sabato 19 gennaio 2013

Poker australiano


Mentre la Juve sta affannosamente cercando l'attaccante che non ha saputo trovare (se preferite trattenere) questa estate, dall'altra parte del mondo Del Piero segna 4 gol (più un assist). Dopo otto triplette con la Juve, il primo poker della sua carriera al Sydney. Gli anni passano, la qualità resta.
Finale: Sydney-Wellington Phoenix 7-1.

lunedì 31 dicembre 2012

Addio 2012. Noi c'eravamo.


Il 13 maggio 2012 è una di quelle date che i veri juventini non scorderanno mai. Un giorno straordinario - perché se vincere per la Juventus è sempre stata la normalità, quel giorno vincere è stata una liberazione, è stato togliersi di dosso un macigno che il popolo bianconero si portava dietro da troppo tempo. Un giorno fuori da ogni logica, fuori da ogni schema. Perché il 13 maggio la Juventus ha ritrovato se stessa. Perché dopo anni bui, gestioni insensate, scelte inappropriate la Juventus è tornata. Perché quel giorno è finito l'incubo iniziato nell'estate 2006 con la revoca di due scudetti, la serie B con penalizzazione, il terremoto societario, la squadra da rifondare. Perché i due scudetti non torneranno mai, ma le forze in campo, gli equilibri del calcio italiano quel giorno sono tornati esattamente come erano nel 2006: Juventus, Milan, il resto.
L'ultimo trofeo lo aveva alzato Del Piero il 14 maggio 2006, sul neutro di Bari. Era il ventinovesimo scudetto della storia bianconera. A chiudere il cerchio non poteva che essere lo stesso Del Piero, sei anni dopo, alla sua ultima partita di fronte ai propri tifosi (ultima per scelta del presidente, non sua).
Del Piero, il filo rosso di tutte le Juventus degli ultimi 19 anni: quelle di Trapattoni, Lippi, Ancelotti, Capello, Deschamps, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni, Del Neri, Conte. L'uomo dei 289 gol, delle 705 presenze, dei 18 trofei alzati, tutti (gol, presenze, trofei) con una maglia, "One Love". Quel giorno prese un colpo al ginocchio pochi secondi dopo l'inizio della partita. Non stava bene, corricchiava, si toccava il ginocchio. Conte gli chiese se volesse il cambio. «No», risposta secca. Ero lì quel giorno e ricordo che al momento del contatto, con Del Piero steso a terra, lo stadio smise di respirare per qualche secondo. La gente era lì tutta per lui. Io ero lì per lui. Sapevo che avrebbe lasciato il segno, nonostante tutto, ancora una volta. Poco dopo sarebbero arrivati l'ultimo gol, l'ultima uscita di scena, la standing ovation infinita. Il trofeo alzato al cielo.
Doveva finire così. Non ho mai smesso di crederci. Io c'ero. Noi c'eravamo.

domenica 4 novembre 2012

Tagliavento e la dimostrazione che è solo invidia

Il primo errore della partita, dopo una manciata di secondi, non è di Tagliavento ma del suo assistente, il guardalinee Preti, che non si accorge dell'evidente fuorigioco di Asamoah. L'azione porta al gol di Vidal. Polemiche. L'errore vero del primo tempo di Tagliavento è invece la mancata espulsione di Lichsteiner per fallo su Palacio. Polemiche a non finire. Comunque due errori pesanti, che hanno condizionato la partita nel primo tempo. Facciamo finta di dimenticare l'errata segnalazione di un fuorigioco a Giovinco, a fine primo tempo, perché chiaramente i media non la considerano. E ciò che i media non considerano non esiste, per definizione.

Dopo 45 minuti ricominciano le solite, ormai scontatissime, considerazioni sulla Juventus e la sua gloriosa storia, fatta di successi e trofei, a quanto pare conquistati in modo dubbio. Considerazioni che possono essere condensate efficacemente nelle dichiarazioni post partita del leader popolare di questo filone di pensiero, Massimo Moratti: «Dopo 17 secondi prima mi sono preoccupato che eravamo partiti male, poi quando ho visto il fuorigioco ho pensato alla solita storia». Tradotto: la Juventus sa vincere solo comprando le partite. Il gol di mano di Adriano, all'epoca giocatore interista, nel derby scudetto contro il Milan, è evidentemente passato e dimenticato dal presidente nerazzurro e dai suoi seguaci. Come è dimenticato che tra i suoi numerosi trofei l'Inter ha anche uno scudetto conquistato con questa classifica: Juventus 91, Milan 88, Inter 76. Non torna? Pazienza. Fatevelo tornare perché ciò che vince l'Inter non si discute, per definizione.

Accade poi che dopo 45 minuti, per regolamento, c'è l'intervallo. L'arbitro se lo ricorda e le squadre vanno negli spogliatoi. Dopo 15 minuti le due squadre tornano regolarmente sul campo. Anche l'arbitro fa altrettanto, torna sul campo e lo fa con le idee molto chiare. Evidentemente negli spogliatoi la terna (anzi ora gli arbitri sono addirittura cinque) ha capito di avere fatto dei pasticci e inizia il secondo tempo determinata a riequilibrare gli errori. Tagliavento incomincia la sua collezione di ammonizioni a giocatori juventini (Pirlo, Bonucci e Chiellini ammoniti ingiustamente), Cambiasso continua a godere di un credito illimitato e commette altri due falli che potevano valere tranquillamente almeno un giallo. Vidal, in un contrappasso che appare dantesco, sconta sulle sue caviglie la colpa di aver segnato un gol viziato da fuorigioco,e quando Juan Jesus lo colpisce in un tentativo di ripartenza con la palla già calciata via dal centrocampista della Juve, Tagliavento decide proprio di non fischiare. Il rigore su Milito è generoso, la trattenuta di Marchisio su Milito c'è ma Milito si lascia cadere. Fosse successo nell'altra area, statene certi, non ci sarebbe stato nessun rigore. Un atteggiamento, quello di Tagliavento, che sa tanto di compensazione dopo i due pesanti errori del primo tempo. Un atteggiamento che dimostra che non c'è niente di premeditato negli errori del primo tempo. Sono errori importanti ma nascono da cattive interpretazioni. Se dietro gli errori arbitrali ci fosse stata la mano lunga della Juventus, come molti sostengono, Tagliavento non sarebbe uscito dagli spogliatoi con l'obiettivo di compensare la situazione. Ogni dietrologia è ingiustificata e fastidiosa. È ora di finirla con certi discorsi.

Ha vinto l'Inter, meritatamente. Le analisi si fermino qui. A fine partita la Juventus ha stretto la mano ai vincitori. Perché chi ha imparato a vincere sul campo, col sudore, accetta anche la sconfitta.

giovedì 1 novembre 2012

Il punto in vista di Juventus-Inter

Juventus. Il campionato 2012/2013 lo vincerà la Juventus, su questo personalmente ho sempre avuto pochissimi dubbi. Ha l'organico migliore, ha una feroce fame di vittoria e il gioco di gran lunga più convincente. Nonostante un'estate bollente per il ridicolo caso Conte, montato ad arte dal sempreverde mondo antijuventino (la Juventus la si ama o la si odia), gli equilibri non sono cambiati. La squadra ha raggiunto una maturità tale che può fare a meno della presenza fisica del proprio allenatore durante le partite: le nove vittorie nelle prime dieci partite stanno lì a testimoniarlo. Poter rinunciare all'allenatore durante le partite non significa che la Juventus possa fare a meno di Conte, unico vero punto fondamentale e insostituibile di questa squadra. Lo sa bene Agnelli, che quest'estate non ci ha pensato un attimo a sostituirlo, nemmeno nel bel mezzo della campagna mediatica antijuventina che non a caso ha messo nell'occhio del ciclone proprio l'allenatore della Juventus, l'uomo più di ogni altro simbolo di una rinascita che non deve essere evidentemente piaciuta a tutti. Piaccia o non piaccia, oggi la società Juventus è un corpo solido e ben amalgamato. La proprietà si è messa da parte, saggiamente verrebbe da dire, lasciando la parte operativa a persone più competenti. Dirigenza e staff tecnico lavorano in totale sintonia e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La Juventus ha allungato ieri sera a 49 i risultati utili in campionato (-9 dal record storico del Milan di Capello dei primi anni novanta), ha il miglior attacco del torneo (22 gol segnati), la miglior difesa (5 reti al passivo) e ha mandato in gol 12 giocatori finora in dieci turni di campionato. Una superiorità evidente che la pone almeno un gradino sopra a tutte le rivali. Solo gli impegni e le fatiche di Champions potrebbero riaprire i giochi di un campionato, almeno al vertice, già scritto.

Inter. Non credo che sia una forzatura dire che oggi l'Inter è Stramaccioni. Nel finale della scorsa stagione Moratti, in un barlume di lucidità o disperazione, ha scelto di affidare la guida tecnica a un ragazzo di 36 anni, un tipo umile e intelligente, senza nessuna rilevante esperienza da calciatore (e allora? Neanche Sacchi e Mourinho sono stati calciatori) e senza nessuna esperienza da allenatore ad alti livelli (prima di prendere in mano la prima squadra aveva allenato gli Allievi della Roma e la primavera dell'Inter). Ma le idee pagano, e Stramaccioni ne ha molte e molto buone. Ha studiato e si è laureato in Legge discutendo una tesi in diritto commerciale sul tema delle società sportive quotate in Borsa. Da perfetto sconosciuto si è conquistato il rispetto e l'ammirazione di calciatori e campioni che fino a un paio di anni prima rispondevano agli ordini di un certo Mourinho, uno che arrivava alla Pinetina avendo già vinto tutto, e tutto più volte. È saltato dai ragazzini della primavera ai campioni della prima squadra con una naturalezza da predestinato. Ha ereditato un gruppo allo sbando, in una complicata fase fase di rifondazione di una squadra che viveva ancora dei vecchi splendori mourinhiani. Ha indirizzato il mercato estivo, fatto al risparmio (una volta tanto in casa Inter!) ma con logica, seguendo un preciso credo tattico. Dimostrazione che spendere poco non significa spendere male (e viceversa spendere tanto non significa spendere bene, capito Moratti?). E i numeri ora parlano per lui: dopo dieci giornate l'Inter viaggia alla media di 2,4 punti a partita. Con questi numeri nove volte su dieci si vince lo scudetto. Sabato l'Inter verrà a Torino con ambizioni da scudetto. Non so dire come finirà, ma non credo che l'Inter abbia le risorse per tenere questo ritmo fino alla fine. Centrerà probabilmente l'obiettivo Champions, secondo o terzo posto. Qualcosa di impensabile fino a pochi mesi fa, quando la squadra di Moratti viaggiava nelle paludi di metà classifica, senza speranze e senza idee di ricostruzione. Quelle idee le sta portando questo ragazzo. Chapeau, Strama.

domenica 30 settembre 2012

L'ambasciatore del calcio


Prima di prendere la sua decisione e renderla nota al mondo intero deve avere riflettuto a lungo quest'estate, Del Piero. Deve avere ripensato alla sua storia con la Juventus, alle vittorie e alle sconfitte, ai gol fatti, alla fascia di capitano, ai record. Diciannove anni sono tanti, tantissimi per giocare a calcio con la stessa maglia, e lasciano dentro tante emozioni, tanti ricordi. Avrà provato nostalgia, ripensandoci.
Forse proprio per questo alla fine ha scelto di continuare a giocare a 15mila chilometri di distanza da Torino, per scacciare la nostalgia e i ricordi e ripartire da capo. Ha scelto Sydney, l'Australia, dopo averci pensato un'estate intera. Poteva rimanere nel calcio che conta, lo volevano il Southampton e il Liverpool dalla Premier, il Celtic dalla Scottish League, il Malaga dalla Liga. Ma Del Piero ha preso tutti controtempo, con una delle sue finte micidiali, e ha scelto l'Australia. Non per soldi, come qualcuno ha scritto: l'Asia e gli Emirati avevano pronte offerte faraoniche per lui, ma Del Piero le ha tutte rifiutate, cortesemente si capisce.
Ha scelto Sydney, «qualcosa che non avesse punti di contatto con la Juventus», per rispetto. Andrà a scoprire una città bellissima e un continente in cui la qualità della vita è altissima. Si porterà dietro la famiglia, farà un'esperienza irripetibile e si confronterà con una nuova lingua e nuove culture. Ne uscirà arricchito, sicuramente. Il Sydney gli ha cucito addosso il ruolo di ambasciatore del calcio australiano e lo ha fatto sentire importante. Del Piero ha apprezzato e ripagherà sul campo. Perché chi lo conosce sa che non è andato in Australia per riposare: «Non sono venuto qui per finire la mia carriera ma per iniziarne una nuova», le prime parole dopo essere sceso dall'aereo. Per rendere l'idea, Del Piero si è portato dietro Giovanni Bonocore, il personal trainer che da anni ne cura la preparazione nei minimi dettagli. Non è andato per fare vacanza, anche gli australiani se ne accorgeranno presto.
Giocherà in celeste, dopo una vita in bianconero, e lo farà dall'altra parte del mondo. La gente non si è stancata di lui, e Mediaset ha annunciato di avere comprato i diritti delle 27 partite del Sydney, che trasmetterà in diretta. Sabato prossimo, ore 8.30 italiane, Pinturicchio debutterà con la sua nuova squadra. In molti, dall'Italia, saranno davanti al televisore per vedere ancora il vecchio campione, il capitano. Gli australiani invece inizieranno a scoprirlo, perché per loro Pinturicchio è solo un marziano venuto a giocare a calcio da molto lontano. Si farà conoscere e apprezzare, Del Piero. Come ha sempre fatto.

giovedì 9 agosto 2012

Grazie Josefa, unica vera portabandiera


‹‹A Rio racconterò le storie delle altre. Ho iniziato oltre 30 anni fa, da juniores in Germania. È stata una bella carriera. È stato comunque bello sognare insieme. Non mi posso rimproverare nulla››.
Josefa Idem

domenica 8 luglio 2012

Roger e Serena, il ritorno degli dèi


Il 2 marzo dell'anno passato Serena Williams lottava per la vita in una stanza d'ospedale di Los Angeles. Il ricovero d'urgenza e l'intervento tempestivo dei medici riuscirono a salvarla da un'improvvisa embolia polmonare che le stava tagliando il respiro. Sedici mesi dopo Serena è sul mitico Central Court di Wimbledon e tra le mani tiene stretto il piatto d'argento dorato. Il suo quinto successo sull'erba londinese ha un immenso significato non solo sportivo, ma anche e forse soprattutto umano, perché chiude definitivamente la lunga e dolorosa parentesi che aveva messo un grosso punto di domanda sulla sua carriera. Commossa, Serena ha ricordato proprio quei momenti difficili in ospedale anche durante la premiazione, ringraziando le sorelle e la madre per esserle state vicine.
Il tennis femminile vive comunque oggi un periodo di crisi nera, e il fatto che negli ultimi sette tornei del Grande Slam ci siano state sette vincitrici diverse la dice lunga sulla mancanza di una leadership consolidata e di un ricambio generazionale adeguato. Serena va verso i trentuno anni e nel tennis questa è un'età importante, come testimonia il fatto che pochissimi in passato sono riusciti a vincere oltre i trenta. Resta però lei, di gran lunga, la tennista migliore del circuito. E se manterrà le motivazioni giuste e la voglia di stupire, potrà continuare a vincere ancora per qualche anno, ampliando così la sua collezione di 14 Slam.
Wimbledon 2012 rilancia anche un altro ragazzo classe 1981. E' Roger Federer, che dopo due eliminazioni consecutive ai quarti torna a trionfare sull'erba londinese. E' il settimo successo dello svizzero a Wimbledon e il diciassettesimo titolo dello Slam che porta a casa. Una vittoria dal sapore ancora più speciale, perché lo rilancia dopo due anni al primo posto del Ranking ATP. Il tennis maschile vive oggi, al contrario di quello femminile, una fase storica eccezionale, con almeno tre interpreti sopra le righe. Federer, Nadal e Djokovic (con Murray primo degli umani) si spartiscono ormai da anni i titoli dello Slam. Considerando il livello altissimo della competizione e considerando l'età di Federer (che tra un mese compirà trentuno anni), essere tornato numero uno è un altro capolavoro, l'ennesimo della sua leggendaria carriera.
Li hanno dati più volte sul viale del tramonto, in passato. Ma l'autunno dei campioni è una stagione imprevedibile e a volte meravigliosa, come per questi due ragazzini di quasi trentuno anni che si divertono a sfidare il tempo. Stasera al grande ballo dei vincitori di Wimbledon ci saranno ancora loro, Roger e Serena.