venerdì 8 agosto 2014

Una ipotesi sul futuro di Del Piero


Non ho alcuna fonte speciale né informazione segreta, quindi prendete quanto sto per dire soltanto come una mia idea, niente più che una semplice ipotesi.

Pochi giorni fa Del Piero, parlando del suo futuro, ha ribadito di voler giocare ancora e ha accennato per la prima volta di seguire in particolare "due possibilità", senza però rivelarle: "Non posso dirvi altro per ora". Dopo l'addio al Sydney, nelle ultime settimane la stampa lo ha accostato davvero a moltissime squadre di campionati e continenti diversi ed è molto difficile capire cosa ci sia di vero e cosa no.
Ad ogni modo, personalmente mi sono convinto che a Del Piero piacerebbe giocare negli USA, sia per le potenzialità del campionato, che potrebbe contribuire a fare crescere come ha fatto in Australia, sia per il contesto, che credo sia ideale per tutta la sua famiglia. Ma attenzione ai tempi: la MLS, il campionato di calcio statunitense e canadese, inizia a marzo e finisce a dicembre. Del Piero quindi sarebbe costretto a entrare nelle ultime fasi della stagione con pochissimo tempo per inserirsi: non l'ideale.
Da giorni intanto continuano a circolare rumors che lo vorrebbero tra i top player nel mirino della Indian Super League. Voci confermate indirettamente anche dal fratello e agente Stefano: "Ci sono richieste da diversi club, non solo dell'India..." . In India sta nascendo un nuovo campionato, con 8 squadre e una nuova formula. Sono stati ingaggiati giocatori come Trezeguet, Ljungberg, Pires, Capdevila e Luis Garcia. L'idea è quella di far crescere il calcio in un paese in cui il cricket è di gran lunga lo sport più popolare. La durata della Indian Super League sarebbe assolutamente compatibile per poi iniziare a marzo la stagione nella MLS: il campionato indiano dura infatti solo tre mesi, da ottobre e dicembre.
Benché l'India offra un ambiente molto diverso da Sydney, è comunque un paese anglofono e rappresenta un'opportunità stimolante di aiutare la crescita del football in un paese senza grandi tradizioni calcistiche. In più, come detto, sarebbe un'esperienza molto breve, un buon allenamento in vista della stagione di MLS 2015, che sarebbe presumibilmente l'ultimo campionato di Del Piero.
Questa è niente di più di una ipotesi, in attesa dell'annuncio ufficiale che arriverà dal diretto interessato dopo domenica 10 agosto (quando Del Piero sarà impegnato a Sydney in un'amichevole contro la Juve), forse già nella giornata di lunedì secondo quanto riporta Sky News Australia.

venerdì 24 maggio 2013

Seedorf e la Curva Sud: genesi di un rapporto difficile

Quando ancora vestiva la maglia rossonera la Curva Sud lo fischiava. Ora che potrebbe allenare il Milan la Curva Sud lo boccia. Cosa c'è dietro l'ostilità degli ultrà verso il fuoriclasse olandese?


Ci sono fatti che non si spiegano, o almeno certe spiegazioni non li chiariscono. Come quella che per anni ho sentito ripetere da illustri opinionisti e giornalisti sportivi, secondo cui Clarence Seedorf veniva fischiato dalla Curva Sud perché era un giocatore troppo lezioso, di quelli che «fanno troppi giochetti e non si sporcano i pantaloncini, che ai tifosi non piacciono». 
Per un amante del calcio i fischi a Seedorf sono in effetti un piccolo mistero. Soprattutto perché arrivavano dai suoi stessi tifosi, quelli a cui l’olandese aveva fatto vincere in un decennio un paio di campionati, un paio di Champions, una Coppa del Mondo per club e qualche altro trofeo, per non farsi mancare niente. Seedorf è stato un pilastro del Milan di Ancelotti, uno che nelle partite importanti aveva sempre l’asso nella manica, uno capace di vincere quattro Champions con tre maglie diverse e di diventare per dieci anni una colonna portante di una squadra vincente. Non un simbolo dei tifosi, visto che la Sud di San Siro lo ha sempre ripagato con bordate di fischi.

Un’ostilità verso l’olandese che oggi torna forte in una forma nuova: non più i fischi ma un comunicato stampa firmato Curva Sud Milano, nel quale si esprime forte contrarietà all’ipotesi che Seedorf possa diventare il prossimo allenatore del Milan: «…dobbiamo ripartire quantomeno dando la squadra in mano a un allenatore affermato e non certo a persone come Seedorf (che non ce ne voglia) o altri che hanno zero esperienza in panchina e arriveranno a prendere in mano una squadra di giovani a un mese dal primo impegno ufficiale e di difficilissima gestione quale il preliminare di Champions League».
Non consideravo convincenti le spiegazioni degli opinionisti secondo cui Seedorf era troppo lezioso per i tifosi, e non considero convincenti le spiegazioni dei tifosi stessi che giustificano la loro bocciatura al “tecnico” Seedorf per la mancanza di esperienza in panchina dell’olandese. Una presa di posizione pubblica così decisa e marcata da parte della Curva Sud ha chiaramente motivazioni più radicate, e quell’espressione “persone come Seedorf” sembra alludere non a caso a qualcosa di diverso, di più profondo, che tocca la persona appunto, e non il calciatore passato o l’allenatore futuro.

Qualcosa che risale probabilmente all’11 novembre 2007, giorno in cui Gabriele Sandri, ultrà della Lazio, fu ucciso in un’area di servizio da uno sparo di un agente di polizia. Seedorf fu l’unico giocatore che si rifiutò di mettere la fascia nera a lutto. Non perché non ritenesse quella morte grave e assurda ma perché non capiva, non sapeva bene che cosa era accaduto. Nel dopo partita spiegò così la sua scelta: «Non sapevo di chi si trattasse. Ho deciso di non associarmi a un fantasma. Anche pensando a situazioni precedenti, come per il fratello di Kaladze, quando Federazione e Lega non hanno fatto niente. Non conoscevo la persona e i fatti. Era giusto spostare le partite di 10 minuti ma dal momento che non c’era chiarezza sulla persona e sugli avvenimenti ho preferito non indossare la fascia».
Seedorf voleva aspettare per capire cosa fosse realmente successo, e così fece. Ma questo ha significato per gli ultrà della Curva Sud un affronto, una presa di posizione forte, un modo per non schierarsi dalla loro parte nell’infinita lotta contro la polizia (l’ultrà Sandri ucciso dall’agente di polizia Spaccarotella è il simbolo tragico della ventennale lotta tra ultrà e polizia).
Una scelta logica quella di Seedorf, ma anche molto coraggiosa. Una scelta che ha scontato con i fischi quando giocava e che ora può fargli perdere la panchina del Milan. Sempre che Berlusconi non porti avanti la sua decisione fino in fondo, senza cedere alle pressioni di ultrà che sono mossi da logiche indipendenti, difficili da interpretare e da capire dall’esterno, sicuramente molto lontane dallo sport.

domenica 31 marzo 2013

Inter-Juve, un girone dopo


Un girone dopo tornano in mente le parole di Stramaccioni nella pancia dello Juventus Stadium. L'Inter aveva appena infranto (meritando) l'imbattibilità della Juventus che durava da 49 partite, e Stramaccioni si lanciò in dichiarazioni inutilmente polemiche per una battuta non gradita che Marotta aveva rilasciato nel prepartita. Polemiche futili e inutili, ma Strama si sentiva forte di un risultato che nessuno, forse neanche lui, si aspettava. Molti, io stesso, in un primo momento si sono lasciati illudere da questo ragazzo che Moratti un anno fa decise di promuovere dalla primavera alla prima squadra. Un salto enorme che Stramaccioni sembrava avere assorbito con una tale naturalezza da lasciar pensare in un destino segnato. Si presentò sicuro di sé, con umiltà, ottenendo la fiducia da parte di giocatori che avevano vinto tutto e che si trovavano davanti un perfetto sconosciuto. Ma i giudizi frettolosi sono quasi sempre sbagliati, e l'umiltà di Strama si è rivelata superficiale e a targhe alterne: se l'Inter vince diventa arroganza. La sua consistenza come allenatore si è piano piano sgretolata.
Perché aldilà dei punti (ventuno di differenza) tra Inter e Juventus c'è una differenza sostanziale: il gioco. Si sente spesso dire che Conte è un grande motivatore, vero. Ma spesso ci si dimentica di sottolineare che Conte è soprattutto uno straordinario organizzatore di gioco. La Juve è una squadra europea, e non è un caso che sia l'unica superstite italiana in Champions League. Lo è per mentalità sul campo, perché vuole sempre imporre il proprio gioco su tutti i campi. E lo è a livello societario, perché riesce a programmare il futuro in modo più lungimirante di ogni altra grande squadra italiana: i risultati degli ultimi due anni sono una conseguenza anche del progetto del nuovo stadio iniziato da Giraudo e Moggi, e realizzato poi dopo il 2006. Programmazione: un'altra parole chiave sconosciuta all'Inter, almeno da quando nel 1995 Moratti è presidente. Diciotto allenatori in diciotto anni, e una marea di buoni giocatori, qualche fuoriclasse, comprati senza un progetto che si sono persi. Quasi due anni fa, dopo l'addio di Leonardo, scrissi che per l'Inter si stava aprendo un periodo molto difficile (clicca qui). Ero stato facile profeta, perché si stava chiudendo un ciclo, quello dei senatori dello storico triplete, e mancava una società capace di ricostruire un futuro vincente. Quella società manca ancora, e temo mancherà sempre, finché il suo presidente sarà Massimo Moratti.
Un girone dopo tornano in mente le parole di Strama dopo il colpo grosso nella tana del nemico. E suonano beffarde.

domenica 17 marzo 2013

L'Italia nel pallone


Dietro a ogni crisi ci sono rischi e opportunità. Rischi di ridimensionamento, o nel peggiore dei casi di fallimento. Opportunità di riflessione sulle cause e di ripartenza su basi più solide. La crisi non va demonizzata o temuta come il peggiore dei mali perché tutti i sistemi - economici, sociali, politici - e persino tutti gli individui prima o poi si trovano a farci i conti. Non è qualcosa di astratto e raro, la crisi è parte dell'esistenza e non chiede paura. Pretende rispetto.
La difficile situazione che attraversa oggi il calcio italiano non deve stupirci, perché era largamente preannunciata e perché arriva in un Paese che da vent'anni fatica tremendamente a rimanere competitivo. Il calcio è né più né meno che una delle molte industrie impantanate di questo Paese. Un'industria in cui chi molti anni fa avrebbe dovuto aprire onestamente gli occhi alle difficoltà e cercare di arginarle ha continuato a ripetere che andava tutto bene. Un'industria in cui chi avrebbe dovuto realizzare le riforme necessarie per riattivare un circolo virtuoso ha preferito nascondersi dietro a una Champions League conquistata da un portoghese e da una flotta di brasiliani e argentini. Sventolando quel trofeo come un successo made in Italy.
Le cause della profonda crisi del calcio italiano sono molte e non solo strutturali, ma anche culturali. Sono soprattutto ataviche se accostate al panorama calcistico internazionale con cui da sempre ci confrontiamo. Il nostro movimento non ha saputo guardare a un futuro diverso da quello del giorno dopo e queste sono le conseguenze: un gap di almeno dieci anni dai campionati migliori - Inghilterra, Germania, Spagna.
Le cause sono strutturali, perché l'Italia è l'unico paese dove gli stadi non sono di proprietà dei club, ma sono ancora gestiti dai Comuni. Di conseguenza gli impianti sono vecchi, inadeguati e fatiscenti, e le società perdono soldi - sia perché gli impianti non attirano spettatori, sia perché non gestendoli direttamente non possono sfruttarne tutte le potenzialità economiche connesse (ristoranti, negozi, centri commerciali, altre attività commerciali legate alla partita di calcio). Una ricerca datata ormai al 2004 sulla situazione degli stadi italiani fotografava con questi numeri la condizione degli impianti di A e B: il 33% sono stati costruiti tra il 1920 e il 1937, il 27% è stato realizzato tra il 1950 e il 1970 e il restante 33% tra il 1972 e il 1990, anno dei Mondiali di calcio italiani. Sono passati nove anni da quella ricerca ma le cose non sono affatto cambiate, fatta eccezione dello Juventus Stadium che nel nostro paese è stato accolto come un impianto rivoluzionario, ma che negli altri paesi è la normalità. In Premier League 20 club su 20 sono proprietari dello stadio in cui giocano e nella Liga spagnola 7 su 20. Il calcio tedesco, da parte sua, ha saputo sfruttare i Mondiali del 2006 come una grande opportunità per allinearsi agli standard più elevati in materia di impianti. Il calcio italiano invece non ha saputo evolversi coi tempi, voltare pagina e guardare al futuro. E così si è creato un gap dai paesi calcisticamente migliori, un divario che aumenta ogni giorno di più. Puntualmente tra gennaio e febbraio vengono rinviate molte partite per neve (pensate allo scorso anno) - con conseguente alterazione dei calendari, della regolarità del torneo e infinite polemiche - e la questione stadi torna momentaneamente in agenda. Poi il maltempo passa, e del problema non parla più nessuno. Ma da un brutto teatro non potrà mai uscire un grande spettacolo. Il cuore del calcio sono i tifosi, gli stessi tifosi che ora preferiscono sempre più il divano allo stadio. Serve una legge sugli stadi, è un'ovvietà e lo dicono tutti, da anni. E sono anni che nessuno fa niente, concretamente. Sempre in attesa di non si sa che cosa.
Ma le cause del ritardo non sono solo strutturali, sono anche culturali. E qui il discorso si fa più profondo e non riguarda solo il calcio. Riguarda la società e la politica stessa - se pensiamo che quasi tutte le curve degli stadi italiani sono dichiaratamente politicizzate, molto spesso su posizione estremiste. Gli stadi appaiono evidentemente come enormi casse di risonanze per pochi ma rumorosi fanatici estremisti - persone che con il calcio e lo sport in generale non hanno niente a che fare, ma che finiscono col compromettere molto spesso il clima di serenità che dovrebbe accompagnare la partita di calcio. Violenza, razzismo, ricatti alle stesse società di cui - così dicono - sono primi tifosi. E il calcio italiano sprofonda sempre più in basso. La depoliticizzazione delle curve è un passaggio fondamentale verso l'affermazione di una nuova cultura sportiva. Anche di questo si è parlato molto e fatto pochissimo. 
Dalle crisi si può uscire migliori, ma si può anche non uscire. Il calcio italiano è a un bivio.

sabato 2 febbraio 2013

Storia di un fallimento annunciato


Quando questa estate Sabatini e Baldini hanno annunciato il ritorno di Zeman sulla panchina giallorossa, tredici anni dopo l'ultima volta, un'ondata di euforia ha pervaso non solo l'ambiente romanista, tradizionalmente incline a sognare a occhi aperti, ma l'intero mondo del giornalismo sportivo italiano. Fiumi d'inchiostro sono stati versati per celebrare il grande ritorno del Maestro, l'allenatore diventato simbolo di giustizia e onestà nel 1998 dopo avere pubblicamente accusato la Juventus, e in particolare i suoi giocatori Vialli e Del Piero, di aver fatto uso di sostanze proibite per migliorare le prestazioni sportive. Accuse alle quali fece seguito un processo iniziato nel 2002 che vide la società bianconera accusata per frode sportiva mediante somministrazione sistematica di EPO e abuso di altri farmaci. Processo conclusosi definitivamente il 30 marzo 2007 con la sentenza della Corte di Cassazione, che confermò l'assoluzione, pronunciata già in Appello, degli imputati Riccardo Agricola e Antonio Giraudo dalle accuse legate al doping. Una luna di miele, quella tra Zeman e la stampa sportiva, che è la logica e diretta conseguenza di una comune e ampia cultura anti-juventina che storicamente vive nel nostro Paese, in cui d'altronde ogni forma di eccellenza fatica a essere accettata e a maggior ragione riconosciuta.
Questa estate Sabatini e Baldini hanno pensato bene di affidare la ricostruzione della Roma a Zeman, sperando magari di vedere realizzato quel sogno di calcio utopico che va sotto il nome di Zemanlandia: un'isola felice dove, si dice, il calcio è genuino, sano e spettacolare. L'isola che non c'è.
E adesso, dopo 23 giornate, la Roma si trova ottava, a nove punti dalla zona Champions, obiettivo dichiarato a inizio stagione. Con il secondo miglior attacco (dietro solo alla Juventus) e la seconda peggior difesa (prima solo del Pescara), e i soliti problemi che da sempre caratterizzano tutte le squadre di Zeman. Una fase offensiva spettacolare, e una fase difensiva disastrosa.
La stampa sportiva casca dalle nuvole, non sa come giustificare questo fallimento, si chiede cosa non sia andato. Perché. Ma basterebbe solo guardarsi indietro. Sono trent'anni che le squadre di Zeman hanno gli stessi pregi e gli stessi enormi difetti. In trent'anni Zeman ha vinto una serie C2 a Licata e due campionati di serie B, uno a Foggia e uno a Pescara, e ha incassato una lunga sfilza di esoneri. L'ultimo pochi minuti fa, con la Roma momentaneamente affidata ad Andreazzoli, membro dell'area tecnica. Ultimo passo di un fallimento annunciato.

sabato 19 gennaio 2013

Poker australiano


Mentre la Juve sta affannosamente cercando l'attaccante che non ha saputo trovare (se preferite trattenere) questa estate, dall'altra parte del mondo Del Piero segna 4 gol (più un assist). Dopo otto triplette con la Juve, il primo poker della sua carriera al Sydney. Gli anni passano, la qualità resta.
Finale: Sydney-Wellington Phoenix 7-1.

lunedì 31 dicembre 2012

Addio 2012. Noi c'eravamo.


Il 13 maggio 2012 è una di quelle date che i veri juventini non scorderanno mai. Un giorno straordinario - perché se vincere per la Juventus è sempre stata la normalità, quel giorno vincere è stata una liberazione, è stato togliersi di dosso un macigno che il popolo bianconero si portava dietro da troppo tempo. Un giorno fuori da ogni logica, fuori da ogni schema. Perché il 13 maggio la Juventus ha ritrovato se stessa. Perché dopo anni bui, gestioni insensate, scelte inappropriate la Juventus è tornata. Perché quel giorno è finito l'incubo iniziato nell'estate 2006 con la revoca di due scudetti, la serie B con penalizzazione, il terremoto societario, la squadra da rifondare. Perché i due scudetti non torneranno mai, ma le forze in campo, gli equilibri del calcio italiano quel giorno sono tornati esattamente come erano nel 2006: Juventus, Milan, il resto.
L'ultimo trofeo lo aveva alzato Del Piero il 14 maggio 2006, sul neutro di Bari. Era il ventinovesimo scudetto della storia bianconera. A chiudere il cerchio non poteva che essere lo stesso Del Piero, sei anni dopo, alla sua ultima partita di fronte ai propri tifosi (ultima per scelta del presidente, non sua).
Del Piero, il filo rosso di tutte le Juventus degli ultimi 19 anni: quelle di Trapattoni, Lippi, Ancelotti, Capello, Deschamps, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni, Del Neri, Conte. L'uomo dei 289 gol, delle 705 presenze, dei 18 trofei alzati, tutti (gol, presenze, trofei) con una maglia, "One Love". Quel giorno prese un colpo al ginocchio pochi secondi dopo l'inizio della partita. Non stava bene, corricchiava, si toccava il ginocchio. Conte gli chiese se volesse il cambio. «No», risposta secca. Ero lì quel giorno e ricordo che al momento del contatto, con Del Piero steso a terra, lo stadio smise di respirare per qualche secondo. La gente era lì tutta per lui. Io ero lì per lui. Sapevo che avrebbe lasciato il segno, nonostante tutto, ancora una volta. Poco dopo sarebbero arrivati l'ultimo gol, l'ultima uscita di scena, la standing ovation infinita. Il trofeo alzato al cielo.
Doveva finire così. Non ho mai smesso di crederci. Io c'ero. Noi c'eravamo.

domenica 4 novembre 2012

Tagliavento e la dimostrazione che è solo invidia

Il primo errore della partita, dopo una manciata di secondi, non è di Tagliavento ma del suo assistente, il guardalinee Preti, che non si accorge dell'evidente fuorigioco di Asamoah. L'azione porta al gol di Vidal. Polemiche. L'errore vero del primo tempo di Tagliavento è invece la mancata espulsione di Lichsteiner per fallo su Palacio. Polemiche a non finire. Comunque due errori pesanti, che hanno condizionato la partita nel primo tempo. Facciamo finta di dimenticare l'errata segnalazione di un fuorigioco a Giovinco, a fine primo tempo, perché chiaramente i media non la considerano. E ciò che i media non considerano non esiste, per definizione.

Dopo 45 minuti ricominciano le solite, ormai scontatissime, considerazioni sulla Juventus e la sua gloriosa storia, fatta di successi e trofei, a quanto pare conquistati in modo dubbio. Considerazioni che possono essere condensate efficacemente nelle dichiarazioni post partita del leader popolare di questo filone di pensiero, Massimo Moratti: «Dopo 17 secondi prima mi sono preoccupato che eravamo partiti male, poi quando ho visto il fuorigioco ho pensato alla solita storia». Tradotto: la Juventus sa vincere solo comprando le partite. Il gol di mano di Adriano, all'epoca giocatore interista, nel derby scudetto contro il Milan, è evidentemente passato e dimenticato dal presidente nerazzurro e dai suoi seguaci. Come è dimenticato che tra i suoi numerosi trofei l'Inter ha anche uno scudetto conquistato con questa classifica: Juventus 91, Milan 88, Inter 76. Non torna? Pazienza. Fatevelo tornare perché ciò che vince l'Inter non si discute, per definizione.

Accade poi che dopo 45 minuti, per regolamento, c'è l'intervallo. L'arbitro se lo ricorda e le squadre vanno negli spogliatoi. Dopo 15 minuti le due squadre tornano regolarmente sul campo. Anche l'arbitro fa altrettanto, torna sul campo e lo fa con le idee molto chiare. Evidentemente negli spogliatoi la terna (anzi ora gli arbitri sono addirittura cinque) ha capito di avere fatto dei pasticci e inizia il secondo tempo determinata a riequilibrare gli errori. Tagliavento incomincia la sua collezione di ammonizioni a giocatori juventini (Pirlo, Bonucci e Chiellini ammoniti ingiustamente), Cambiasso continua a godere di un credito illimitato e commette altri due falli che potevano valere tranquillamente almeno un giallo. Vidal, in un contrappasso che appare dantesco, sconta sulle sue caviglie la colpa di aver segnato un gol viziato da fuorigioco,e quando Juan Jesus lo colpisce in un tentativo di ripartenza con la palla già calciata via dal centrocampista della Juve, Tagliavento decide proprio di non fischiare. Il rigore su Milito è generoso, la trattenuta di Marchisio su Milito c'è ma Milito si lascia cadere. Fosse successo nell'altra area, statene certi, non ci sarebbe stato nessun rigore. Un atteggiamento, quello di Tagliavento, che sa tanto di compensazione dopo i due pesanti errori del primo tempo. Un atteggiamento che dimostra che non c'è niente di premeditato negli errori del primo tempo. Sono errori importanti ma nascono da cattive interpretazioni. Se dietro gli errori arbitrali ci fosse stata la mano lunga della Juventus, come molti sostengono, Tagliavento non sarebbe uscito dagli spogliatoi con l'obiettivo di compensare la situazione. Ogni dietrologia è ingiustificata e fastidiosa. È ora di finirla con certi discorsi.

Ha vinto l'Inter, meritatamente. Le analisi si fermino qui. A fine partita la Juventus ha stretto la mano ai vincitori. Perché chi ha imparato a vincere sul campo, col sudore, accetta anche la sconfitta.

giovedì 1 novembre 2012

Il punto in vista di Juventus-Inter

Juventus. Il campionato 2012/2013 lo vincerà la Juventus, su questo personalmente ho sempre avuto pochissimi dubbi. Ha l'organico migliore, ha una feroce fame di vittoria e il gioco di gran lunga più convincente. Nonostante un'estate bollente per il ridicolo caso Conte, montato ad arte dal sempreverde mondo antijuventino (la Juventus la si ama o la si odia), gli equilibri non sono cambiati. La squadra ha raggiunto una maturità tale che può fare a meno della presenza fisica del proprio allenatore durante le partite: le nove vittorie nelle prime dieci partite stanno lì a testimoniarlo. Poter rinunciare all'allenatore durante le partite non significa che la Juventus possa fare a meno di Conte, unico vero punto fondamentale e insostituibile di questa squadra. Lo sa bene Agnelli, che quest'estate non ci ha pensato un attimo a sostituirlo, nemmeno nel bel mezzo della campagna mediatica antijuventina che non a caso ha messo nell'occhio del ciclone proprio l'allenatore della Juventus, l'uomo più di ogni altro simbolo di una rinascita che non deve essere evidentemente piaciuta a tutti. Piaccia o non piaccia, oggi la società Juventus è un corpo solido e ben amalgamato. La proprietà si è messa da parte, saggiamente verrebbe da dire, lasciando la parte operativa a persone più competenti. Dirigenza e staff tecnico lavorano in totale sintonia e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La Juventus ha allungato ieri sera a 49 i risultati utili in campionato (-9 dal record storico del Milan di Capello dei primi anni novanta), ha il miglior attacco del torneo (22 gol segnati), la miglior difesa (5 reti al passivo) e ha mandato in gol 12 giocatori finora in dieci turni di campionato. Una superiorità evidente che la pone almeno un gradino sopra a tutte le rivali. Solo gli impegni e le fatiche di Champions potrebbero riaprire i giochi di un campionato, almeno al vertice, già scritto.

Inter. Non credo che sia una forzatura dire che oggi l'Inter è Stramaccioni. Nel finale della scorsa stagione Moratti, in un barlume di lucidità o disperazione, ha scelto di affidare la guida tecnica a un ragazzo di 36 anni, un tipo umile e intelligente, senza nessuna rilevante esperienza da calciatore (e allora? Neanche Sacchi e Mourinho sono stati calciatori) e senza nessuna esperienza da allenatore ad alti livelli (prima di prendere in mano la prima squadra aveva allenato gli Allievi della Roma e la primavera dell'Inter). Ma le idee pagano, e Stramaccioni ne ha molte e molto buone. Ha studiato e si è laureato in Legge discutendo una tesi in diritto commerciale sul tema delle società sportive quotate in Borsa. Da perfetto sconosciuto si è conquistato il rispetto e l'ammirazione di calciatori e campioni che fino a un paio di anni prima rispondevano agli ordini di un certo Mourinho, uno che arrivava alla Pinetina avendo già vinto tutto, e tutto più volte. È saltato dai ragazzini della primavera ai campioni della prima squadra con una naturalezza da predestinato. Ha ereditato un gruppo allo sbando, in una complicata fase fase di rifondazione di una squadra che viveva ancora dei vecchi splendori mourinhiani. Ha indirizzato il mercato estivo, fatto al risparmio (una volta tanto in casa Inter!) ma con logica, seguendo un preciso credo tattico. Dimostrazione che spendere poco non significa spendere male (e viceversa spendere tanto non significa spendere bene, capito Moratti?). E i numeri ora parlano per lui: dopo dieci giornate l'Inter viaggia alla media di 2,4 punti a partita. Con questi numeri nove volte su dieci si vince lo scudetto. Sabato l'Inter verrà a Torino con ambizioni da scudetto. Non so dire come finirà, ma non credo che l'Inter abbia le risorse per tenere questo ritmo fino alla fine. Centrerà probabilmente l'obiettivo Champions, secondo o terzo posto. Qualcosa di impensabile fino a pochi mesi fa, quando la squadra di Moratti viaggiava nelle paludi di metà classifica, senza speranze e senza idee di ricostruzione. Quelle idee le sta portando questo ragazzo. Chapeau, Strama.

domenica 30 settembre 2012

L'ambasciatore del calcio


Prima di prendere la sua decisione e renderla nota al mondo intero deve avere riflettuto a lungo quest'estate, Del Piero. Deve avere ripensato alla sua storia con la Juventus, alle vittorie e alle sconfitte, ai gol fatti, alla fascia di capitano, ai record. Diciannove anni sono tanti, tantissimi per giocare a calcio con la stessa maglia, e lasciano dentro tante emozioni, tanti ricordi. Avrà provato nostalgia, ripensandoci.
Forse proprio per questo alla fine ha scelto di continuare a giocare a 15mila chilometri di distanza da Torino, per scacciare la nostalgia e i ricordi e ripartire da capo. Ha scelto Sydney, l'Australia, dopo averci pensato un'estate intera. Poteva rimanere nel calcio che conta, lo volevano il Southampton e il Liverpool dalla Premier, il Celtic dalla Scottish League, il Malaga dalla Liga. Ma Del Piero ha preso tutti controtempo, con una delle sue finte micidiali, e ha scelto l'Australia. Non per soldi, come qualcuno ha scritto: l'Asia e gli Emirati avevano pronte offerte faraoniche per lui, ma Del Piero le ha tutte rifiutate, cortesemente si capisce.
Ha scelto Sydney, «qualcosa che non avesse punti di contatto con la Juventus», per rispetto. Andrà a scoprire una città bellissima e un continente in cui la qualità della vita è altissima. Si porterà dietro la famiglia, farà un'esperienza irripetibile e si confronterà con una nuova lingua e nuove culture. Ne uscirà arricchito, sicuramente. Il Sydney gli ha cucito addosso il ruolo di ambasciatore del calcio australiano e lo ha fatto sentire importante. Del Piero ha apprezzato e ripagherà sul campo. Perché chi lo conosce sa che non è andato in Australia per riposare: «Non sono venuto qui per finire la mia carriera ma per iniziarne una nuova», le prime parole dopo essere sceso dall'aereo. Per rendere l'idea, Del Piero si è portato dietro Giovanni Bonocore, il personal trainer che da anni ne cura la preparazione nei minimi dettagli. Non è andato per fare vacanza, anche gli australiani se ne accorgeranno presto.
Giocherà in celeste, dopo una vita in bianconero, e lo farà dall'altra parte del mondo. La gente non si è stancata di lui, e Mediaset ha annunciato di avere comprato i diritti delle 27 partite del Sydney, che trasmetterà in diretta. Sabato prossimo, ore 8.30 italiane, Pinturicchio debutterà con la sua nuova squadra. In molti, dall'Italia, saranno davanti al televisore per vedere ancora il vecchio campione, il capitano. Gli australiani invece inizieranno a scoprirlo, perché per loro Pinturicchio è solo un marziano venuto a giocare a calcio da molto lontano. Si farà conoscere e apprezzare, Del Piero. Come ha sempre fatto.

giovedì 9 agosto 2012

Grazie Josefa, unica vera portabandiera


‹‹A Rio racconterò le storie delle altre. Ho iniziato oltre 30 anni fa, da juniores in Germania. È stata una bella carriera. È stato comunque bello sognare insieme. Non mi posso rimproverare nulla››.
Josefa Idem

domenica 8 luglio 2012

Roger e Serena, il ritorno degli dèi


Il 2 marzo dell'anno passato Serena Williams lottava per la vita in una stanza d'ospedale di Los Angeles. Il ricovero d'urgenza e l'intervento tempestivo dei medici riuscirono a salvarla da un'improvvisa embolia polmonare che le stava tagliando il respiro. Sedici mesi dopo Serena è sul mitico Central Court di Wimbledon e tra le mani tiene stretto il piatto d'argento dorato. Il suo quinto successo sull'erba londinese ha un immenso significato non solo sportivo, ma anche e forse soprattutto umano, perché chiude definitivamente la lunga e dolorosa parentesi che aveva messo un grosso punto di domanda sulla sua carriera. Commossa, Serena ha ricordato proprio quei momenti difficili in ospedale anche durante la premiazione, ringraziando le sorelle e la madre per esserle state vicine.
Il tennis femminile vive comunque oggi un periodo di crisi nera, e il fatto che negli ultimi sette tornei del Grande Slam ci siano state sette vincitrici diverse la dice lunga sulla mancanza di una leadership consolidata e di un ricambio generazionale adeguato. Serena va verso i trentuno anni e nel tennis questa è un'età importante, come testimonia il fatto che pochissimi in passato sono riusciti a vincere oltre i trenta. Resta però lei, di gran lunga, la tennista migliore del circuito. E se manterrà le motivazioni giuste e la voglia di stupire, potrà continuare a vincere ancora per qualche anno, ampliando così la sua collezione di 14 Slam.
Wimbledon 2012 rilancia anche un altro ragazzo classe 1981. E' Roger Federer, che dopo due eliminazioni consecutive ai quarti torna a trionfare sull'erba londinese. E' il settimo successo dello svizzero a Wimbledon e il diciassettesimo titolo dello Slam che porta a casa. Una vittoria dal sapore ancora più speciale, perché lo rilancia dopo due anni al primo posto del Ranking ATP. Il tennis maschile vive oggi, al contrario di quello femminile, una fase storica eccezionale, con almeno tre interpreti sopra le righe. Federer, Nadal e Djokovic (con Murray primo degli umani) si spartiscono ormai da anni i titoli dello Slam. Considerando il livello altissimo della competizione e considerando l'età di Federer (che tra un mese compirà trentuno anni), essere tornato numero uno è un altro capolavoro, l'ennesimo della sua leggendaria carriera.
Li hanno dati più volte sul viale del tramonto, in passato. Ma l'autunno dei campioni è una stagione imprevedibile e a volte meravigliosa, come per questi due ragazzini di quasi trentuno anni che si divertono a sfidare il tempo. Stasera al grande ballo dei vincitori di Wimbledon ci saranno ancora loro, Roger e Serena.

sabato 30 giugno 2012

Finisce l'era Del Piero. Alla Juventus.


Si chiude così il cerchio, oggi 30 giugno 2012. Da domani, dopo diciannove anni tutti in bianconero, Del Piero sarà un giocatore senza contratto e senza squadra. Finisce ufficialmente la sua storia con la Juventus, dopo che nella sostanza si era già conclusa lo scorso 20 maggio, finale di Coppa Italia. Si sta cercando una nuova casa Pinturicchio, lontano da Torino e lontano dall'Italia. Forse la troverà dall'altra parte del mondo, in America, o forse ci sarà il colpo di scena e rimarrà in Europa. «Non ci sono situazioni concrete, ma tante ipotesi che stiamo vagliando: qualcosa è già uscito fuori, qualcosa ancora no. Non conta il campionato, ma il progetto. Alessandro ha sempre detto che gli Usa esercitano un fascino particolare», parla così suo fratello e procuratore Stefano. Intanto Del Piero si gode le vacanze e lascia tutti i discorsi contrattuali in mano al suo staff.
Il ritorno alla Juventus nei panni di dirigente non è vicino come molti ingenuamente pensano. Del Piero è nato per giocare, come lui stesso ama ripetere. E giocherà ancora, lo farà più a lungo di quanto la gente creda. La sfida sportiva che da un po' lo anima più di ogni altra cosa è quella contro il tempo. Riuscire a rimanere competitivo nonostante gli anni, questa adesso è la sua grande scommessa. E ovviamente continuare a divertirsi facendo la cosa che più gli piace fare: «Oggi sono uno di quei bambini che può comprarsi tutti i giochi che vuole, ma tanto il suo preferito resta il pallone». E ancora: «Per fare il dirigente ho una vita davanti, sempre che lo farò e sempre che me lo chiedano». Rispose così Del Piero, lo scorso 13 maggio, dopo aver giocato la sua ultima partita allo Juventus Stadium, a chi gli chiedeva se non fosse disposto a cambiare il suo ruolo pur di rimanere alla Juventus. Risposta inequivocabile, con tanto di stilettata finale diretta a chi già quest'anno gli aveva preparato un posto nel museo bianconero, non in campo. Del Piero giocherà ancora, come ha fatto quest'anno, anzi più di quest'anno (in cui nonostante tutto ha messo a segno altri gol decisivi). E la Juventus da parte sua non ha alcuna intenzione di richiamarlo a casa, neanche in altra veste: troppo grande Pinturicchio perché qualcuno gli faccia spazio.
Si separano così le strade di Del Piero e della Juventus, ufficialmente e chissà per quanto tempo. A Del Piero mancherà la Juventus, ma alla Juventus mancherà Del Piero. Moltissimo, e un giorno se ne accorgerà. Forse quel giorno lo richiamerà a casa. Forse. Sarà solo il tempo a dirlo.

Il saluto di Ale sul proprio sito. Grazie Ale, sempre al tuo fianco.

domenica 24 giugno 2012

Tecnologia italiana e fantasia spagnola


Alonso primo, Raikkonen secondo, Schumacher terzo: sul podio del GP d'Europa si sono accomodati il presente, il passato prossimo e il passato remoto della Ferrari. Ha vinto la Rossa che ha portato sui tre gradini del podio la sua tradizione vincente, ma prima ancora ha vinto, stravinto, Fernando Alonso, il pilota più forte e più in forma del Mondiale. E' stato un GP assurdo, con l'undicesimo Alonso che è arrivato primo e il dodicesimo Schumacher che è arrivato terzo, il tutto su un circuito nel quale sorpassare è difficilissimo. Il Gran Premio di Valencia, ottava prova del Mondiale di Formula Uno, taglia in due la stagione: non siamo ancora a metà calendario, ma Alonso sta dando una dimostrazione di superiorità spaventosa. Non ha la macchina più forte - la Ferrari è stata progettata male e aggiustata in corsa, e la Red Bull e la McLaren restano superiori - ma si trova in testa al mondiale con venti punti sul secondo, l'eterno sottovalutato Mark Webber. Fa bene Domenicali a ripetere che il Mondiale finisce a novembre, ma la superiorità che Alonso continua a dimostrare gara dopo gara è impressionante. Oggi nessuno come lui è capace di essere aggressivo e allo stesso tempo lucido, azzardare manovre impossibili e allo stesso tempo controllare il rischio. Era dai tempi del miglior Schumacher che in Formula Uno un pilota non faceva la differenza in modo così evidente. L'anno scorso Vettel ha stravinto il titolo meritando, ma non c'era partita perché la Red Bull aveva parecchie marce in più sui rivali. Il capolavoro che sta compiendo Alonso è quello di vincere con una macchina normale. Basta vedere cosa (non) riesce a fare il suo compagno di squadra Felipe Massa, undici punti nella classifica mondiale, esattamente cento in meno di Alonso. Forse si sta aprendo un nuovo ciclo vincente per il Cavallino, anche se è presto per dirlo. Sicuramente la Rossa ha trovato il degno erede di Schumacher, e la gara di oggi ha confermato definitivamente questa sensazione che già si percepiva da tempo. Rimane a questo punto un solo dilemma: la Ferrari sarà capace di mettere a disposizione di Alonso un quantitativo minimo di tecnologia per lanciare la sua corsa al titolo iridato? La tecnologia italiana sarà all'altezza della fantasia spagnola?

venerdì 15 giugno 2012

Biscotto o contrappasso?


27 maggio, Coverciano, ritiro della nazionale.
Buffon parla ai microfoni di SkySport: «Sicuramente alcune volte se qualcuno ci pensa bene cosa devi fare? Si dice meglio due feriti che un morto. E' chiaro che le squadre le partite se le giocano e sarà sempre così, però penso che ogni tanto anche qualche conto è giustificato farlo».
Passano diciotto giorni, nel frattempo comincia l'Europeo e l'Italia pareggia le prime due partite. Si crea la stessa identica situazione di otto anni fa, eravamo a Euro 2004 in Portogallo e il 2-2 tra Svezia e Danimarca ci mandò a casa rendendo vano il successo contro la Bulgaria. Torna l'incubo "biscotto", stavolta tra Spagna e Croazia.
14 giugno, Poznan, post partita contro la Croazia.
Parla nuovamente Buffon, stavolta ai microfoni della Rai: «La qualificazione dipende tutto da noi, ho la certezza che se dovessimo vincere l'ultima contro l'Irlanda saremmo qualificati. E poi se Croazia-Spagna finisse proprio 2-2 si metterebbe a ridere tutta l'Europa». E ancora: «La Spagna ha dei giocatori con un pedigree che non permette l'etichetta di antisportività e di far ridere l'Europa».

Inutile sottolineare l'incoerenza delle due versioni di Buffon. Se proviamo a riassumerle in un unico pensiero viene fuori qualcosa della serie: è normale che due squadre possano accordarsi per un pareggio, possono farlo purché non danneggino me e la mia squadra. Ora non si tratta di fare i moralisti, questo lo lascio ad altri, però non si può neanche fare a meno di osservare la pochezza di questo ragionamento. Forse dal capitano della nazionale sarebbe lecito attendersi qualche uscita (verbale) migliore. E' evidente che oggi non siamo proprio nella condizione di fare prediche a nessuno, né in casa nostra, nè tantomeno ad altri. L'Italia invece farebbe bene a concentrare tutte le proprie energie sulla sua partita, quella contro l'Irlanda del Trap, nella quale ha un solo risultato a disposizione: la vittoria, possibilmente con molti gol di scarto.
Riguardo a Spagna-Croazia. La Spagna è campione di tutto e non penso avrà bisogno di ricorrere a certi mezzucci per accedere ai quarti di finale. Ma se alla fine Spagna e Croazia facessero davvero un bel biscotto, un 2-2 pirotecnico in grado di fare fuori i temuti azzurri dalla fase finale dell'Europeo, nessuno potrebbe comunque giocare a fare l'indignato. Il "biscottone" spagnolo-croato sarebbe forse una bella lezione, un contrappasso perfetto per chi solo diciotto giorni fa sosteneva che sono meglio due feriti che un morto. Strano mondo, il calcio.

lunedì 11 giugno 2012

Euro 2012: dove può arrivare la Juve?


No, non ho sbagliato il titolo. Nessun errore. Volevo proprio scrivere Juve e non Italia. E' una piccola provocazione ovviamente, ma ieri pomeriggio mentre guardavo la partita mi sono chiesto se stesse giocando ancora la Juve o se davvero era la partita d'esordio della nazionale italiana agli Europei 2012.
Di sicuro l'Italia scesa in campo ieri nel tardo pomeriggio contro la Spagna era una parente strettissima della Juventus di Conte. Non solo perché sei giocatori su undici erano bianconeri (Buffon, Chiellini, Bonucci, Pirlo, Marchisio, Giaccherini), ma perché il modo di giocare era lo stesso introdotto da Conte quest'anno: 3-5-2 se vogliamo usare i numeri. Un modo di giocare che Conte ha usato per esaltare le qualità dei propri centrocampisti centrali (Marchisio e Vidal) e per dare modo a Pirlo di esprimere al meglio le sue qualità eccezionali. Prandelli è stato intelligente e ha colto al volo l'opportunità che aveva davanti a sé, quella di accomodare il modello Juve sulla nazionale. Ecco quindi la scelta di far giocare Maggio a destra - già abituato a giocare con la difesa a tre nel Napoli - che si è calato nei panni di Lichsteiner. Chiarissima anche la scelta di far giocare Giaccherini sulla sinistra, un giocatore molto generoso che nella Juve ha ampiamente dimostrato di saper fare entrambe le fasi. Thiago Motta poi nel ruolo di Vidal, con meno vigore atletico del cileno, ma pronto a inserirsi spesso e volentieri in fase offensiva, come scritto nel copione bianconero. E le due punte, Cassano e Balotelli, chiamate - esattamente come avviene nella Juve - a sacrificarsi molto anche in fase difensiva; lavoro in cui ieri, soprattutto Balotelli, è un po' mancato. Non credo che da Balotelli potremo aspettarci qualcosa in più sul piano del sacrificio, ma la giocata improvvisa, geniale, quella sì ce la possiamo aspettare, ed è il vero motivo per cui Prandelli insiste e - credo - insisterà ancora con lui, nonostante il gol di Di Natale. L'unica vera novità introdotta dall'Italia ieri è rappresentata da De Rossi centrale difensivo. Una soluzione a cui Prandelli ha pensato dopo l'infortunio di Barzagli, e che è stata ispirata in origine da Luis Enrique, che aveva già provato De Rossi in quel ruolo nella Roma nel corso della passata stagione. E la soluzione ieri ha funzionato benissimo, perché De Rossi ha interpretato il ruolo di centrale difensivo con la testa del centrocampista. In fase di possesso infatti era proprio De Rossi a impostare per primo l'azione dell'Italia. Un regista difensivo insomma, dieci metri dietro al vero regista della squadra: Andrea Pirlo.
Quindi, dove potrà arrivare questa Juve che veste la maglia azzurra? E' difficile fare pronostici, soprattutto in manifestazioni brevi come l'Europeo, in cui ci sono molte squadre più o meno sullo stesso livello. Quello che possiamo dire è che l'Italia ha un sistema di gioco molto buono, e già questo è un ottimo punto di partenza. Come si diceva tempo fa (vedi qui) il grande lavoro fatto dalla Juventus nell'ultimo anno ha portato benefici a tutto il calcio italiano, e la partita di ieri sta lì a dimostrarcelo. La Figc ringrazi e passi oltre, a testa bassa.

domenica 3 giugno 2012

Il ritorno di Zdeněk Zeman, il rivoluzionario


Alla fine ce l'ha fatta, Zdeněk Zeman. La grande occasione l'ha avuta ancora: tredici anni dopo sarà ancora lui ad allenare la Roma. L'ufficialità dovrebbe arrivare lunedì, ma ormai la cosa è fatta. Tornerà dunque sulla panchina giallorossa Zeman, dopo tanto tempo e molte altre avventure: Fenerbahçe, Napoli, Salernitana, Avellino, Lecce, Brescia, ancora Lecce, Stella Rossa, Foggia e Pescara. «Ho pensato che, non essendo più un ragazzino, mi restavano due o tre anni per tornare a una grande squadra: questa è la mia ultima chance». Il ritorno di Zeman è stimolante per tutti, per chi lo ama e per chi lo odia. Sì perché il boemo è un personaggio che divide, prendere o lasciare, con lui non esistono mezzi termini. Tutti adesso sono curiosi di rivederlo nel grande calcio, di capire cosa riuscirà a fare su una panchina importante. Tredici anni dopo l'ultima volta.
Eppure il modo in cui la stampa ha accolto il ritorno di Zeman è abbastanza stucchevole. Già si sono alzati gli inni trionfali, quando la Roma non ha ancora ufficializzato il suo arrivo. Zeman, dicono molti giornalisti, ha già vinto perché è stato capace di rianimare l'ambiente romano, triste e depresso dopo l'ultima, deludentissima, stagione. Nessun allenatore oggi in Italia gode della simpatia popolare e mediatica di cui gode Zdeněk Zeman. In effetti la piazza romana appare entusiasta per il grande ritorno del boemo, ma questo era ampiamente prevedibile. I tifosi sono per definizione un popolo di sognatori e il gioco di Zeman è ideale per innescare la fantasia della gente. Ma dal punto di vista dei risultati, la carriera del boemo parla chiaro: in trent'anni gli unici trofei alzati sono stati un campionato di serie C2 a Licata, e due campionati di Serie B, uno a Foggia e uno a Pescara quest'anno. Pochino per uno che gode della sua fama. Ma proprio qui sta la rivoluzione di Zeman, capace di costruire un vero e proprio marchio (Zemanlandia, ricordate?) non sui risultati ma sulla proposta di gioco. Proposta di gioco che si è dimostrata essere perdente o, se preferite, non così vincente come si vuol far credere. Ma com'è possibile che sia avvenuto questo, oltretutto in Italia, un paese in cui, calcisticamente parlando, i risultati sono tutto? Le ragioni non vanno cercate nell'allenatore, ma nel personaggio Zeman.
Quello che nel 1998 lanciò accuse pesantissime al mondo del calcio italiano, sostenendo che le società facessero un uso eccessivo di farmaci. Quello che usò come esempi per dare fondamento alle proprie argomentazioni i calciatori della Juventus Alessandro Del Piero e Gianluca Vialli. Tutte accuse che la giustizia ha dimostrato essere infondate - e le sentenze stanno lì a dimostrarlo - ma che molti hanno accolto con esaltazione, vedendovi qualcosa che si avvicinava a un tentativo di purificare un mondo considerato marcio, il calcio. Insinuazioni e sparate che sono state determinanti nel creare e alimentare quel marchio che va sotto il nome di Zemanlandia appunto: un'isola felice dove, si dice, il calcio è genuino, sano e spettacolare. Non vincente, quello no, ma che importa? Dopotutto si parla di Zdeněk Zeman, il rivoluzionario.

mercoledì 23 maggio 2012

A chi il numero dieci?

«È bello che tutti i bambini possano sognare di giocare con una maglia che in 113 anni è stata vestita da grandissimi campioni. La Juve c'è stata, c'è e ci sarà a prescindere da Alessandro Del Piero». Alessandro Del Piero

Ora anche l'ultima pagina del libro è stata scritta. 19 anni di Juve, 705 partite, 290 gol; otto scudetti, una promozione dalla serie B, una Coppa Italia, quattro supercoppe italiane, una Champions League, una Supercoppa europea, una Coppa Intercontinentale. Questi i numeri finali di una storia che, è scontato dirlo, va ben oltre i numeri.
Domenica notte il cerchio si è chiuso e ora anche Del Piero è diventato un grande classico della storia bianconera. L'uomo dei record, quasi tutti, il riferimento per ogni calciatore che veste e vestirà la maglia della Juventus. Giocherà ancora Pinturicchio, lo farà lontano da Torino e lontano dall'Italia: non poteva che essere così. Inghilterra o USA le alternative. Venerdì prossimo, in occasione della conferenza stampa convocata dallo stesso Del Piero, sapremo probabilmente qualcosa di più sul suo futuro.
Volta pagina dunque, Del Piero. E con lui la Juventus, che adesso si trova a gestire il complicato periodo del post Del Piero. Agnelli ha programmato già da molto tempo questa situazione, come dimostra l'annuncio dello scorso ottobre: la Juventus ha avuto quindi tutto il tempo per organizzare il proprio futuro senza il suo capitano. Girano grandi nomi: Van Persie, Higuain, Cavani. Ma al momento il favorito per vestire la maglia numero dieci sembra Marco Verratti, un ragazzino che si è fatto notare nella grande stagione del Pescara di Zeman. Sarebbe suggestivo vedere un ragazzo che deve ancora compiere vent'anni e che deve ancora debuttare in serie A vestire la maglia numero dieci di Del Piero. Molto suggestivo e molto pericoloso. Perché questa maglia è molto pesante, soprattutto alla Juventus e ancora di più oggi che nella mente di tutti è legata a doppio filo a Del Piero. Non basta avere talento per avere il dieci, ci vuole personalità, molta. Se non si trova sulle spalle giuste, questo numero può diventare un problema, un peso troppo grande. La Juve non deve avere fretta e se non troverà l'uomo giusto non deve avere paura ad aspettare anche una stagione, il che non vuol dire ritirare la maglia. Il dieci è il numero benedetto per eccellenza, quello dei campioni, quello che hanno portato sulle spalle Pelè e Maradona. Per i bambini è la maglia da farsi regalare, per tutti è la maglia dei sogni. Giustissimo non ritirarla. Ma attenzione a non trasformare questo numero in una maledizione.

giovedì 17 maggio 2012

I pensieri del minuto cinquantasei


Una partita, una sola partita, e poi calerà il sipario sulla storia tra Del Piero e la Juventus. Una storia lunga diciannove anni sulla quale domenica in tarda serata verrà scritta la parola fine. Stavolta davvero, non c'è più spazio per speranze o colpi di scena. Del Piero ha già lasciato la sua casa, lo Juventus Stadium, domenica scorsa: il padrone non lo voleva più e lui se ne è andato così, nel suo stile, sommerso da un diluvio di applausi e dalle lacrime della sua gente. Uno spettacolo surreale perché avvenuto durante la partita, dopo il cambio con Pepe al minuto cinquantasei. Tutti lo volevano ancora Del Piero, almeno un'altra stagione, per rivederlo nelle notti di Champions e provare ancora qualche brivido con lui. Tutti, meno che Andrea Agnelli e qualcun altro all'interno della società. Una storia lunghissima, quella tra Del Piero e la Juventus, eppure c'è nell'aria quella strana sensazione che sia finita troppo presto, e comunque nel modo sbagliato. Con quell'annuncio del presidente agli azionisti, lo scorso ottobre, senza stile, senza rispetto, fuori tempo. Per questo domenica la gente ha applaudito così a lungo e si è commossa fino alle lacrime, al momento della sostituzione di Del Piero. Io ero lì, allo Juventus Stadium, e quel rumore, così avvolgente, forte, pulito, non lo posso scordare. Credo ci siano tante cose dietro a questa straordinaria dimostrazione di affetto. C'è il giocatore Del Piero, e questo è ovvio. C'è la persona Del Piero, che tutti hanno imparato a conoscere, chi più chi meno, e ad apprezzare. Ma c'è anche il tempo che passa. Ci sono diciannove anni che se ne sono andati, e te ne accorgi lì, al minuto cinquantasei di una partita di calcio. Vedi il tabellone delle sostituzioni con sopra quel numero, il 10, e ti rendi conto che il tempo è volato, e ti scorre davanti agli occhi il film di un bel pezzo della tua vita. E poi c'è, come dicevo, la sensazione che questo sogno poteva continuare ancora, almeno un altro anno. Perché Del Piero ha dimostrato di essere ancora in grado di decidere le partite, nonostante lo scarsissimo impiego. Quel gol alla Lazio è il più importante della stagione, anche se qualcuno faticherà ad ammetterlo.
Finisce così questa storia che nessuno avrebbe mai voluto finisse. Con Del Piero che giocherà l'ennesima finale della sua carriera, quella della Coppa Italia, domenica prossima, a Roma. Di nuovo a Roma, come il 22 maggio 1996, quando la Juventus sconfisse l'Ajax ai calci di rigore e alzò al cielo la sua seconda, e al momento ultima, Coppa dei Campioni. In quella partita Del Piero era titolare, e lo sarà anche domenica prossima, sedici anni dopo. Il cerchio si sta per chiudere.

sabato 5 maggio 2012

Vecchi fantasmi sotto la pioggia


Tutte le previsioni meteo dicono che domani sera a Trieste ci sarà un temporale. Il gioco del calcio ha poche regole, anche piuttosto chiare. Ma questa è davvero la più semplice: per poter giocare una partita, la palla deve rimbalzare. Sono ottimista e penso che la squadra avrà la forza di rialzarsi dopo il passo falso col Lecce. Ma se dovesse venire il diluvio, spero che stavolta qualcuno si ricordi del regolamento.