratti, Facchetti e quelle di altre società sono riemerse solo al processo di Napoli, grazie al lavoro dei legali di Moggi? Misteri italiani.
2) Moggi chiamava gli arbitri.
Falso, non c'è una sola intercettazione in cui Moggi chiama un direttore di gara. C'è solo un'intercettazione in cui l'arbitro Paparesta chiama Moggi, e Moggi appare alquanto scocciato della telefonata, tanto da chiudere bruscamente la conversazione.
In compenso ci sono diverse intercettazioni che dimostrano che Meani, all'epoca dirigente del Milan, chiamò più volte direttori di gara e che Facchetti chiamò l'arbitro De Santis. Ancora una volta c'è da chiedersi perché tutto questo sia rimasto nascosto per molto tempo.
3) Moggi decideva le griglie arbitrali.
Falso. I sorteggi arbitrali erano regolari, lo dicono le sentenze dei tribunali di Torino e Roma. Come faceva allora Moggi ad indovinare le griglie arbitrali? Beh, non era molto difficile indovinare le griglie conoscendo i meccanismi delle designazioni. Tanto che a due anni dalla famosa telefonata con Bergamo in cui indovinava per 4/5 la griglia per la 24ª giornata di A, l'ex d.g. juventino ha colpito ancora con un 3/5, compreso Paparesta per Inter-Roma.
4)  Moggi faceva regali ai designatori e nello specifico regalò una Maserati al designatore Pairetto.
Vero che faceva regali, falso che regalò una maserati. Quest'ultima voce nasce da una telefonata tra Moggi e Pairetto, nella quale i due parlano della consegna di una Maserati. Ma come ammette lo stesso procuratore Maddalena, l'automobile non era destinata a Pairetto, bensì ad un amico di quest'ultimo, e Moggi chiamò la Fiat solo per accelerare i tempi di consegna.
L'abitudine di fare regali ai designatori comunque non era certo esclusiva di Luciano Moggi, come emerge da un'intercettazione trascritta e fatta uscire ancora una volta dai suoi legali nell'aprile 2010, al Processo di Napoli. Si tratta di una chiamata tra Facchetti e Bergamo nella quale l'allora presidente dell'Inter dice al designatore di passare a casa di Moratti perché "ha un regalino da darti". Senza dimenticare poi ciò che successe nel Natale 1999, quando Franco Sensi, al tempo presidente della Roma, pensò bene di regalare costosissimi Rolex ai due designatori e agli arbitri in attività in quella stagione. Cattive abitudini, ma molto diffuse.
5) Moggi rinchiuse l'arbitro Paparesta negli spogliatoi dopo Reggina-Juventus del 6 novembre 2004.
Altra incredibile falsità diffusa dai mezzi di comunicazione e spacciata come la prova dell'esistenza del mostro. Tutto nasce da una conversazione telefonica tra Moggi e un'altra donna, nella quale Moggi, da grande millantatore quale era, si vanta di aver rinchiuso l'arbitro Paparesta nello spogliatoio e di aver portato le chiavi in aeroporto. Sarà capitato sicuramente anche a molti di voi di parlare al telefono con un amico e di raccontargli un episodio ingigantendo o inventando dei dettagli, per il semplice gusto di sentire la sua reazione, ed è proprio quello che fece Moggi in quella famosa chiamata. Tanto che al Processo di Napoli sia Paparesta, sia l'addetto agli arbitri della Reggina, sia un testimone presente hanno negato il fatto e la cosa è stata già, si fa per dire, archiviata.
6) Moggi aveva degli arbitri preferiti che sceglieva per le partite più delicate, come De Santis che, essendo legato alla società Gea, riconducibile alla famiglia Moggi, favoriva la Juventus.
In questi casi bisogna essere analitici: andiamo a vedere la media punti della Juventus con De Santis e la media punti senza De Santis. Nel 2004/2005 De Santis ha diretto 5 volte la Juventus; la Juve ottenne 2 vittorie, 1 pareggio e 2 sconfitte. Quella stagione la Juventus fece 86 punti, ergo: con De Santis media di 1,4 punti a partita, senza De Santis media di 2,39 punti a partita. Non ci vuole uno scienziato fisico per capire che anche questo argomento d'accusa non regge molto.
7) La prova schiacciante dell'esistenza della cupola sono le schede svizzere che Moggi acquistò e distribuì con lo scopo di creare una rete di comunicazione segreta.
Una prima considerazione da fare è che non è un reato possedere schede svizzere. Queste schede, effettivamente, esistono e Moggi non ne ha mai negato il possesso. Moggi ha dichiarato di avere avuto la sensazione di essere intercettato e di averle usate per evitare uno "spionaggio industriale". Sappiamo bene che Moggi era il re del calciomercato, e chi segue o ha seguito un minimo il calcio sa che l'ex dg della Juventus era molto abile nel riuscire a depistare tutti quelli che cercavano di scoprire le sue mosse. Si capisce bene che se le sue telefonate potevano essere ascoltate, altri avrebbero potuto venire a conoscenza degli affari di mercato che portava avanti. Ecco perché si rifornisce di queste schede, acquistandone nove a Chiasso, nel negozio di Teodosio De Cellis. Detto questo, è vero che due di queste schede Moggi le consegnò ai due designatori arbitrali Bergamo e Pairetto, ma è altrettanto vero che Bergamo utilizzò la scheda per poco, non appena finì il credito: la stragrande maggioranza delle telefo­nate fra il designatore e l’ex dg avvenne su linee intercettabili. Poi non è affatto vero che queste schede svizzere non sono intercettabili, come dimostra il perito della difesa l’ing. De Falco “Il cellulare è parte della rete, quindi quando lo accendo tutti sanno dove sono. La rete vede il telefonino e se non lo ha nei database chiede al gestore straniero se può dare la linea. Non è segreta per niente. I telefonini sono tutti intercettabili se si conosce il numero del telefonino. Quando c’è una telefonata il gestore non segna solo il numero della sim ma anche il numero del telefonino. Sarebbe stato interessante vedere se questi numeri erano associati anche ad altri numeri cellulari ma non è stato fatto". Inoltre non c'è neanche una prova che Moggi abbia distribuito queste sim agli arbitri, come invece si insinuava quando scoppiò lo scandalo. Per concludere: si è recentemente scoperto che il negozio di Teodosio De Cellis era frequentato anche da altri dirigenti di squadre di calcio, tra cui il direttore tecnico dell'Inter Marco Branca. Smontata dunque anche l'accusa più pesante.
Crolla, sprofonda l'intero impianto accusatorio.

Il processo sportivo del 2006 si svolse in un clima di fortissimo ostracismo nei confronti della Juventus, di fatto già condannata dai media e dall'opinione pubblica prima ancora che dalla giustizia sportiva. E' così che il 14 luglio 2006 arrivò la prima sentenza della Caf (Commissione d'appello federale): Juventus retrocessa in Serie B con 30 punti di penalizzazione (poi ridotti a 9) e revocati due scudetti (stagioni 2004/2005 e 2005/2006). Il 26 luglio Guido Rossi, nominato commissario straordinario della FIGC, completa l'opera, decidendo di assegnare il Titolo di campione d'Italia per la stagione 2005/2006 all'Inter, con la motivazione di "società simbolo di giustizia e onestà". Va ricordato per la cronaca che Guido Rossi è stato per anni un componente del CdA dell'Inter, ma sappiamo bene che in Italia il conflitto di interessi è un concetto piuttosto vago.

Sono passati cinque anni da quella sentenza che sconvolse gli equilibri del calcio italiano, e il contesto è decisamente diverso. Tutto è cambiato nell'aprile 2010, quando nel procedimento penale in corso presso il Tribunale di Napoli, vennero ammesse nuove intercettazioni che avrebbero rivelato, secondo l'imputato Luciano Moggi, l'esistenza di una una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del settore arbitrale. Alla luce del nuovo materiale probatorio la Juventus presentò il 10 maggio un esposto al CONI, alla FIGC e alla Procura Federale in cui chiedeva la revisione della decisione di assegnare il titolo e pertanto la revoca dello scudetto 2005/2006. Nel luglio 2011, dall'inchiesta condotta dal procuratore federale Stefano Palazzi, è risultato che anche l'Inter ha violato l'articolo dell'illecito sportivo. Dalla relazione di 72 pagine del procuratore federale emerge che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro hanno violato gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale (da Wikipedia). I reati però sono prescritti e dunque viene disposta l'archiviazione per quanto riguarda la posizione dell'Inter.

A distanza di cinque anni possiamo dire che l'unica società che ha pagato davvero, e ha pagato un prezzo salatissimo è stata la Juventus. La sentenza del processo sportivo ha profondamente alterato gli equilibri del calcio italiano, cambiandone di fatto la storia recente. L'Inter, da eterna perdente, è diventata la squadra capace di vincere 5 scudetti consecutivi (sebbene il primo della serie lo vinse a tavolino, essendo arrivata terza a -15 dalla Juventus) e la Champions League 2009/2010; la Juventus invece, da squadra Campione d'Italia, da avere una delle rose più forti al mondo, si ritrovò improvvisamente in Serie B, costretta a vendere, e in alcuni casi a svendere, molte delle sue stelle: Cannavaro, Thuram, Zambrotta, Vieira, Emerson, Ibrahimovic se ne andarono tutti in quella estate. Per non parlare dei danni d'immagine ed economici che derivarono dalla condanna.
Sta per iniziare la sesta stagione post calciopoli e la Juventus non è ancora uscita dalle sabbie mobili della ricostruzione. Distruggere è semplice, ricostruire può essere terribilmente difficile. Quando si parla di calciopoli, l'errore è pensare che si parli solo di due scudetti; si parla di molto di più: di un processo, quello sportivo, durato venti giorni, che lascia ancora oggi i suoi effetti ben visibili sul calcio italiano. Quando si parla di calciopoli ci sono in gioco le ultime cinque stagioni.

Alla luce del nuovo materiale probatorio emerso nell'aprile 2010, la Juventus non sarebbe stata condannata ad una pena così dura, si sarebbe relativizzata la sua posizione, non ci sarebbe stata nessuna Serie B, sarebbero rimasti i suoi campioni. In poche parole il suo percorso di successi non si sarebbe bruscamente interrotto. Restano e probabilmente resteranno alcune domande irrisolte: perché gli inquirenti e il Colonnello Auricchio, che pilotò le indagini, trascrissero solo alcune delle 171mila intercettazioni, in particolare quelle che mettevano in cattiva luce Moggi e la Juventus? Perché non vennero trascritte le intercettazioni tra Facchetti, Moratti e i designatori arbitrali e i direttori di gara? Perché tutto questo è rimasto nascosto ed è saltato fuori solo nell'aprile 2010, a distanza di quattro anni dallo scandalo, grazie al paziente lavoro degli avvocati di Moggi?

Calciopoli è una vicenda molto squallida, nella quale ci sono ancora troppe zone d'ombra e domande irrisolte. E' sintomatico, da questo punto di vista, anche il processo di trasformazione attraverso cui è passato il neologismo usato per designare lo scandalo del calcio italiano: nel pieno della tempesta mediatica Oliviero Beha coniò il termine moggiopoli, sul modello di tangentopoli, salvo poi pentirsi e passare ad un più neutrale calciopoli, a sua volta poi ribattezzato da molti farsopoli. Tutto ciò è una conseguenza del modo poco chiaro in cui sono state condotte le indagini e del modo altrettanto poco chiaro in cui è stata gestita l'intera vicenda.

Mi sa che ancora una volta aveva ragione il grande e compianto Enzo Biagi, quando in quella famosa intervista al Tirreno dell'agosto 2006, disse: "Vuoi vedere che per coprire uno scandalo di dimensioni ciclopiche hanno individuato in Luciano Moggi il cattivo da dare in pasto al popolino?".