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giovedì 1 novembre 2012

Il punto in vista di Juventus-Inter

Juventus. Il campionato 2012/2013 lo vincerà la Juventus, su questo personalmente ho sempre avuto pochissimi dubbi. Ha l'organico migliore, ha una feroce fame di vittoria e il gioco di gran lunga più convincente. Nonostante un'estate bollente per il ridicolo caso Conte, montato ad arte dal sempreverde mondo antijuventino (la Juventus la si ama o la si odia), gli equilibri non sono cambiati. La squadra ha raggiunto una maturità tale che può fare a meno della presenza fisica del proprio allenatore durante le partite: le nove vittorie nelle prime dieci partite stanno lì a testimoniarlo. Poter rinunciare all'allenatore durante le partite non significa che la Juventus possa fare a meno di Conte, unico vero punto fondamentale e insostituibile di questa squadra. Lo sa bene Agnelli, che quest'estate non ci ha pensato un attimo a sostituirlo, nemmeno nel bel mezzo della campagna mediatica antijuventina che non a caso ha messo nell'occhio del ciclone proprio l'allenatore della Juventus, l'uomo più di ogni altro simbolo di una rinascita che non deve essere evidentemente piaciuta a tutti. Piaccia o non piaccia, oggi la società Juventus è un corpo solido e ben amalgamato. La proprietà si è messa da parte, saggiamente verrebbe da dire, lasciando la parte operativa a persone più competenti. Dirigenza e staff tecnico lavorano in totale sintonia e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La Juventus ha allungato ieri sera a 49 i risultati utili in campionato (-9 dal record storico del Milan di Capello dei primi anni novanta), ha il miglior attacco del torneo (22 gol segnati), la miglior difesa (5 reti al passivo) e ha mandato in gol 12 giocatori finora in dieci turni di campionato. Una superiorità evidente che la pone almeno un gradino sopra a tutte le rivali. Solo gli impegni e le fatiche di Champions potrebbero riaprire i giochi di un campionato, almeno al vertice, già scritto.

Inter. Non credo che sia una forzatura dire che oggi l'Inter è Stramaccioni. Nel finale della scorsa stagione Moratti, in un barlume di lucidità o disperazione, ha scelto di affidare la guida tecnica a un ragazzo di 36 anni, un tipo umile e intelligente, senza nessuna rilevante esperienza da calciatore (e allora? Neanche Sacchi e Mourinho sono stati calciatori) e senza nessuna esperienza da allenatore ad alti livelli (prima di prendere in mano la prima squadra aveva allenato gli Allievi della Roma e la primavera dell'Inter). Ma le idee pagano, e Stramaccioni ne ha molte e molto buone. Ha studiato e si è laureato in Legge discutendo una tesi in diritto commerciale sul tema delle società sportive quotate in Borsa. Da perfetto sconosciuto si è conquistato il rispetto e l'ammirazione di calciatori e campioni che fino a un paio di anni prima rispondevano agli ordini di un certo Mourinho, uno che arrivava alla Pinetina avendo già vinto tutto, e tutto più volte. È saltato dai ragazzini della primavera ai campioni della prima squadra con una naturalezza da predestinato. Ha ereditato un gruppo allo sbando, in una complicata fase fase di rifondazione di una squadra che viveva ancora dei vecchi splendori mourinhiani. Ha indirizzato il mercato estivo, fatto al risparmio (una volta tanto in casa Inter!) ma con logica, seguendo un preciso credo tattico. Dimostrazione che spendere poco non significa spendere male (e viceversa spendere tanto non significa spendere bene, capito Moratti?). E i numeri ora parlano per lui: dopo dieci giornate l'Inter viaggia alla media di 2,4 punti a partita. Con questi numeri nove volte su dieci si vince lo scudetto. Sabato l'Inter verrà a Torino con ambizioni da scudetto. Non so dire come finirà, ma non credo che l'Inter abbia le risorse per tenere questo ritmo fino alla fine. Centrerà probabilmente l'obiettivo Champions, secondo o terzo posto. Qualcosa di impensabile fino a pochi mesi fa, quando la squadra di Moratti viaggiava nelle paludi di metà classifica, senza speranze e senza idee di ricostruzione. Quelle idee le sta portando questo ragazzo. Chapeau, Strama.

mercoledì 18 aprile 2012

Il tramonto in bianco e nero

Dica la verità: avrebbe preferito finire la carriera alla Juve.
«Era quello che sognavo. Questi vent’anni sono stati ricchi di emozioni, con momenti straordinari e a volte duri: ho provato il brivido di scrivere quasi tutti i record bianconeri. Ormai però le cose sono cambiate»
(tratto dall'intervista a Del Piero sul numero 16 di Vanity Fair)
Manca solo il finale, e tra poco più di trenta giorni conosceremo anche quello. Poi si aprirà il libro dei ricordi, e non ci sarà più bisogno di aggiornarlo con altre presenze, gol, record. Le parole di Del Piero a Vanity Fair sono molto amare e ci dicono molto su come abbia vissuto questa sua ultima stagione in bianconero («la più difficile della mia carriera»). L'ha vissuta ai margini, come mai gli era successo prima, trovandosi ad affrontare una situazione nuova, forse sorprendente ma non imprevedibile, perché i rapporti con Agnelli erano tesi da tempo e lasciavano intravedere un futuro decisamente incerto. Lo scorso anno la società fece passare quattro lunghi mesi prima di rinnovargli il contratto in scadenza. Quella che doveva essere una formalità si trasformò in un tormentone. Si aspettò fino al 5 maggio, cercando di coprire dietro a quella data tanto cara al mondo juventino (ricorderete il 5 maggio 2002) un'attesa estenuante e immotivata. Prima della firma chiesero a Del Piero se il suo futuro sarebbe stato ancora in bianconero. Lui, con eleganza, rispose: «La società ha detto che le porte sono aperte. Bisogna vedere se per entrare o per uscire». Il feeling con Agnelli non è mai sbocciato. Alcuni dicono che la colpa sia di un video pubblicato su youtube, in cui lo stesso Del Piero annunciava ai fan che avrebbe firmato in bianco un nuovo contratto con la Juventus. La società si sarebbe sentita scavalcata e adesso starebbe consumando la sua lenta vendetta. Quali che siano i motivi, sono probabilmente pretestuosi e nascondono strategie più profonde.
Non realizzerà quindi il suo sogno Pinturicchio, quello di chiudere la carriera con la stessa maglia di sempre. Ma l'impressione è che abbia vinto lo stesso, perché lo hanno scaricato sì, ma lui ha dimostrato (ma scusate cosa deve dimostrare ancora?) di essere un campione puro, capace di decidere le partite nel momento più caldo della stagione. Forse rimarrà a giocare in Europa, o forse andrà in America o chissà dove. Sicuramente giocherà ancora, come dice il titolo (Giochiamo ancora) del suo libro autobiografia in uscita il prossimo 24 aprile. La vita continuerà anche senza la Juve, e dopo il 20 maggio inizierà la sua nuova avventura: «Non so immaginare il mio futuro, è un cambiamento enorme e un po’ mi spaventa, perché sarebbe come andare via di casa una seconda volta. Ma lo vivo come i videogiochi che mi piacevano da ragazzino: un nuovo livello da superare».
Da ieri sulla pagina facebook di Del Piero campeggia la foto di un tramonto. Il tramonto di una storia sportiva tutta in bianconero, o quasi. In bocca al lupo, campione.

venerdì 13 aprile 2012

E ora? #3


Mi fa piacere che adesso spuntino tutti fuori a chiedere il rinnovo, perché io lo chiedevo anche quando c'era un silenzio assordante. Come si diceva da tempo, con quell'uscita di ottobre Agnelli non ha risolto nulla. Se pensava che Del Piero fosse finito, Del Piero gli ha risposto sul campo. Se pensava di chiudere sul nascere ogni nuovo tormentone sul rinnovo, la sua mossa si è rivelata un boomerang perfetto. La lezione più bella che ha dato Del Piero in questa stagione non sono i gol, ancora una volta decisivi. E' stata la sua umiltà nell'avere accettato la panchina, nell'avere accettato i cinque minuti col Genoa e i tre minuti col Napoli all'andata. Tutto questo senza fiatare, per il bene della Juventus. Ha aspettato il suo momento, e adesso è arrivato. Giù il cappello.
E a questo punto del contratto facciano loro (Agnelli & company), perché comunque vada ha vinto ancora lui, Del Piero. Fatevene una ragione.

giovedì 12 aprile 2012

E ora? #2


Comunque vada ha vinto lui. Se rinnoveranno avrà vinto lui, e se non rinnoveranno avrà vinto lui lo stesso. Facciano loro.

venerdì 3 febbraio 2012

Del Piero-Juve, meno cento?


13 maggio 2012, ultima giornata di campionato.
20 maggio 2012, finale di Coppa Italia.

E così oggi mancano cento giorni all'ultima partita di campionato. Questo significa che mancano cento giorni alla partita d'addio di Del Piero. Volendo essere ottimisti, possiamo spostare questo appuntamento di sette giorni, al 20 maggio, data della finale di Coppa Italia, competizione per la quale la Juventus è ancora in corsa. Ma la sostanza cambierebbe di poco. Cento o centosette giorni che siano, il lunghissimo binomio Del Piero-Juventus sta vivendo gli ultimi momenti. A meno che...

A meno che il presidente Agnelli non decida di tornare sui propri passi, compiendo un grande gesto di umiltà e intelligenza. Come già ho scritto, credo che Agnelli abbia commesso un errore lo scorso ottobre, congedando Del Piero con sette mesi di anticipo dalla scadenza del contratto. Un errore di stile e di sostanza, ma non un errore irrimediabile. Tutto dipenderà dalla voglia che il giovane presidente della Juventus avrà di tornare sulle proprie decisioni e di cambiare quel futuro che per il momento sembra avere già scritto. Analizzando lucidamente la situazione, è difficile trovare una sola controindicazione ad un eventuale rinnovo del capitano bianconero fino al giugno 2013. Mi spiego.
Il giocatore ha un ingaggio di un milione e non rappresenta dunque un peso economico per la società. Lo era sicuramente Amauri, fuori rosa e fuori dal progetto ma con uno stipendio netto di quattro milioni, ma non lo è né lo sarà mai Del Piero. Dal punto di vista economico, quindi, nessuna controindicazione. Dal punto di vista tecnico e dal punto di vista fisico, il giocatore ha dimostrato di esserci ancora e di poter dare una mano importante nei momenti di bisogno. Ma soprattutto la grande prova che Del Piero sta dando in questa stagione è quella di essere un vero uomo squadra, un capitano impeccabile nonostante lo scarsissimo minutaggio. E proprio quest'ultimo aspetto è stato sottolineato più volte anche dallo stesso Conte. Considerando poi che la Juventus tornerà probabilmente a disputare la Champions League nella prossima stagione, l'esperienza di Del Piero all'interno di un gruppo piuttosto giovane, e con poca pratica di partite a livello internazionale, potrebbe essere fondamentale anche il prossimo anno. Tutti buoni motivi per prolungare di un anno ancora.
Ad oggi possiamo dire che sono iniziati gli ultimi cento giorni di Del Piero alla Juventus, ma le cose potrebbero cambiare, nonostante le certezze che sembrano avere quasi tutti sull'addio di Pinturicchio a fine stagione. Se c'è una cosa che ho imparato è che nel calcio tutto può cambiare in un solo giorno. Figuriamoci in cento giorni. L'unica cosa certa è che la palla in mano ce l'ha Agnelli.

mercoledì 18 gennaio 2012

Del Piero non merita questo

2 novembre 2011. Parla Pavel Nedved: «Sinceramente non posso vedere un campione come Del Piero finire in panchina o in tribuna. Un campione deve finire in piedi giocando le partite».

Presto Antonio Conte dovrà prendere una decisione molto delicata. E' questione di pochi giorni, il tempo che Quagliarella recuperi definitivamente dall'infortunio allo zigomo rimediato nella prima partita dell'anno. A quel punto i cinque attaccanti saranno tutti a disposizione dell'allenatore leccese, che si troverà nella condizione - gradevole e sgradevole al tempo stesso - di dover mandare in tribuna prima di ogni partita uno tra Matri, Borriello, Vucinic, Quagliarella e Del Piero. Non è in realtà una prospettiva che preoccupi più di tanto Conte, se pensiamo che è stato lui stesso a volere fortemente l'arrivo di Borriello. Fatto sta che l'abbondanza nel reparto offensivo potrebbe portare ad un'esclusione clamorosa, quella di Alessandro Del Piero. Clamorosa perché se ormai alcuni si stanno abituando a vedere Del Piero in panchina, nessuno è ancora abituato a vederlo in tribuna per scelta tecnica. Una possibilità che spero non si realizzi, perché si parla di un giocatore che è la bandiera della Juventus, e - per chi come me lo crede ancora - di un campione. Una possibilità che, come tale, potrebbe dunque non concrettizzarsi. Per esempio, escludendo Krasic ed Elia - giocatori sui quali la Juventus non sembra più puntare (sul primo in modo evidente, sul secondo a dire il vero non ho ben capito quale sia la posizione del club) - si libererebbe un posto in panchina che consentirebbe a Conte di convocare tutti e cinque i suoi attaccanti, senza doverne mandare in tribuna nessuno.
La stagione di Del Piero è stata molto strana fino ad oggi. Titolare e in campo per 70 minuti nella prima partita vittoriosa della stagione contro il Parma, nel debutto allo Juventus Stadium. Da quel momento tantissima panchina, qualche spezzone di partita e l'impiego per 5 minuti contro il Genoa e per 3 (!) contro il Napoli. In mezzo una dichiarazione inutile e fuori luogo di Agnelli, che di fatto gli ha sbattuto la porta in faccia. Ora, come se non bastasse, lo spettro della tribuna.
Gli ottimi risultati della Juventus e l'intelligenza di Del Piero hanno impedito che scoppiasse un caso. Però, da qualsiasi punto la si voglia vedere, la situazione è stata gestita non male, di più dalla società bianconera. Il punto non è la mancanza di riconoscenza - la riconoscenza nel calcio, e probabilmente nella vita, non esiste - il punto è che i vertici della Juventus stanno mancando di rispetto alla bandiera Del Piero, e ancor prima, alla persona Del Piero. La società non può e non deve trattarlo così, a maggior ragione ora che la sua strada e quella della Juventus stanno per dividersi dopo 19 anni. L'addio di Del Piero alla Juventus sarà comunque amaro, perché chi ama il calcio vorrebbe sempre vederlo correre sul campo da gioco con la maglia bianconera. Ma in questo modo rischia di diventare amarissimo, e non per colpa sua. Citando Nedved: «Un campione dovrebbe finire in piedi giocando le partite».

giovedì 29 dicembre 2011

Dietro le parole di Del Piero

Oggi si è tenuta la terza edizione del "Globe Soccer", la rassegna che ogni anno riunisce a Dubai il meglio del calcio mondiale. Durante la conferenza stampa che ha preceduto la consegna dei premi, Del Piero - che ha ritirato l'oscar alla carriera - ha stupito molti pronunciando queste parole: «Giocherò ancora dieci anni, non sono mai stato così bene e così in forma. Non penso al futuro ma a fare il mio mestiere, proprio per questo non coltivo altre intenzioni».
Se prendessimo alla lettera queste dichiarazioni, certo che dovremmo stupirci! Del Piero ha oggi 37 anni, e stando alle sue parole, dovrebbe giocare fino a 47 anni. Cosa che ovviamente non succederà, ed è lui per primo a saperlo. Non è la prima volta, nell'ultimo periodo, che Del Piero rilascia dichiarazioni di questo tipo: anche in occasione della sponsorizzazione di un nuovo modello di scarpetta tecnologica - qualche settimana fa - Del Piero non mancò di dire che avrebbe giocato ancora a lungo. E infatti, salvo inaspettati cambiamenti di programma, dovremmo vederlo su un campo da calcio fino a 40 anni o quasi. Con buona pace dei critici.
Probabilmente però dietro le parole di Del Piero c'è anche un messaggio alla dirigenza bianconera, e in particolare una risposta indiretta (ma neanche tanto indiretta) ad Agnelli, che lo scorso ottobre lo aveva di fatto mandato in pensione anticipata, annunciando davanti all'assemblea degli azionisti che questa sarebbe stata la sua ultima stagione alla Juventus. Come ha detto oggi Tacchinardi intervenendo a "Radio Sportiva": «Non credo che Del Piero voglia giocare ancora dieci anni. Ma fa bene a parlare così. Leggo le sue parole come un messaggio: "Io ci sono, voglio rimanere ancora alla Juve, sono integro e sano"». Per poi aggiungere: «Mezz'ora-un tempo Alex ha ancora la forza per starci, non sono solo parole. Un Del Piero in queste condizioni può ancora far comodo al nostro campionato, sarebbe un peccato se andasse a giocare in America come si dice». Parole molto condivisibili.
L'esperienza, il carisma, ma anche la disciplina, il rispetto delle regole che non è mai mancato, oltre all'integrità fisica e alla voglia che ancora oggi ha Del Piero dovrebbero spingere Agnelli a tornare intelligentemente sui suoi passi. In Inghilterra, il 38enne Ryan Giggs, storico centrocampista del Manch.Utd, sta per rinnovare il suo contratto con i Red Devils fino al giugno 2013. A volte si deve saper guardare oltre i dati anagrafici.

sabato 17 dicembre 2011

Lo strano destino del tavolo della (non) pace

Calciopoli è una vicenda che fa acqua da tutte le parti e che ha prodotto troppi effetti negativi per poter essere superata con le semplici parole e le buone intenzioni. Soltanto i giudici e i tribunali possono far voltare pagina al calcio italiano. Ma anche dopo le sentenze definitive resteranno a lungo veleni e vecchi rancori.

Alla fine il tavolo della pace è miseramente fallito. Nessuna pace e nessuna tregua, tutto andrà avanti come prima. Come ha ammesso lo stesso presidente del Coni Petrucci: «Passi in avanti non ce ne sono stati: la buona volontà non è stata premiata».
Cosa si siano detti con precisione i nove presenti al tavolo non è dato saperlo. Si sa però - lo ha svelato Ruggiero Palombo sulla Gazzetta dello Sport - che a un certo punto Petrucci ha tirato fuori un documento da far firmare alle parti. Un comunicato che, se firmato, avrebbe rappresentato un passo decisivo in direzione della pace. Secondo Tuttosport la parte più significativa di tale documento recita così: «...Convinti che il fenomeno chiamato Calciopoli - contraddistinto da comportamenti deliberati o solo indotti dal clima di quel periodo e a prescindere dalle sentenze e dalle decisioni sin qui assunte dagli organi competenti - rappresenta nel suo insieme il periodo più oscuro nella storia del calcio italiano considerato che gli stessi organi federali di allora seguirono le logiche condizionate dal momento, adottando in qualche caso provvedimenti che in circostanze diverse e con analisi più complete e approfondite, avrebbero potuto avere forme e contenuti differenti».
Il documento ovviamente non è stato firmato da nessuno ed è diventato carta straccia. Se è infatti vero che tra le righe si può leggere una prima parziale ammissione da parte del Coni degli errori commessi dalla Figc nell'estate 2006, è anche vero che il linguaggio in cui è stato scritto rientra in pieno nel politichese, come non ha mancato di sottolineare il patron della Fiorentina Diego Della Valle. Il quale è stato il più fermo ed intransigente nel voler fare chiarezza su ciò che accadde davvero nell'estate 2006 e nel chiedere una revisione degli eventi per portare a galla la verità. Durante il tavolo avrebbe detto a Petrucci: «Noi vogliamo sapere perché siamo finiti in Calciopoli. Chiuderemo questa storia quando verranno riconosciute le nostre ragioni». E oggi Della Valle è passato dalle parole ai fatti, denunciando l'allora commissario straordinario della Figc Guido Rossi: «Ho conferito mandato ai miei legali di agire, nelle sedi competenti, nei confronti dell'allora Commissario Federale Guido Rossi e di altri per la gestione assunta dagli stessi durante il processo sportivo di Calciopoli celebrato nell'estate 2006. Le azioni legali - si legge nella nota - verranno avviate per censurare i comportamenti assunti dagli stessi nella gestione del processo sportivo». Non c'è dubbio che, almeno in questa fase, la posizione dei Della Valle e della Fiorentina su calciopoli è quella più chiara e coerente.

Restano poi alcune domande su questo tavolo della pace. Cosa ci faceva il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis? Ai tempi di calciopoli il Napoli era in serie C, e la società partenopea non venne neanche sfiorata dallo scandalo. La Stampa riporta che lo stesso De Laurentiis, dopo avere osservato il suo scarso coinvolgimento nel dibattito, si sarebbe lasciato sfuggire la frase: «Ma cosa ci sto a fare io...». Allora perché invitarlo? Perché non far sedere invece al tavolo Guido Rossi, commissario straordinario della Figc durante calciopoli e responsabile di scelte pesantissime, come quella di riassegnare lo scudetto 2005/2006 all'Inter (con la motivazione, ormai diventata una barzelletta alla luce delle nuove intercettazioni, di società simbolo di giustizia e onestà)? In sostanza: con quale criterio il Coni ha scelto gli invitati?
Doveva produrre una pace ma ha finito per produrre nuove domande. Strano destino quello del tavolo della (non) pace.

domenica 11 dicembre 2011

Tavolo della pace o via di fuga?

Il tanto atteso "tavolo della pace" - come è già stato battezzato, forse prematuramente o forse no, dalla stampa sportiva - si sta avvicinando. L'incontro si terrà mercoledì prossimo ed è stato fortemente voluto dal presidente del Coni, Gianni Petrucci. Su invito del Coni stesso, si siederanno davanti al tavolo i principali protagonisti di Calciopoli: oltre a Petrucci stesso, ci saranno Pagnozzi (segretario generale del Coni), Abete (presidente della Figc), Andrea Agnelli (presidente della Juventus), Moratti (presidente dell'Inter), Diego Della Valle (presidente della Fiorentina), Galliani (amministratore delegato del Milan), De Laurentiis (presidente del Napoli) e Valentini (direttore generale della Figc). Obiettivo del tavolo: trovare un punto d'intesa per superare definitivamente calciopoli. Sono passati più di cinque anni dall'estate 2006, ma le polemiche non accennano a placarsi e il tavolo si è posto la mission impossible di azzerare tutto e far ripartire il sistema. E' scontato dire che le intenzioni sono lodevoli, ma con quali mezzi il Coni pensa di raggiungerle? Il dialogo, le semplici parole possono chiudere questa vicenda così complessa?

Guardiamo il tavolo da una prospettiva particolare, quella del presidente Agnelli. Cosa pensa o spera di ottenere Agnelli il 14 dicembre? Perché ha accettato senza la minima esitazione la proposta del presidente del Coni Petrucci? Quando nell'aprile 2010 Agnelli diventò presidente al posto di Blanc, la Juventus sembrò cambiare drasticamente strategia su calciopoli. Sembrava, anche perché Agnelli lo diceva a chiare lettere, che la Juventus avesse alla fine deciso, con una ritardo di quattro anni, di iniziare a difendere se stessa dalle pesantissime accuse che le furono rivolte nel 2006. Tuttavia, oggi possiamo dire che queste impressioni erano probabilmente sbagliate e che probabilmente quelle di Agnelli erano solo dichiarazioni volutamente ostentate da dare in pasto agli ultras bianconeri, affamati di prendersi le loro rivincite dopo gli anni horribilis post calciopoli. Ci sono in effetti molte cose che non tornano nelle scelte difensive della Juventus di Agnelli.
Prima considerazione. Perché la Juventus ha scaricato Luciano Moggi (ma poi non lo aveva già scaricato?, che bisogno c'era di ribadire il concetto?) con quel comunicato sul proprio sito ufficiale, pubblicato immediatamente dopo la sentenza di primo grado al Processo di Napoli? Aldilà dei buoni propositi - come quello di riavere almeno uno di quei due scudetti - come pensa Andrea Agnelli di raggiungerli se non cercando di risollevare la posizione di Luciano Moggi, principale imputato ed ex dipendente della Juventus? Il processo di secondo grado potrebbe ribaltare la prima sentenza - gli elementi per questo capovolgimento ci sono - ma Moggi avrebbe bisogno di trovare un alleato forte come la Juventus. Ma a quanto pare Agnelli e suo cugino Jaki non hanno alcuna intenzione di schierarsi con l'ex ferroviere di Civitavecchia. Perché?
Seconda considerazione. La stessa scelta di Andrea Agnelli di sedere al tavolo della pace è francamente difficile da capire, se pensiamo che solo qualche settimana fa la Juventus ha chiesto oltre 400 milioni di danni all'Inter e alla Figc per i comportamenti nelle vicende di Calciopoli dal 2006 al 2011. Figc e Inter che saranno ovviamente presenti e protagoniste al tavolo della pace. Non sembrano queste le migliori condizioni per intavolare una trattativa di pace, e neanche per iniziare una tregua. A meno che...

A meno che le parti in causa non siano disposte a cedere davvero qualcosa e a venirsi incontro. Dubito che queste concessioni possano arrivare da Moratti, che è sempre stato molto rigido sulla sua posizione di "uomo perbene", che non deve chiedere scusa a nessuno, perché è lui la vera vittima di tutta questa vicenda. Impossibile immaginare che Moratti sia disposto a restituire lo scudetto di cartone. Stesso discorso per la Figc, che non ha mai ammesso e mai ammetterà - salvo clamorosi sviluppi - che quel processo sportivo dell'estate 2006  fu un processo sommario. Mai ammetterà - direbbe Mughini - che nel 2006 trionfò il bar dello sport.
Molto più probabile che sia lo stesso Agnelli ad addolcire i toni e a spingere per trovare un punto d'intesa. Spesso ci si dimentica che Agnelli è il presidente ma non la proprietà, e che chi decide in fondo è la proprietà, vale a dire chi mette i soldi. Forse tutti i buoni propositi di Agnelli erano solo un bluff, e forse il tavolo della pace è un occasione per venire fuori da questa finzione nel modo meno appariscente possibile. Poco importa se la Juventus uscirà a mani vuote. E' un tavolo della pace ma forse è una via di fuga. Mercoledì sapremo.

sabato 19 novembre 2011

Cosa vuole la Juve?

Qual è la strategia difensiva della Juventus su calciopoli? La Juventus vuole davvero uscire pulita da calciopoli? Come può pensare di uscirne pulita senza difendere Luciano Moggi, principale imputato del processo, nonché proprio (ex) dipendente? Come può pensare di uscirne pulita accettando la condanna di Luciano Moggi? E ancora: come può la Juventus sostenere di essere lei stessa vittima dei comportamenti fraudolenti del proprio ex dipendente Luciano Moggi? Ammettendo pure - cosa a cui non credo neanche un po' - che Luciano Moggi sia davvero colpevole, Luciano Moggi non lavorava per la Juventus? Ogni azienda è responsabile delle azioni dei propri dipendenti, a maggior ragione se il dipendente in questione era dirigente principale di quell'azienda, e allora perché? Perché la Juventus non allinea la propria linea difensiva a quella di Luciano Moggi?
Ci sono tutti gli elementi per ribaltare la sentenza di primo grado, ma Moggi da solo non può abbattere un sistema che lo vuole fuori dai giochi, capro espiatorio, vittima unica. Perché la Juventus non combatte a fianco di Luciano Moggi? Perché ci sta prendendo in giro?

martedì 18 ottobre 2011

Andrea Agnelli cancella 18 anni di Juve

Oggi si è raggiunto il fondo. Mai avevo sentito un dirigente bianconero - e qui si parla del presidente in persona, Andrea Agnelli - attaccare in questo modo il giocatore simbolo della juventinità, Alessandro Del Piero. L'uomo che da oltre 18 anni fa la storia della Juventus. L'uomo che è sceso in serie b dopo aver vinto un mondiale. Uno che ha dato tutto per la Juventus, senza spesso avere in cambio la stessa moneta. Ecco dunque le parole di Agnelli nel discorso di apertura dell'assemblea degli azionisti: «Questo sarà l'ultimo anno di Del Piero alla Juve. Era negli accordi l'aveva detto Alessandro per primo che quello di maggio sarebbe stato l'ultimo contratto con la Juve. Da parte nostra è stato un giusto tributo a quello che il capitano ha rappresentato per la storia della Juventus».
Non sono un dirigente sportivo, sono solo un ragazzo di 22 anni che segue questo sport da parecchi anni. E certe logiche oramai le capisco. Come certi messaggi tra le righe. A partire da quello che Agnelli cerca di far passare (in modo vigliaccamente subdolo) quando dice che «l'aveva detto Alessandro per primo che quello di maggio sarebbe stato l'ultimo contratto con la Juve. Da parte nostra è stato un giusto tributo a quello che il capitano ha rappresentato per la storia della Juventus». Si parla dell'ultimo rinnovo di contratto definendolo un "giusto tributo a quello che il capitano ha rappresentato per la storia della Juventus". Tributo di cosa? Forse Andrea si dimentica che negli ultimi 5 anni Del Piero ha sempre chiuso la stagione da capocannoniere della squadra? Si dimentica che anche nell'ultima disastrosa stagione è stato uno dei pochissimi a salvarsi, segnando gol decisivi e trascinando la squadra sulle proprie spalle nei momenti più difficili? Si dimentica che non ha mai fatto alcuna polemica personale in oltre 18 anni di Juve? Si dimentica che Del Piero si è sempre guadagnato tutto sul campo a suon di gol e prestazioni di alto livello? Si dimentica di tutto questo? Nessuno ha mai regalato nulla a questo grande giocatore, definire l'ultimo rinnovo un tributo alla sua storia è profondamente offensivo per quello che è stato, è, e sarà Alessandro Del Piero.
Che Del Piero non fosse esattamente nelle simpatie del presidente Agnelli era già chiaro dalla scorsa stagione, quando Agnelli aspettò diversi mesi prima di proporgli e fargli firmare il rinnovo di contratto. Si pensava che il rinnovo arrivasse a gennaio, ma arrivò il 5 maggio. A fine stagione insomma, poco prima che scadesse il contratto a giugno. Un'attesa interminabile e senza senso, che contribuì solo ad alimentare un'inutile e dannosa polemica, sempre opportunamente stemperata dalle dichiarazioni mai fuori dalle righe del Capitano. Ma il silenzio della società fu imbarazzante e carico di significato. Oggi purtroppo è arrivata la conferma di questo atteggiamento stupidamente ostile di Andrea Agnelli nei confronti di Del Piero. La motivazione di questo suo rancore non la so, e credo non la sappia nessuno tranne lui (Agnelli) e qualcuno che gli gira intorno. Ad ogni modo qualunque essa sia, è una motivazione stupida. Mi limito a constatare che Agnelli ha fatto questa sparata durante l'assemblea degli azionisti, nella quale è stato annunciato un buco di bilancio di 95 milioni di euro. Notizia ovviamente passata in secondo piano dopo le dichiarazioni su Del Piero. Vuoi vedere che che Agnelli ha trovato il modo per distogliere l'attenzione dalla cattiva gestione sportivo-economica degli ultimi anni? Come si dice: a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Nel precedente post parlavo di tifosi con la memoria corta. Bene, questo è molto peggio. Si parla del presidente della Juventus, di una figura che dovrebbe rappresentare noi juventini e il nostro orgoglio juventino. E invece cade in discorsi fuori luogo, fatti in tempi sbagliati, offensivi verso l'unica bandiera che oggi noi tifosi bianconeri possiamo ancora sventolare, Alessandro Del Piero. Purtroppo dopo Moggi e Giraudo la Juventus non ha più avuto dirigenti degni di essere chiamati con questo nome. Lo dico con profonda amarezza. E proprio Moggi si esprime così sulla vicenda: «L’uscita di Agnelli su Del Piero non l’ho capita. Alessandro quando gioca è uno che dà sempre fastidio alle difese e tecnicamente è ancora il migliore. E’ un gioco a farsi male, si sta facendo di tutto per demotivare il giocatore. La società avrebbe dovuto dire queste cose a marzo o aprile, non ora. Non c’entrava nulla fare queste dichiarazioni adesso, non ho capito quest’uscita e chi ha suggerito Agnelli e lo stesso presidente hanno fatto un errore terribile. Il modo in cui si liquida un giocatore che ha dato tanto alla Juventus è sbagliatissimo. Ognuno si comporta come crede, se Agnelli ha detto così probabilmente avrà parlato giù con i cugini (la famiglia Elkann). Sono convito che Del Piero possa dare ancora molto. Conoscendolo non si tirerà indietro, ma senza dubbio sarà demotivato».

Voglio concludere il post riprendendo le ultime parole del grande Luciano Moggi: «Conoscendolo non si tirerà indietro, ma senza dubbio sarà demotivato». Credo di essere uno dei tifosi più fedeli di Del Piero, uno di quelli che è sempre stato dalla sua parte, anche e soprattutto nei momenti più negativi. Ho sempre creduto in questo meraviglioso giocatore. E posso dire che Moggi ha detto solo parole sacrosante sulla vicenda, ma credo che nell'ultimo passaggio si sbagli. Le dichiarazioni di Andrea Agnelli butterebbero giù quasi tutti, ma non lui. Quantomeno non il Del Piero di oggi, che di situazioni così ne ha vissute oramai parecchie. Certo, sarà molto amareggiato. Dopo tutti questi anni - e dopo tutto quello ha dato alla Juventus - essere trattato così deve essere profondamente frustrante. Ma sono convinto che stia già meditando la sua rivincita. Non a parole, quelle le lascia agli altri. Risponderà sul campo. Come ha sempre fatto. Come sempre farà. Disse una volta Diego Armando Maradona, dopo avere assistito a una storica doppietta del Capitano (al tempo quasi trentaquattrenne) al Bernabeu, il tempio del calcio: «Certo che Del Piero non finisce veramente mai!». Vuoi vedere che questa frase la sentiremo di nuovo a breve?

sabato 10 settembre 2011

Fuori l'orgoglio bianconero!


E' stata un'ora di puro spettacolo ed emozioni, un'ora che ha avuto il potere magico di cancellare le amarezze e le delusioni degli ultimi cinque anni. E' stata una cerimonia maestosa e sobria al tempo stesso, un esempio di civiltà, eleganza, stile. E' stato un modo per ricordare e celebrare i centoquattordici anni di storia bianconera e per aprire la porta alla nuova casa, al futuro. Un futuro che dovrà essere all'insegna della tradizione vincente della Juventus. E' stata una cerimonia festosa, gioiosa, ma al tempo stesso profonda, soprattutto quando si sono ricordati i momenti tragici della storia del club, come la strage dell'Heysel del 29 maggio 1985. Non era facile riuscire a fondere gioia e dolore con tanta eleganza. La chiacchierata in mezzo al campo tra Del Piero e Boniperti è stato un momento indimenticabile per chi ama la Juventus. Boniperti che emoziona e arringa il pubblico: «La mia vita nella Juventus è iniziata il 4 giugno 1946 e sono ancora qui dopo 65 anni per abbracciarvi tutti e farvi i miei auguri e ricordare ai giocatori che vincere non è importante ma è l'unica cosa che conta». Fantastico.
Molto bello anche il discorso di Andrea, che ha riacceso l'orgoglio del popolo bianconero: «Noi siamo la gente della Juve. Siamo gente che si riconosce quando si guarda negli occhi. Occhi che sanno accettare i risultati conseguiti sul campo. Un prato come questo ci ha consacrato ventinove volte campioni d'Italia, due volte campioni d'europa e due volte campioni del mondo!».
Proprio perché gli scudetti sono ventinove sarebbe stato bello vedere anche Moggi e Giraudo in tribuna ad assistere alla cerimonia. In pochi ricordano che il progetto del nuovo stadio è partito da loro. Era doveroso invitarli, ma nessuno ha osato tanto. Probabilmente Elkann ha messo il veto.
Per il resto, serata magnifica.

giovedì 14 luglio 2011

Lo scudetto dei (dis)onesti e l'omertà della FIGC

Era il 26 luglio 2006 quando Guido Rossi, al tempo commissario straordinario della Federcalcio - nonché ex componente del CdA nearazzurro - prese la decisione di assegnare lo scudetto della stagione 2005/2006 all'Inter, con la motivazione di "società simbolo di giustizia e onestà". Tra pochi giorni correrà il quinto anniversario da quella storica decisione, nel frattempo sono cambiate tante cose (se volete farvi un'idea di quante cose sono cambiate cliccate qui).
E' successo che nell'aprile 2010 i legali di Luciano Moggi hanno fatto uscire dalle 171 mile intercettazioni alcune conversazioni, misteriosamente non trascritte dagli inquirenti, che hanno dimostrato l'esistenza di una una fitta rete di contatti tra esponenti dell'Inter e tesserati del settore arbitrale. Alla luce del nuovo materiale probatorio la Juventus presentò il 10 maggio un esposto al CONI, alla FIGC e alla Procura Federale in cui chiedeva la revisione della decisione di assegnare il titolo e pertanto la revoca dello scudetto 2005/2006. Nel luglio 2011, dall'inchiesta condotta dal procuratore federale Stefano Palazzi, è risultato che anche l'Inter ha violato l'articolo dell'illecito sportivo. Dalla relazione di 72 pagine del procuratore federale emerge che anche le condotte messe in atto dai vertici del club nerazzurro hanno violato gli articoli 1 e 6 del vecchio codice di giustizia sportiva, in quanto certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale (da Wikipedia).
Ieri i Della Valle hanno fatto uscire un duro comunicato che recita così: "È necessario spiegare a tutti perché migliaia di telefonate, utili nel loro insieme a precisare il quadro della situazione, siano state accantonate dagli inquirenti, in particolare dal colonnello Auricchio. L'Acf Fiorentina chiede con determinazione che il colonnello Auricchio, principale responsabile delle lacune e delle distorsioni emerse, spieghi immediatamente perché allora vennero prese certe decisioni e chi era al corrente delle decisioni prese. E in particolare perché venne selezionato il materiale probatorio a disposizione, ignorandone una parte consistente e rinunciando ad altri approfondimenti possibili e opportuni. È fondamentale anche sapere se i Pm Beatrice e Narducci fossero tenuti all'oscuro delle intercettazioni arbitrariamente considerate irrilevanti. E se i responsabili di allora del funzionamento della Federcalcio, il commissario straordinario Guido Rossi e gli organi di giustizia sportiva da lui nominati, fossero informati di una trasmissione solo parziale degli atti messi a loro disposizione. L'Acf Fiorentina propone che, una volta ottenute queste spiegazioni, i presidenti di tutte le società interessate, direttamente o indirettamente, si siedano intorno a un tavolo, si confrontino a viso aperto e chiudano definitivamente questa questione con chiarezza e onestà reciproca e prima dell'inizio della prossima stagione sportiva. Il calcio italiano non può permettersi di ripartire senza aver preso alcuna decisione e senza aver rasserenato l'ambiente". Il comunicato è quanto mai opportuno: c'è bisogno di chiarezza, è l'ora di abbattere questo muro di omertà che impedisce di vedere a fondo cosa c'è dietro a calciopoli.
La relazione di Palazzi, consegnata dallo stesso alla Federcalcio, ha inchiodato l'Inter e ha evidenziato inequivocabilmente le responsabilità della società nerazzurra. Ora la palla passa in mano proprio alla FIGC, che il 18 luglio dovrà esprimersi se revocare o meno lo scudetto ai nerazzurri. Qualche tempo fa il presidente della Federazione Abete disse: "l'etica non va in prescrizione". Adesso lo dimostri. Ciò che trapela però è ben altro, l'impressione è che la FIGC stia cercando il modo per lavarsene le mani e per non prendere nessuna decisione, con la motivazione che non è sua competenza decidere sulla revoca e non ne ha i poteri. L'obiettivo (non dichiarato) della Federazione non è quello di prendere la decisione eticamente più corretta, ma quello di prendere la decisione meno dolorosa dal punto di vista legale. Circa una settimana fa, dal ritiro di Bardonecchia, Andrea Agnelli disse: "Temo che la FIGC decida di non decidere". Probabilmente, purtroppo, la sua profezia sarà corretta.
Guido Rossi consegnò lo scudetto all'Inter con la motivazione di "società simbolo di giustizia e onestà", ma in tutto questo di giusto e onesto non c'è proprio nulla.

sabato 4 giugno 2011

Primo post!

Ciao a tutti ragazzi! Questo è il primo blog che apro e questo è il primo post che pubblico. Sono molto contento di scriverlo.
Allora, inizio subito col dire che in questo blog parlerò soprattutto di sport, la mia grande passione. Ma non solo, parlerò anche di altre cose. Mi piace seguire l'attualità, vivere nel presente e informarmi su quello che succede; quindi, se ci saranno cose al di là dello sport che mi colpiscono e che mi fanno pensare, le condividerò con voi.

In questo mio primo post vorrei spiegare perché ho deciso di chiamare il mio blog aspettandogodot10. Aspettando Godot è una famosa opera teatrale di Samuel Beckett, scrittore e drammaturgo irlandese, scritta alla fine degli anni Quaranta e rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1953. Il personaggio chiave dell'opera è proprio un certo signor Godot, che si fa attendere per tutta l'opera e che alla fine non entra mai in scena. Il dramma è tutto giocato sull'attesa, un'attesa continua e senza fine, un'attesa che si esaurisce in se stessa. Il tanto atteso Godot non arriverà mai.
Ecco, voi vi chiederete cosa c'entra tutto questo con il blog. C'entra per tanti motivi. Mi sono sempre piaciute le storie, quelle belle, cariche di significato, quelle che vorresti vivere e verso le quali si prova tanta ammirazione. Queste storie spesso si trovano anche nello sport, e sono storie bellissime. Ve ne racconto una.

Un giorno, era il 24 agosto del 2000, Gianni Agnelli, allora presidente della Juventus, di fronte alla solita schiera di giornalisti in attesa di catturare qualche sua parola, si divertì a creare un nuovo soprannome per un suo giocatore. L'Avvocato aveva l'abitudine di caratterizzare i propri giocatori con dei nomignoli o delle espressioni molto particolari, che diventavano poi dei veri e propri marchi di fabbrica impressi per sempre su quel giocatore . Di Zibì Boniek disse che era il bello di notte, di Aldo Serena disse che era bravo dalla cintola in su, di Michel Platini disse lo abbiamo comprato per un tozzo di pane e lui ci ha messo sopra il foie gras, definì Roberto Baggio coniglio bagnato. Ma quel giorno l'Avvocato trovò un soprannome diverso. Disse: "Se dovessi dare un soprannome adesso a Del Piero lo chiamerei Godot, e voi sapete bene il perché". Il perché in effetti era molto chiaro. Dopo il 1998, dopo quel terribile infortunio al ginocchio sinistro dell'8 novembre 1998, Del Piero faticò non poco a ritrovare il vecchio smalto. Il punto più basso lo toccò agli europei del 2000, nella finale contro la Francia, dove sbagliò due gol davanti a Barthez e fu additato da tutti come il principale responsabile della sconfitta azzurra. Pinturicchio, come lo aveva definito lo stesso Gianni Agnelli qualche anno prima per le sue prodezze, adesso era diventato Godot, quello che si fa attendere e che non entra mai in scena, o per lo meno non entra mai in scena da protagonista. Raccontata così la storia non ha niente di speciale, anzi. Ma se portiamo avanti il tempo di dieci anni (quasi undici ormai) rispetto a quel 24 agosto 2000, allora la storia diventa bellissima. E' la storia di un ragazzo che nel momento più basso ritrova se stesso e si rilancia, si rilancia da grandissimo campione, nonostante tutte le critiche e tutti gli attacchi. Dopo tanti anni Del Piero è sempre alla Juventus, capitano, leader, bandiera, detentore di tutti i record pricipali di una delle società di calcio più prestigiose al mondo.
E' una bella storia, una storia di sport e una storia di vita. E' la storia di Godot.