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domenica 31 marzo 2013

Inter-Juve, un girone dopo


Un girone dopo tornano in mente le parole di Stramaccioni nella pancia dello Juventus Stadium. L'Inter aveva appena infranto (meritando) l'imbattibilità della Juventus che durava da 49 partite, e Stramaccioni si lanciò in dichiarazioni inutilmente polemiche per una battuta non gradita che Marotta aveva rilasciato nel prepartita. Polemiche futili e inutili, ma Strama si sentiva forte di un risultato che nessuno, forse neanche lui, si aspettava. Molti, io stesso, in un primo momento si sono lasciati illudere da questo ragazzo che Moratti un anno fa decise di promuovere dalla primavera alla prima squadra. Un salto enorme che Stramaccioni sembrava avere assorbito con una tale naturalezza da lasciar pensare in un destino segnato. Si presentò sicuro di sé, con umiltà, ottenendo la fiducia da parte di giocatori che avevano vinto tutto e che si trovavano davanti un perfetto sconosciuto. Ma i giudizi frettolosi sono quasi sempre sbagliati, e l'umiltà di Strama si è rivelata superficiale e a targhe alterne: se l'Inter vince diventa arroganza. La sua consistenza come allenatore si è piano piano sgretolata.
Perché aldilà dei punti (ventuno di differenza) tra Inter e Juventus c'è una differenza sostanziale: il gioco. Si sente spesso dire che Conte è un grande motivatore, vero. Ma spesso ci si dimentica di sottolineare che Conte è soprattutto uno straordinario organizzatore di gioco. La Juve è una squadra europea, e non è un caso che sia l'unica superstite italiana in Champions League. Lo è per mentalità sul campo, perché vuole sempre imporre il proprio gioco su tutti i campi. E lo è a livello societario, perché riesce a programmare il futuro in modo più lungimirante di ogni altra grande squadra italiana: i risultati degli ultimi due anni sono una conseguenza anche del progetto del nuovo stadio iniziato da Giraudo e Moggi, e realizzato poi dopo il 2006. Programmazione: un'altra parole chiave sconosciuta all'Inter, almeno da quando nel 1995 Moratti è presidente. Diciotto allenatori in diciotto anni, e una marea di buoni giocatori, qualche fuoriclasse, comprati senza un progetto che si sono persi. Quasi due anni fa, dopo l'addio di Leonardo, scrissi che per l'Inter si stava aprendo un periodo molto difficile (clicca qui). Ero stato facile profeta, perché si stava chiudendo un ciclo, quello dei senatori dello storico triplete, e mancava una società capace di ricostruire un futuro vincente. Quella società manca ancora, e temo mancherà sempre, finché il suo presidente sarà Massimo Moratti.
Un girone dopo tornano in mente le parole di Strama dopo il colpo grosso nella tana del nemico. E suonano beffarde.

domenica 4 novembre 2012

Tagliavento e la dimostrazione che è solo invidia

Il primo errore della partita, dopo una manciata di secondi, non è di Tagliavento ma del suo assistente, il guardalinee Preti, che non si accorge dell'evidente fuorigioco di Asamoah. L'azione porta al gol di Vidal. Polemiche. L'errore vero del primo tempo di Tagliavento è invece la mancata espulsione di Lichsteiner per fallo su Palacio. Polemiche a non finire. Comunque due errori pesanti, che hanno condizionato la partita nel primo tempo. Facciamo finta di dimenticare l'errata segnalazione di un fuorigioco a Giovinco, a fine primo tempo, perché chiaramente i media non la considerano. E ciò che i media non considerano non esiste, per definizione.

Dopo 45 minuti ricominciano le solite, ormai scontatissime, considerazioni sulla Juventus e la sua gloriosa storia, fatta di successi e trofei, a quanto pare conquistati in modo dubbio. Considerazioni che possono essere condensate efficacemente nelle dichiarazioni post partita del leader popolare di questo filone di pensiero, Massimo Moratti: «Dopo 17 secondi prima mi sono preoccupato che eravamo partiti male, poi quando ho visto il fuorigioco ho pensato alla solita storia». Tradotto: la Juventus sa vincere solo comprando le partite. Il gol di mano di Adriano, all'epoca giocatore interista, nel derby scudetto contro il Milan, è evidentemente passato e dimenticato dal presidente nerazzurro e dai suoi seguaci. Come è dimenticato che tra i suoi numerosi trofei l'Inter ha anche uno scudetto conquistato con questa classifica: Juventus 91, Milan 88, Inter 76. Non torna? Pazienza. Fatevelo tornare perché ciò che vince l'Inter non si discute, per definizione.

Accade poi che dopo 45 minuti, per regolamento, c'è l'intervallo. L'arbitro se lo ricorda e le squadre vanno negli spogliatoi. Dopo 15 minuti le due squadre tornano regolarmente sul campo. Anche l'arbitro fa altrettanto, torna sul campo e lo fa con le idee molto chiare. Evidentemente negli spogliatoi la terna (anzi ora gli arbitri sono addirittura cinque) ha capito di avere fatto dei pasticci e inizia il secondo tempo determinata a riequilibrare gli errori. Tagliavento incomincia la sua collezione di ammonizioni a giocatori juventini (Pirlo, Bonucci e Chiellini ammoniti ingiustamente), Cambiasso continua a godere di un credito illimitato e commette altri due falli che potevano valere tranquillamente almeno un giallo. Vidal, in un contrappasso che appare dantesco, sconta sulle sue caviglie la colpa di aver segnato un gol viziato da fuorigioco,e quando Juan Jesus lo colpisce in un tentativo di ripartenza con la palla già calciata via dal centrocampista della Juve, Tagliavento decide proprio di non fischiare. Il rigore su Milito è generoso, la trattenuta di Marchisio su Milito c'è ma Milito si lascia cadere. Fosse successo nell'altra area, statene certi, non ci sarebbe stato nessun rigore. Un atteggiamento, quello di Tagliavento, che sa tanto di compensazione dopo i due pesanti errori del primo tempo. Un atteggiamento che dimostra che non c'è niente di premeditato negli errori del primo tempo. Sono errori importanti ma nascono da cattive interpretazioni. Se dietro gli errori arbitrali ci fosse stata la mano lunga della Juventus, come molti sostengono, Tagliavento non sarebbe uscito dagli spogliatoi con l'obiettivo di compensare la situazione. Ogni dietrologia è ingiustificata e fastidiosa. È ora di finirla con certi discorsi.

Ha vinto l'Inter, meritatamente. Le analisi si fermino qui. A fine partita la Juventus ha stretto la mano ai vincitori. Perché chi ha imparato a vincere sul campo, col sudore, accetta anche la sconfitta.

giovedì 1 novembre 2012

Il punto in vista di Juventus-Inter

Juventus. Il campionato 2012/2013 lo vincerà la Juventus, su questo personalmente ho sempre avuto pochissimi dubbi. Ha l'organico migliore, ha una feroce fame di vittoria e il gioco di gran lunga più convincente. Nonostante un'estate bollente per il ridicolo caso Conte, montato ad arte dal sempreverde mondo antijuventino (la Juventus la si ama o la si odia), gli equilibri non sono cambiati. La squadra ha raggiunto una maturità tale che può fare a meno della presenza fisica del proprio allenatore durante le partite: le nove vittorie nelle prime dieci partite stanno lì a testimoniarlo. Poter rinunciare all'allenatore durante le partite non significa che la Juventus possa fare a meno di Conte, unico vero punto fondamentale e insostituibile di questa squadra. Lo sa bene Agnelli, che quest'estate non ci ha pensato un attimo a sostituirlo, nemmeno nel bel mezzo della campagna mediatica antijuventina che non a caso ha messo nell'occhio del ciclone proprio l'allenatore della Juventus, l'uomo più di ogni altro simbolo di una rinascita che non deve essere evidentemente piaciuta a tutti. Piaccia o non piaccia, oggi la società Juventus è un corpo solido e ben amalgamato. La proprietà si è messa da parte, saggiamente verrebbe da dire, lasciando la parte operativa a persone più competenti. Dirigenza e staff tecnico lavorano in totale sintonia e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La Juventus ha allungato ieri sera a 49 i risultati utili in campionato (-9 dal record storico del Milan di Capello dei primi anni novanta), ha il miglior attacco del torneo (22 gol segnati), la miglior difesa (5 reti al passivo) e ha mandato in gol 12 giocatori finora in dieci turni di campionato. Una superiorità evidente che la pone almeno un gradino sopra a tutte le rivali. Solo gli impegni e le fatiche di Champions potrebbero riaprire i giochi di un campionato, almeno al vertice, già scritto.

Inter. Non credo che sia una forzatura dire che oggi l'Inter è Stramaccioni. Nel finale della scorsa stagione Moratti, in un barlume di lucidità o disperazione, ha scelto di affidare la guida tecnica a un ragazzo di 36 anni, un tipo umile e intelligente, senza nessuna rilevante esperienza da calciatore (e allora? Neanche Sacchi e Mourinho sono stati calciatori) e senza nessuna esperienza da allenatore ad alti livelli (prima di prendere in mano la prima squadra aveva allenato gli Allievi della Roma e la primavera dell'Inter). Ma le idee pagano, e Stramaccioni ne ha molte e molto buone. Ha studiato e si è laureato in Legge discutendo una tesi in diritto commerciale sul tema delle società sportive quotate in Borsa. Da perfetto sconosciuto si è conquistato il rispetto e l'ammirazione di calciatori e campioni che fino a un paio di anni prima rispondevano agli ordini di un certo Mourinho, uno che arrivava alla Pinetina avendo già vinto tutto, e tutto più volte. È saltato dai ragazzini della primavera ai campioni della prima squadra con una naturalezza da predestinato. Ha ereditato un gruppo allo sbando, in una complicata fase fase di rifondazione di una squadra che viveva ancora dei vecchi splendori mourinhiani. Ha indirizzato il mercato estivo, fatto al risparmio (una volta tanto in casa Inter!) ma con logica, seguendo un preciso credo tattico. Dimostrazione che spendere poco non significa spendere male (e viceversa spendere tanto non significa spendere bene, capito Moratti?). E i numeri ora parlano per lui: dopo dieci giornate l'Inter viaggia alla media di 2,4 punti a partita. Con questi numeri nove volte su dieci si vince lo scudetto. Sabato l'Inter verrà a Torino con ambizioni da scudetto. Non so dire come finirà, ma non credo che l'Inter abbia le risorse per tenere questo ritmo fino alla fine. Centrerà probabilmente l'obiettivo Champions, secondo o terzo posto. Qualcosa di impensabile fino a pochi mesi fa, quando la squadra di Moratti viaggiava nelle paludi di metà classifica, senza speranze e senza idee di ricostruzione. Quelle idee le sta portando questo ragazzo. Chapeau, Strama.

lunedì 26 marzo 2012

E ora? #1

Se ne è stato lì, silenzioso, nel pieno della partita, guardandosela dalla panchina. Gli sono piovute addosso critiche, ma del resto, è così da una vita. Lui zitto, abbassa la testa e aspetta il suo momento, probabilmente come faceva da bambino nei campetti di calcio. Si ritaglia uno spazio, quasi non lo si nota, "tanto ormai è finito", dicono. Mentre chi crede in lui ci spera, perché a sperare lo impari solo da quei giocatori scomodi, dati troppe volte per finiti. Entra. Segna. Gli avvoltoi si dileguano di nuovo, o peggio ancora si mimetizzano. E ora li senti, lo elogiano per il giocatore che è. Ma tra una settimana si saranno già dimenticati di questo gol, e avranno dimenticato anche tutti gli altri. E tu, zitto come sempre, sarai pronto a far sentire ancora, anche solo per un attimo, la gioia di un gol. Non a loro, ma a chi, come me, ha visto qualcosa di bello in te, Alessandro Del Piero.

sabato 25 febbraio 2012

L'era Moratti, 17 anni senza idee

Napoli-Inter 2-0 -- Coppa Italia, 25 gennaio 2012
Lecce-Inter 1-0 -- Serie A, 29 gennaio 2012
Inter-Palermo 4-4 -- Serie A, 1 febbraio 2012
Roma-Inter 4-0 -- Serie A, 5 febbraio 2012
Inter-Novara 0-1 -- Serie A, 12 febbraio 2012
Inter-Bologna 0-3 -- Serie A, 17 febbraio 2012
Marsiglia-Inter 1-0 -- Champions League, 22 febbraio 2012
Napoli-Inter ?-? -- Serie A, 26 febbraio 2012

Lo scorso agosto scrissi un pezzo in cui provavo a spiegare perché l'Inter avrebbe incontrato molte difficoltà in questa stagione e, più in generale, nel futuro prossimo (questo il pezzo: Inter, la fine dei vincenti per prescrizione). A distanza di poco più di sei mesi, i risultati stanno dando ragione a ciò che scrissi. Ma ero stato davvero facile profeta, perché le debolezze della società nerazzurra erano e sono troppo macroscopiche per passare inosservate e per non lasciare conseguenze in termini di risultati sul campo. L'improvviso addio di Leonardo, l'incoerenza nella scelta dell'allenatore, la mancanza di un progetto tecnico, i litigi tra il dt Marco Branca e Massimo Moratti erano solo alcuni dei motivi che mi avevano fatto scrivere "si sta aprendo un periodo molto difficile per la creatura di Moratti".
E a questo punto la partita col Napoli di domenica prossima sarà probabilmente decisiva per il futuro di Claudio Ranieri. Moratti è confuso e non sa bene che fare, ma se l'Inter dovesse uscire con un risultato negativo dal San Paolo, far saltare l'allenatore sarebbe la scelta più semplice per lui. Più semplice, ma anche più sbagliata e controproducente. E' fin troppo chiaro che il problema di questa squadra non è l'allenatore, e personalmente penso che l'unico errore commesso da Ranieri sia stato quello di accettare la panchina dell'Inter. Un allenatore della sua esperienza avrebbe dovuto capire che non c'erano le condizioni per riportare in alto la squadra. O nei prossimi giorni o a giugno, Moratti cambierà dunque l'ennesimo allenatore della sua personalissima collezione. Per l'esattezza, il prossimo sarà il 18° tecnico in 17 anni di gestione Moratti. Numeri fuori da ogni logica, perché stiamo parlando di una grande squadra - almeno dal punto di vista economico - che avrebbe bisogno di un progetto tecnico e di una società forte in grado di proteggerlo con convinzione. Mi piace molto il modo in cui la Roma sta difendendo Luis Enrique, nonostante i risultati fino ad oggi non siano esaltanti. La società giallorossa ha un progetto molto chiaro - condivisibile o meno questo è un altro discorso - e sta cercando con forza di portarlo avanti. All'Inter tutto questo manca clamorosamente. Mourinho era stato una piacevole illusione per l'ambiente nerazzurro, perché aveva fatto pensare a molti che l'Inter fosse definitivamente uscita da quella spirale negativa che aveva caratterizzato i primi undici anni dell'era Moratti. Ma quello che molti non avevano capito è che Mourinho non è un semplice uomo di campo. E' un manager, un dirigente, un uomo che gestisce le relazioni con la stampa e poi anche un allenatore. Lui stesso ha dichiarato: «Quando sono arrivato all'Inter non avevo neanche un ufficio. Quando me ne andrò chi mi sostituirà ce l'avrà». Mourinho ha coperto da solo il grande vuoto societario che aveva alle spalle. Ma andato via lui, quel vuoto si è riaperto.
Alcuni sostengono che il problema dell'Inter è che Moratti non investe più. Io non penso sia questo il problema. Moratti nella sua gestione ha speso moltissimo, anche troppo. E soprattutto ha speso male. Dal 1995 al 2005 Moratti ha speso mille miliardi di vecchie lire senza vincere un solo scudetto. Negli stessi anni Moggi costruiva e ricostruiva squadre vincenti senza chiedere una lira alla famiglia Agnelli. Nel 2001 Moggi vendette il quasi 30enne Zidane al Real Madrid alla cifra di 160 miliardi di lire, e con quei soldi rifondò la squadra andando a prendere Buffon, Thuram e Nedved. Quindi non penso sia un problema di soldi, casomai di come vengono investiti quei soldi. Si può vincere senza grandi risorse ma non si può vincere senza idee.

domenica 11 dicembre 2011

Tavolo della pace o via di fuga?

Il tanto atteso "tavolo della pace" - come è già stato battezzato, forse prematuramente o forse no, dalla stampa sportiva - si sta avvicinando. L'incontro si terrà mercoledì prossimo ed è stato fortemente voluto dal presidente del Coni, Gianni Petrucci. Su invito del Coni stesso, si siederanno davanti al tavolo i principali protagonisti di Calciopoli: oltre a Petrucci stesso, ci saranno Pagnozzi (segretario generale del Coni), Abete (presidente della Figc), Andrea Agnelli (presidente della Juventus), Moratti (presidente dell'Inter), Diego Della Valle (presidente della Fiorentina), Galliani (amministratore delegato del Milan), De Laurentiis (presidente del Napoli) e Valentini (direttore generale della Figc). Obiettivo del tavolo: trovare un punto d'intesa per superare definitivamente calciopoli. Sono passati più di cinque anni dall'estate 2006, ma le polemiche non accennano a placarsi e il tavolo si è posto la mission impossible di azzerare tutto e far ripartire il sistema. E' scontato dire che le intenzioni sono lodevoli, ma con quali mezzi il Coni pensa di raggiungerle? Il dialogo, le semplici parole possono chiudere questa vicenda così complessa?

Guardiamo il tavolo da una prospettiva particolare, quella del presidente Agnelli. Cosa pensa o spera di ottenere Agnelli il 14 dicembre? Perché ha accettato senza la minima esitazione la proposta del presidente del Coni Petrucci? Quando nell'aprile 2010 Agnelli diventò presidente al posto di Blanc, la Juventus sembrò cambiare drasticamente strategia su calciopoli. Sembrava, anche perché Agnelli lo diceva a chiare lettere, che la Juventus avesse alla fine deciso, con una ritardo di quattro anni, di iniziare a difendere se stessa dalle pesantissime accuse che le furono rivolte nel 2006. Tuttavia, oggi possiamo dire che queste impressioni erano probabilmente sbagliate e che probabilmente quelle di Agnelli erano solo dichiarazioni volutamente ostentate da dare in pasto agli ultras bianconeri, affamati di prendersi le loro rivincite dopo gli anni horribilis post calciopoli. Ci sono in effetti molte cose che non tornano nelle scelte difensive della Juventus di Agnelli.
Prima considerazione. Perché la Juventus ha scaricato Luciano Moggi (ma poi non lo aveva già scaricato?, che bisogno c'era di ribadire il concetto?) con quel comunicato sul proprio sito ufficiale, pubblicato immediatamente dopo la sentenza di primo grado al Processo di Napoli? Aldilà dei buoni propositi - come quello di riavere almeno uno di quei due scudetti - come pensa Andrea Agnelli di raggiungerli se non cercando di risollevare la posizione di Luciano Moggi, principale imputato ed ex dipendente della Juventus? Il processo di secondo grado potrebbe ribaltare la prima sentenza - gli elementi per questo capovolgimento ci sono - ma Moggi avrebbe bisogno di trovare un alleato forte come la Juventus. Ma a quanto pare Agnelli e suo cugino Jaki non hanno alcuna intenzione di schierarsi con l'ex ferroviere di Civitavecchia. Perché?
Seconda considerazione. La stessa scelta di Andrea Agnelli di sedere al tavolo della pace è francamente difficile da capire, se pensiamo che solo qualche settimana fa la Juventus ha chiesto oltre 400 milioni di danni all'Inter e alla Figc per i comportamenti nelle vicende di Calciopoli dal 2006 al 2011. Figc e Inter che saranno ovviamente presenti e protagoniste al tavolo della pace. Non sembrano queste le migliori condizioni per intavolare una trattativa di pace, e neanche per iniziare una tregua. A meno che...

A meno che le parti in causa non siano disposte a cedere davvero qualcosa e a venirsi incontro. Dubito che queste concessioni possano arrivare da Moratti, che è sempre stato molto rigido sulla sua posizione di "uomo perbene", che non deve chiedere scusa a nessuno, perché è lui la vera vittima di tutta questa vicenda. Impossibile immaginare che Moratti sia disposto a restituire lo scudetto di cartone. Stesso discorso per la Figc, che non ha mai ammesso e mai ammetterà - salvo clamorosi sviluppi - che quel processo sportivo dell'estate 2006  fu un processo sommario. Mai ammetterà - direbbe Mughini - che nel 2006 trionfò il bar dello sport.
Molto più probabile che sia lo stesso Agnelli ad addolcire i toni e a spingere per trovare un punto d'intesa. Spesso ci si dimentica che Agnelli è il presidente ma non la proprietà, e che chi decide in fondo è la proprietà, vale a dire chi mette i soldi. Forse tutti i buoni propositi di Agnelli erano solo un bluff, e forse il tavolo della pace è un occasione per venire fuori da questa finzione nel modo meno appariscente possibile. Poco importa se la Juventus uscirà a mani vuote. E' un tavolo della pace ma forse è una via di fuga. Mercoledì sapremo.

mercoledì 21 settembre 2011

Fine della corsa



Inter-Milan (supercoppa italiana) 1-2.
Palermo-Inter 4-3.
Inter-Trabzonspor 0-1.
Novara-Inter 3-1.

In tempi non sospetti ebbi modo di scrivere un post (Inter, la fine dei vincenti per prescrizione) in cui dicevo che per l'Inter si stava aprendo un periodo molto difficile. I segnali erano evidenti, tanto da non lasciare dubbi. Per citarne alcuni: l'inconsistenza della società; la nullità del mercato estivo; il divorzio inatteso a fine giugno da Leonardo; la scelta di un nuovo allenatore, Gasperini, arrivato come quinta o sesta scelta e mai sostenuto dalla società; i dissidi tra Branca e Moratti; il ricordo opprimente (ossessione?) di Mourinho e dei vecchi splendori.
Pagherà, come sempre, l'allenatore. Domani, dopodomani, tra una settimana, dieci giorni. Non cambia molto: Gasperini verrà mandato via. Moratti non ha mai agito da dirigente sportivo, perché non lo è mai stato e mai lo sarà. Agisce da tifoso, perché in fondo è un tifoso, solo con molti soldi in tasca. Un tifoso neanche molto evoluto, a dirla tutta. Non ha mai avuto l'umiltà di riconoscere i propri errori, né pubblicamente né di fronte a se stesso. Un paio d'anni fa, subito dopo la finale di Champions vinta contro il Bayern Monaco, Pierluigi Pardo - giornalista che all'epoca lavorava per Sky (ora è di Mediaset) - gli chiese se quella vittoria lo ripagava delle tante delusioni e degli errori degli anni passati. L'avesse mai fatto! Moratti gli rispose piccato dicendo che «quelli erano gli anni in cui c'era un gruppo che adesso è sotto processo a Napoli», e se ne andò sdegnato non concedendosi alle altre domande del giornalista. Non ha mai ammesso i propri errori, e tantomeno ne ha fatto tesoro per le occasioni successive.
Si ripeteranno dunque i soliti schemi e le solite procedure che all'Inter vengono applicati da oltre sedici anni, da quando Moratti è presidente. Si alzerà il telefono e si cercherà il successore di Gasp, sperando in questo modo di risolvere il problema. Solo per dare un'idea: il prossimo sarà il 17° allenatore della gestione Moratti. Più di un allenatore all'anno negli ultimi 16 anni, un dato incredibile, soprattutto considerando che stiamo parlando di una grande squadra.
Forse il nuovo tecnico darà una scossa all'ambiente, ma sarà un sollievo momentaneo. L'Inter avrebbe bisogno di ben altre misure che un semplice cambio di tecnico per invertire la rotta.

venerdì 19 agosto 2011

Moratti-Della Valle, ancora scintille

Qualche giorno fa Diego della Valle, dopo aver letto la relazione di 72 pagine del procuratore federale Stefano Palazzi - relazione dalla quale emergeva che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro violarono gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale - attraverso un comunicato sul sito ufficiale della Fiorentina, si rivolse pubblicamente a Massimo Moratti, chiedendogli di sedersi intorno a un tavolo per cercare di chiarire cosa accadde veramente nella bollente estate 2006 del calcio italiano, e per cercare di capire "perché i destini di due società amiche come le nostre, che condividevano gli stessi principi e gli stessi valori, abbiano avuto trattamenti diversi e destini diversi". Alla proposta del patron viola, peraltro espressa con toni pacati e civili, rispose con una certa acidità Massimo Moratti: "Mi siederò al tavolo con Della Valle? Penso che si divertiranno a fare una rimpatriata tra di loro, io sarei noiosissimo". Non contento, qualche giorno fa, nel corso di un'intervista alla Gazzetta dello Sport, il presidente nerazzurro ha rincarato la dose su Calciopoli: "Mi verrebbe da fare una battuta: un giorno mi metto lì e chiamo tutti i presidenti, una società alla volta, e regalo loro quello scudetto. Calciopoli non dipende da me ma dagli altri, io non c'entro un bel niente: vede, l'Italia è un paese in cui se hai un senso di colpa, bè, vuoi farlo avere automaticamente anche all'altro; ma io i sensi di colpa su questa storia non li ho nè mai li avrò". Peccato che la relazione di 72 pagine di Palazzi dello scorso luglio dica esattamente, e in modo inequivocabile, il contrario: anche l'Inter violò gli articoli 1 e 6 del codice sportivo. A sentire Moratti, però, sembra che il tempo si sia fermato al 2006.
La suddetta intervista alla Gazzetta dello Sport ha scatenato la controreplica di Diego Della Valle, che ancora tramite un comunicato sul sito ufficiale della Fiorentina, ha rinnovato l'invito al presidente nerazzurro a sedersi a un tavolo per chiarire ciò che accadde nel 2006 e per stemperare il clima di tensione, non certo ideale in vista dell'imminente inizio del campionato. Stavolta i toni del comunicato sono molto più duri:


Dopo la mia proposta del tavolo del chiarimento e della pacificazione, Moratti insiste nel  fuggire dalle proprie responsabilità, continuando invece a nascondersi dietro battute offensive e inopportune, rilasciate agli angoli di una strada o al tavolo di un bar al mare. 
Dal mio punto di vista il suo è un comportamento offensivo per chi è stato vittima di una situazione assurda, non chiara, e che dovrà essere (e mi auguro sarà) ben analizzata, senza preconcetti  per quanto riguarda quello che la Fiorentina ha dovuto subire. Il suo comportamento è altrettanto inopportuno in quanto Moratti stesso è stato considerato colpevole di un comportamento scorretto, sportivamente parlando, ed avrebbe dovuto essere giudicato per questo, se non fosse sopraggiunta una prescrizione arrivata con la precisione di un cronometro. Questi sono i fatti che nessun atteggiamento sprezzante e supponente può cancellare, queste sono ombre, o più che ombre macigni che Moratti ha sopra la sua reputazione personale.  Per chiarire anche la sua posizione, l’unico modo serio e civile da parte di Moratti può essere solo quello di accettare un confronto leale, nel quale potrà spiegare dal suo punto di vista cosa è successo prima e durante lo scandalo del calcio, qual è stato il suo ruolo, il suo comportamento personale, senza nascondersi dietro persone per bene che non ci sono più e tanto meno senza nascondersi dietro i propri tifosi, che in questa faccenda non c’entrano nulla e nulla hanno fatto di male.  Pertanto gli rinnovo l’invito a sedersi al tavolo del chiarimento prima che inizi il campionato, in modo che si possa tentare di mandare allo stadio i tifosi, tutti i tifosi, con uno stato d’animo più sereno, cosa ancora più indispensabile in un momento così difficile e socialmente incerto. Per fare questo non servono battute estemporanee, ma serve solo senso del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, rispetto delle persone e dei valori e un po’ di coraggio.

Il alcuni precedenti post avevo espresso concetti molto simili a quelli presenti in questo comunicato. Questi i post:


Mi scuso per tutti questi rimandi ai precedenti post, ma il mio pensiero su questa vicenda l'ho già ampiamente espresso e sarebbe inutile da parte mia ripetere i soliti concetti. Diventerei noioso come Moratti e questo, cercate di capirmi, proprio non mi va.

mercoledì 10 agosto 2011

Inter, la fine dei vincenti per prescrizione

Dopo la stagione dello storico triplete e dopo il mini triplete dell’anno scorso, per l’Inter si profila un periodo di vacche magre. I segnali di un crollo verticale della società nerazzurra, in termini di prestazioni e di risultati sportivi, ci sono e sono forti. L’addio di Leonardo ha palesato ancora una volta la fragilità e l’intrinseca debolezza della società nerazzurra. Forse il lavoro fantastico di José Mourinho aveva fatto illudere qualcuno che la società interista nel suo complesso avesse acquisito quella capacità operativa e quella competenza che per anni non aveva avuto. Ma chi osserva il calcio con occhio critico sa benissimo che le chiavi dei recenti successi nerazzurri sono fondamentalmente due, e non sono da ricercare in una nuova vitalità della società di Moratti. Le chiavi sono calciopoli e Mourinho. Calciopoli (mi correggo: farsopoli, clicca qui per leggere post su farsopoli) ha sconvolto gli equilibri del campionato italiano, sia perché la Juventus fu mandata in serie B, sia perché alcuni campioni della Vecchia Signora furono venduti proprio all’Inter nell’estate 2006, per l’incapacità del nuovo dg bianconero J.C. Blanc: mi riferisco a Patrick Vieira e a un certo Zlatan Ibrahimovic. Quest’ultimo in particolare ha fatto fare un salto qualitativo e di mentalità a tutto l’ambiente, trascinandolo alla conquista di tre scudetti consecutivi. Ho già avuto modo di dire nel precedente post (clicca qui per leggerlo) quanto Ibra sappia essere decisivo nel nostro campionato, probabilmente come nessun altro. L’altra chiave dei recenti successi nerazzurri è José Mourinho, lo Special One, capace in due anni di tirare fuori il meglio del meglio dagli uomini che aveva a disposizione e di vincere quella Champions che mancava all’Inter da 45 anni. Con l’addio di José da Setùbal l’Inter ha iniziato un declino dal quale difficilmente uscirà in tempi rapidi, almeno fino a quando continuerà a vivere nel ricordo del vecchio splendore e dell’allenatore portoghese. L’anno scorso il mini triplete ha salvato la stagione, ma quest’anno sarà molto più dura, perché non c’è un Mondiale per club da giocare, non c’è nessuna Supercoppa europea da alzare, e il primo obiettivo, la Supercoppa italiana, è già svanito a Pechino. E poi ad agosto inoltrato il mercato non ha ancora dato le sue risposte: Sneijder ed Eto’o probabilmente partiranno e non si sa ancora da chi verranno sostituiti. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che tra il dt Marco Branca e il presidente Massimo Moratti è sceso il gelo: tra i due infatti ci sarebbero state delle incomprensioni su come condurre il mercato e quindi su come costruire la rosa. Non proprio un gruppo unito insomma. In tutto questo c’è un allenatore, Gasperini, arrivato come quinta o sesta scelta, dopo Bielsa, Villas Boas, Capello, Hiddink e forse anche Mihajlović. Non proprio l’ideale, considerando che Gasp, non avendo mai allenato un Top club, avrebbe bisogno di un forte appoggio della società. Se prendi un allenatore giovane o con poca esperienza ad altissimi livelli, ti devi anche mettere in testa di tutelarlo, soprattutto nei momenti difficili. Ma sono pronto a scommettere che alle prime difficoltà Moratti alzerà il telefono e inizierà a cercare il successore di Gasp. All’Inter funziona così.
L’Inter ha costruito i suoi recenti successi sulle rovine della Juventus, ma adesso gli effetti benefici di farsopoli sulla società nerazzurra stanno pian piano svanendo. Si sta aprendo un periodo molto difficile per la creatura di Moratti.

martedì 9 agosto 2011

Ibra, l'uomo dei record. Un acquisto misterioso

Il primo titulo della stagione è del Milan. Nella stracittadina che valeva la Supercoppa italiana i rossoneri si sono confermati sui livelli della scorsa stagione, solito fortino difensivo e solito grandissimo Ibrahimović. Lo svedesone di origini slave è sicuramente l'uomo che negli ultimi anni ha fatto maggiormente la differenza nel campionato italiano. Chi ha Ibra vince, è un equazione infallibile. Dal primo anno in cui Zlatan è arrivato in Italia (portato nel nostro campionato non a caso da Luciano Moggi, uno che di calcio ci capiva e ci capisce più di tutti) le squadre in cui ha giocato hanno sempre vinto lo scudetto: Juventus, Inter e Milan. Complessivamente sono otto anni consecutivi che Ibrahimović vince lo scudetto (e il ciclo è sempre aperto!). Dalla stagione 2003/2004 all'Ajax fino alla stagione 2010/2011 al Milan, con in mezzo Juve, Inter e Barcellona, è sempre la stessa storia: Ibra uguale scudetto. Equazione sicura come due più due uguale quattro. Galliani l'anno scorso ha fatto un colpo straordinario, pesantissimo, riportando in Italia lo svedese. E' stata una manovra preparata ad arte grazie all'aiuto di Mino Raiola, il procuratore-burattinaio che muove i fili del calciomercato come nessun altro e che sembra avere una corsia preferenziale per portare i giocatori al Milan. Una manovra preparata con largo anticipo, iniziata con la rottura primaverile, rottura totale, tra Ibra e il proprio allenatore al Barça, Pep Guardiola. Vi ricorderete sicuramente le pubbliche accuse dello svedese al proprio tecnico. Solo una rottura diplomatica con il Barcellona poteva consentire a Ibra di aprire una trattativa con il Milan e di tornare in Italia, dove si gioca il campionato ideale per le sue caretteristiche.

C'è però un aspetto della trattativa che ha portato Ibra al Milan, un aspetto non secondario, che non mi convince affatto: le cifre. Come è possibile che il Milan abbia acquistato lo svedese in prestito con diritto di riscatto fissato a 24 milioni di euro esercitabile alla fine della stagione? Sono cifre inverosimili se pensiamo che l'anno precedente il Barcellona lo aveva acquistato dall'Inter ad una cifra folle: 50 milioni di euro più Eto'o (valutato 20 milioni). Siccome a Barcellona non sono fessi e di calcio se ne intendono, io non credo sia possibile che abbiano ceduto Ibrahimović al Milan a quelle cifre, accettando una minusvalenza da 44 milioni di euro. Ok, Ibra non rientrava più nei piani di Guardiola e si è dimostrato essere un giocatore non adatto per giocare nella squadra dei folletti cresciuti nella cantera catalana. Ma è possibile che pur di liberarsi della sua presenza ingombrante a Barcellona abbiano deciso di perdere in un solo anno per un solo giocatore 44 milioni di euro? E' vero Ibra non giocò la sua migliore stagione in Spagna, ma chiuse comunque l'anno con 21 gol in 45 partite: sono numeri che non giustificano e non spiegano affatto una svalutazione così forte del giocatore, da 70 milioni a 26 milioni. Forse non ci hanno detto tutto e per qualche motivo le vere cifre del passaggio di Ibra al Milan non sono state dette. Certo è che l'anno scorso Berlusconi passò l'estate a dire che "in un momento di così forte crisi economica internazionale non si potevano investire cifre folli nel Milan, anche per rispetto nei confronti degli italiani". Possibile che dopo l'acquisto dello svedese il Milan e il suo presidente avessero degli interessi a nascondere i numeri reali della trattativa? E' solo una mia ipotesi e come tale può essere sbagliata. Ma a Barcellona non sono pazzi.

domenica 17 luglio 2011

L'insopportabile linea difensiva dell'Inter

Come già ho avuto modo di dire in un precedente post (clicca qui per leggere post), la strategia difensiva adottata dall'Inter riguardo a Calciopoli è quanto di più squallido possa esserci. Nascondersi dietro ad una persona che non c'è più, Giacinto Facchetti, è qualcosa davvero di cattivo gusto ed è l'evidente segnale di una mancanza di argomentazioni difensive concrete da parte della società nerazzurra. Continua anche in questi giorni inesorabile la stomachevole litania di dichiarazioni da parte di tesserati del mondo nerazzurro in difesa del Cipe, nomignolo affettuoso con cui gli amici chiamavano Giacinto Facchetti. Nell'ordine prima il presidente Moratti, poi Toldo, Stankovic, Cordoba e infine il capitano Zanetti si sono tutti preoccupati di difendere la sua memoria. Come esempio riporto le parole di Zanetti, arrivate direttamente dall'Argentina dove è in corso la Coppa America: "Conosco bene Massimo Moratti ed ho avuto la fortuna di conoscere anche Giacinto Facchetti, e questo a me basta. È sorprendente che a cinque anni di distanza se ne continui a parlare: per fortuna la vicenda si sta per chiudere. Speriamo che sia una volta per tutte e che si possa vedere un miglior calcio in Italia. Non ci sono dubbi, quel titolo vale come gli altri".
Tengo a precisare che non c'è niente di male nel difendere Giacinto Facchetti, tutti quelli che lo conoscevano dicono che fosse una bella persona e personalmente non stento a crederlo. Il fatto intollerabile è che dietro alla difesa di Facchetti c'è il tentativo (per niente disinteressato) di far passare il messaggio che c'è un attacco mirato nei suoi confronti, come se qualcuno si divertisse per qualche strano motivo a infangarne la memoria. Non è così. Se nell'aprile 2010 i legali di Moggi hanno trovato, ascoltando le 171 mila intercettazioni, alcune chiamate - misteriosamente non trascritte né prese in considerazione dagli inquirenti che condussero le indagini - che dimostrano l'esistenza di una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del mondo arbitrale, non si può far finta di niente. Se poi tra queste chiamate ce ne sono alcune che riguardano direttamente Giacinto Facchetti anche in questo caso non si può far finta che non esistano. E' un dispiacere per tutti che l'ex presidente nerazzurro non possa difendersi in prima persona, ma si tratta di materiale rilevante ai fini del Processo di Napoli e quindi va preso in considerazione. E' tutto così semplice.
A volte mi chiedo se gli interisti non hanno ancora capito di cosa si sta parlando oppure se fanno finta di non capire. Propendo per la seconda opzione, il che rende il tutto ancora più insopportabile.

giovedì 14 luglio 2011

Lo scudetto dei (dis)onesti e l'omertà della FIGC

Era il 26 luglio 2006 quando Guido Rossi, al tempo commissario straordinario della Federcalcio - nonché ex componente del CdA nearazzurro - prese la decisione di assegnare lo scudetto della stagione 2005/2006 all'Inter, con la motivazione di "società simbolo di giustizia e onestà". Tra pochi giorni correrà il quinto anniversario da quella storica decisione, nel frattempo sono cambiate tante cose (se volete farvi un'idea di quante cose sono cambiate cliccate qui).
E' successo che nell'aprile 2010 i legali di Luciano Moggi hanno fatto uscire dalle 171 mile intercettazioni alcune conversazioni, misteriosamente non trascritte dagli inquirenti, che hanno dimostrato l'esistenza di una una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del settore arbitrale. Alla luce del nuovo materiale probatorio la Juventus presentò il 10 maggio un esposto al CONI, alla FIGC e alla Procura Federale in cui chiedeva la revisione della decisione di assegnare il titolo e pertanto la revoca dello scudetto 2005/2006. Nel luglio 2011, dall'inchiesta condotta dal procuratore federale Stefano Palazzi, è risultato che anche l'Inter ha violato l'articolo dell'illecito sportivo. Dalla relazione di 72 pagine del procuratore federale emerge che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro hanno violato gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale (da Wikipedia).
Ieri i Della Valle hanno fatto uscire un duro comunicato che recita così: "È necessario spiegare a tutti perché migliaia di telefonate, utili nel loro insieme a precisare il quadro della situazione, siano state accantonate dagli inquirenti, in particolare dal colonnello Auricchio. L'Acf Fiorentina chiede con determinazione che il colonnello Auricchio, principale responsabile delle lacune e delle distorsioni emerse, spieghi immediatamente perché allora vennero prese certe decisioni e chi era al corrente delle decisioni prese. E in particolare perché venne selezionato il materiale probatorio a disposizione, ignorandone una parte consistente e rinunciando ad altri approfondimenti possibili e opportuni. È fondamentale anche sapere se i Pm Beatrice e Narducci fossero tenuti all'oscuro delle intercettazioni arbitrariamente considerate irrilevanti. E se i responsabili di allora del funzionamento della Federcalcio, il commissario straordinario Guido Rossi e gli organi di giustizia sportiva da lui nominati, fossero informati di una trasmissione solo parziale degli atti messi a loro disposizione. L'Acf Fiorentina propone che, una volta ottenute queste spiegazioni, i presidenti di tutte le società interessate, direttamente o indirettamente, si siedano intorno a un tavolo, si confrontino a viso aperto e chiudano definitivamente questa questione con chiarezza e onestà reciproca e prima dell'inizio della prossima stagione sportiva. Il calcio italiano non può permettersi di ripartire senza aver preso alcuna decisione e senza aver rasserenato l'ambiente". Il comunicato è quanto mai opportuno: c'è bisogno di chiarezza, è l'ora di abbattere questo muro di omertà che impedisce di vedere a fondo cosa c'è dietro a calciopoli.
La relazione di Palazzi, consegnata dallo stesso alla Federcalcio, ha inchiodato l'Inter e ha evidenziato inequivocabilmente le responsabilità della società nerazzurra. Ora la palla passa in mano proprio alla FIGC, che il 18 luglio dovrà esprimersi se revocare o meno lo scudetto ai nerazzurri. Qualche tempo fa il presidente della Federazione Abete disse: "l'etica non va in prescrizione". Adesso lo dimostri. Ciò che trapela però è ben altro, l'impressione è che la FIGC stia cercando il modo per lavarsene le mani e per non prendere nessuna decisione, con la motivazione che non è sua competenza decidere sulla revoca e non ne ha i poteri. L'obiettivo (non dichiarato) della Federazione non è quello di prendere la decisione eticamente più corretta, ma quello di prendere la decisione meno dolorosa dal punto di vista legale. Circa una settimana fa, dal ritiro di Bardonecchia, Andrea Agnelli disse: "Temo che la FIGC decida di non decidere". Probabilmente, purtroppo, la sua profezia sarà corretta.
Guido Rossi consegnò lo scudetto all'Inter con la motivazione di "società simbolo di giustizia e onestà", ma in tutto questo di giusto e onesto non c'è proprio nulla.

lunedì 11 luglio 2011

Caro Moratti non si nasconda

Dall'aprile 2010 - quando i legali di Moggi trovarono nelle 171 mila intercettazioni alcune chiamate che rivelavano l'esistenza di una una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del settore arbitrale - la strategia difensiva adottata dal signor Massimo Moratti è stata all'insegna della più bieca ipocrisia. Ieri a Pinzolo, in Trentino, luogo che ospita il ritiro estivo 2011 dell'Inter, si è raggiunto davvero il momento più basso dell'intera vicenda, quando Stankovic e Cordoba hanno srotolato una gigantografia che raffigura l'ex presidente dell'Inter Giacinto Facchetti, scomparso nell'agosto 2006 in seguito ad una brutta malattia. Niente di male si direbbe, solo un modo per rievocare la memoria di un grande giocatore che ha fatto la storia non solo con la maglia nerazzura ma anche con la maglia della Nazionale, a cavallo tra gli anni '60 e '70. La sensazione che emerge però è che l'Inter stia usando l'immagine dell'ex presidente Giacinto Facchetti per spostare l'attenzione dal vero problema. Tra le numerose telefonate, riemerse grazie al lavoro dei legali di Moggi e ammesse al procedimento penale in corso presso il Tribunale di Napoli, ce ne sono infatti diverse in cui Giacinto Facchetti parla con i designatori e una in cui parla con l'arbitro De Santis. L'Inter, che fino a quel momento aveva sempre negato ogni tipo di contatto con esponenti del mondo arbitrale e si era sempre definita come "società simbolo di onestà e lealtà sportiva", si è trovata dunque pesantemente coinvolta nella vicenda. In particolare nel luglio 2011, a seguito dell'inchiesta condotta dal procuratore federale Stefano Palazzi, è risultato che anche l'Inter ha violato l'articolo dell'illecito sportivo, lo stesso per cui la Juventus ha dovuto scontare una pena durissima. Dalla relazione di 72 pagine del procuratore federale emerge che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro hanno violato gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale (da Wikipedia).
Nessuno sta cercando di infangare l'immagine di uomo onesto e leale di Giacinto Facchetti, come invece crede o vuol far credere il presidente Moratti. Tutti quelli che parlano del Cipe, soprannome col quale gli amici si rivolgevano affettuosamente a Facchetti, dicono un gran bene di lui, e non stento a credere che fosse una gran bella persona. Qui però si sta parlando di altro: si sta parlando di un processo penale, quello di Napoli, che sta cambiando l'intera mappatura di Calciopoli e di fatto sta dimostrando che le sentenze del processo sportivo del 2006 furono, per usare un eufemismo, molto affrettate. Se al processo in corso a Napoli sono emersi degli elementi rilevanti, nello specifico chiamate tra dirigenti dell'Inter - non solo Facchetti ma anche Moratti - e designatori arbitrali e arbitri, non si può far finta di niente. Dispiace a tutti che Facchetti non possa difendersi in prima persona, ma è un dispiacere ancora più grande vedere il modo in cui Moratti non lo sta difendendo. Se Moratti volesse davvero difendere Facchetti troverebbe degli argomenti più validi rispetto a quello ipocrita secondo cui non si può tirare in ballo una persona che non c'è più. Forse non ha argomenti, e questo meriterebbe un capitolo a parte, ma almeno smetta di usare l'immagine di Giacinto Facchetti come scudo per non affrontare il vero problema.