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domenica 17 marzo 2013

L'Italia nel pallone


Dietro a ogni crisi ci sono rischi e opportunità. Rischi di ridimensionamento, o nel peggiore dei casi di fallimento. Opportunità di riflessione sulle cause e di ripartenza su basi più solide. La crisi non va demonizzata o temuta come il peggiore dei mali perché tutti i sistemi - economici, sociali, politici - e persino tutti gli individui prima o poi si trovano a farci i conti. Non è qualcosa di astratto e raro, la crisi è parte dell'esistenza e non chiede paura. Pretende rispetto.
La difficile situazione che attraversa oggi il calcio italiano non deve stupirci, perché era largamente preannunciata e perché arriva in un Paese che da vent'anni fatica tremendamente a rimanere competitivo. Il calcio è né più né meno che una delle molte industrie impantanate di questo Paese. Un'industria in cui chi molti anni fa avrebbe dovuto aprire onestamente gli occhi alle difficoltà e cercare di arginarle ha continuato a ripetere che andava tutto bene. Un'industria in cui chi avrebbe dovuto realizzare le riforme necessarie per riattivare un circolo virtuoso ha preferito nascondersi dietro a una Champions League conquistata da un portoghese e da una flotta di brasiliani e argentini. Sventolando quel trofeo come un successo made in Italy.
Le cause della profonda crisi del calcio italiano sono molte e non solo strutturali, ma anche culturali. Sono soprattutto ataviche se accostate al panorama calcistico internazionale con cui da sempre ci confrontiamo. Il nostro movimento non ha saputo guardare a un futuro diverso da quello del giorno dopo e queste sono le conseguenze: un gap di almeno dieci anni dai campionati migliori - Inghilterra, Germania, Spagna.
Le cause sono strutturali, perché l'Italia è l'unico paese dove gli stadi non sono di proprietà dei club, ma sono ancora gestiti dai Comuni. Di conseguenza gli impianti sono vecchi, inadeguati e fatiscenti, e le società perdono soldi - sia perché gli impianti non attirano spettatori, sia perché non gestendoli direttamente non possono sfruttarne tutte le potenzialità economiche connesse (ristoranti, negozi, centri commerciali, altre attività commerciali legate alla partita di calcio). Una ricerca datata ormai al 2004 sulla situazione degli stadi italiani fotografava con questi numeri la condizione degli impianti di A e B: il 33% sono stati costruiti tra il 1920 e il 1937, il 27% è stato realizzato tra il 1950 e il 1970 e il restante 33% tra il 1972 e il 1990, anno dei Mondiali di calcio italiani. Sono passati nove anni da quella ricerca ma le cose non sono affatto cambiate, fatta eccezione dello Juventus Stadium che nel nostro paese è stato accolto come un impianto rivoluzionario, ma che negli altri paesi è la normalità. In Premier League 20 club su 20 sono proprietari dello stadio in cui giocano e nella Liga spagnola 7 su 20. Il calcio tedesco, da parte sua, ha saputo sfruttare i Mondiali del 2006 come una grande opportunità per allinearsi agli standard più elevati in materia di impianti. Il calcio italiano invece non ha saputo evolversi coi tempi, voltare pagina e guardare al futuro. E così si è creato un gap dai paesi calcisticamente migliori, un divario che aumenta ogni giorno di più. Puntualmente tra gennaio e febbraio vengono rinviate molte partite per neve (pensate allo scorso anno) - con conseguente alterazione dei calendari, della regolarità del torneo e infinite polemiche - e la questione stadi torna momentaneamente in agenda. Poi il maltempo passa, e del problema non parla più nessuno. Ma da un brutto teatro non potrà mai uscire un grande spettacolo. Il cuore del calcio sono i tifosi, gli stessi tifosi che ora preferiscono sempre più il divano allo stadio. Serve una legge sugli stadi, è un'ovvietà e lo dicono tutti, da anni. E sono anni che nessuno fa niente, concretamente. Sempre in attesa di non si sa che cosa.
Ma le cause del ritardo non sono solo strutturali, sono anche culturali. E qui il discorso si fa più profondo e non riguarda solo il calcio. Riguarda la società e la politica stessa - se pensiamo che quasi tutte le curve degli stadi italiani sono dichiaratamente politicizzate, molto spesso su posizione estremiste. Gli stadi appaiono evidentemente come enormi casse di risonanze per pochi ma rumorosi fanatici estremisti - persone che con il calcio e lo sport in generale non hanno niente a che fare, ma che finiscono col compromettere molto spesso il clima di serenità che dovrebbe accompagnare la partita di calcio. Violenza, razzismo, ricatti alle stesse società di cui - così dicono - sono primi tifosi. E il calcio italiano sprofonda sempre più in basso. La depoliticizzazione delle curve è un passaggio fondamentale verso l'affermazione di una nuova cultura sportiva. Anche di questo si è parlato molto e fatto pochissimo. 
Dalle crisi si può uscire migliori, ma si può anche non uscire. Il calcio italiano è a un bivio.

venerdì 4 novembre 2011

Giornalismo senza pudore

Mi sono imbattuto oggi in un articolo firmato da Carlo Pellegatti, storico cronista del Milan per Mediaset. L'articolo - che è ancora in bella mostra sul sito di sportmediaset - si intitola "Milan, la pazza idea: Del Piero". Pellegatti prova con scarso successo a spiegare che le possibilità che Del Piero si trasferisca al Milan il prossimo gennaio ci sono e sono concrete. Lo fa dicendo che sarebbe un affare per tutti: per la Juventus che non conta più davvero sul suo capitano, per il Milan che vuole sostituire Cassano e per il giocatore che gioca poco e si sente tradito dalle parole di Agnelli.
Ho maturato nel tempo una certa insofferenza verso i giornalisti sportivi. Salvo rare eccezioni, mi danno sempre l'impressione di sapere molto poco di quello che scrivono. Ma qui non si tratta di essere competenti o meno. Qui si parla di prendere in giro i propri lettori pur di vendere qualche copia in più o avere più contatti sul proprio sito internet (e quindi più soldi dalla pubblicità). Mi rifiuto di credere che un esperto cronista come Pellegatti possa credere davvero a quello che ha scritto. Certo, sto parlando di un articolo insignificante che al massimo strapperà un sorriso ironico al lettore. Ma è il principio che non va bene. Non si può ingannare il lettore per aumentare le vendite, è scorretto. E' chiaro che la notizia è una merce, e come tutte le merci è fatta per essere venduta. Ed è altrettanto chiaro che dietro al giornale c'è un'azienda, che come tutte le aziende deve fatturare. Però il giornale non può e non deve essere solo questione di fatturato. Dovrebbe essere anche un servizio verso i lettori che lo comprano. Sono due cose che devono conciliarsi e non opporsi l'una all'altra.
C'è poi in Italia un altro tipo di giornalismo, per certi versi opposto a questo. E' incarnato da tutti quei giornali (quanti ce ne sono nel nostro Paese!) che si disinteressano completamente del fatturato e pensano solo a venerare la propria parte politica. Tanto a fine anno ci pensa papà Stato (in sostanza noi cittadini) a sanare i bilanci. Questo perlopiù è il giornalismo italiano. Uno schifo.

venerdì 30 settembre 2011

"The Black Mamba" a Bologna

E' quasi ufficiale: Kobe Bryant, superstar del basket Nba - conosciuto anche come The Black Mamba - sarà un giocatore della Virtus Bologna. "Quasi", perché manca ancora un dettaglio non da poco: la firma. Le dichiarazioni del patron della Virtus, Claudio Sabatini, lasciano però pochi dubbi sull'esito della trattativa: «Abbiamo trovato l'accordo sulla parte economica - ha spiegato stamani a Sky Sport 24 il numero uno della Virtus - dobbiamo solo definire alcuni particolari, ma come diceva un noto allenatore di calcio "rigore è quando arbitro fischia". Noi abbiamo trovato l'intesa su 10 partite, anche perché non ci potremmo permettere l'11esima. Ringrazio Bryant e il suo agente per la disponibilità e per la massima collaborazione che hanno avuto. Per noi adesso è fondamentale chiudere prima del 9 ottobre per avere Kobe in campo il 9 con la Virtus Roma. I tempi sono molto stretti, ma dobbiamo farcela».
A questo punto è interessante chiedersi cosa può portare Kobe al basket italiano. Ovviamente porterà un grande valore aggiunto alla Virtus. Se è davvero motivato sarà difficile contenerlo. E io non credo che uno come lui sia venuto in Italia solo per ingrossare il portafoglio. Ma in 10 partite, Kobe può davvero cambiare la stagione della Virtus Bologna? Non penso. Alla fine 10 partite sono pur sempre 10 partite, e quando saranno finite tutto tornerà come prima.
Sabatini ha dichiarato che «con l'arrivo di Kobe vince il nostro sistema». Su questo, sinceramente, ho i miei dubbi. Se guardiamo i fatti, Kobe arriva da noi grazie al lockout Nba, lo sciopero dei proprietari delle squadre che cercano di abbassare il monte ingaggi. Se l'Nba non si fermava, non si sarebbe mai creata questa opportunità. E Kobe ha scelto l'Italia non tanto per ragioni sportive (in Europa ci sono campionati di basket molto più competitivi del nostro, e la Virtus Bologna non è certo una corazzata), ma perché questo è il Paese in cui ha vissuto alcuni anni della sua infanzia, quando il padre Joseph Washington Bryant giocava nel Pistoia basket. Kobe conosce perfettamente l'italiano e già da tempo aveva dichiarato di avere il desiderio di giocare dalle nostre parti, magari a fine carriera. Quindi non credo si possa parlare di vittoria del nostro sistema. Mi sembra più corretto parlare di coincidenze fortunate.